Nathan Amundson – Things Fall Apart (Silentes, 2026)

Contrariamente a quanto Nathan Amundson ci ha abituato nel corso della sua carriera solista – album di pochi brani, realizzati in un’unica sessione – questo Things Fall Apart è una raccolta di composizioni uscite sulle piattaforme di streaming in un lungo lasso di tempo, che vengono pubblicate ora su CD dalla sempre attenta Silentes.
Parlare di compilation, tuttavia, sarebbe fuorviante: l’artista ha ripreso in mano le singole tracce, le ha rimasterizzate e infine cucite, realizzando un insieme coerente e vario che dà vita a una sorta di racconto organico, un viaggio solitario attraverso una desolazione interiore e materiale. Non è forse un caso che, in più di un’occasione, mi sia tornato alla mente un capolavoro troppo presto dimenticato come Everithing Collpase(d) di Deison & Mingle, col qual vi è qualche comunanza di stile e molta di spirito.
Qui, però, è principalmente la chitarra distorta a fare (è il caso di dirlo) il lavoro sporco, costituendo lo strumento principale di molti brani, sebbene significativi siano anche il piano e i field recordings, quest’ultimi utilizzati non come semplici intermezzi, ma essenziali attimi di disconnessione prima di immergersi in un nuovo flusso di rumore.
In Ujaayi (il riferimento, quanto mai adatto, è a una tecnica di respirazione yoga) il drone sorge da un sottofondo ambientale e, lentamente, si prende la scena, introducendoci all’universo di Things Fall Apart. Cinguettii e rumori di traffico (chissà, forse registrati nello stesso luogo ritratto sulla copertina), introducono We’ll Be The Last Ones Here: con le debite misure, il brano più rock del lotto; qui le sei corde, distorte e riverberate, sono riconoscibilissime: si stratificano e si disperdono in un saliscendi che non ci dà riferimenti, incerti se aggrapparci ai picchi di rumore o farci trasportare dai momenti più rarefatti. È tuttavia Chaos And Noise che ci richiede il massimo dal punto di vista emotivo. Si apre con un loop insistito e ossessivo e frequenze che girano con tempi diversi sullo sfondo, e già la nozione di tempo traballa; poi i giri accelerano e i suoni minimi che si aggiungono all’insieme finiscono per alterare la struttura, portandoci, come trascinati da una spirale, lontano da dove eravamo partiti. A mio parere, è questo il brano migliore dell’album. Hibachi Fan, col suo vociare, non è forse il momento di pace che avremmo voluto dopo un simile tour de force, ma fortunatamente la successiva Solo Piano è proprio ciò che il titolo promette: un pianoforte minimalista i cui accordi poetici si librano nel vuoto, ripetitivi ma mai uguali uno all’altro, come una versione in negativo della traccia precedente. Ci penserà Ember, col suo suono continuo e le frequenze così stridenti da mettere a rischio l’integrità dei coni delle casse acustiche, a riportarci alla realtà, all’idea che le cose stanno andando a pezzi. Perché il punto d’arrivo – dopo i fuochi d’artificio di Kenton, per certi versi grotteschi nella loro festosa spensieratezza – è proprio il brano eponimo, dove prevale un’atmosfera brumosa, droni e suoni indistinti che emergono dal fondo senza mai raggiungere livelli di rumore eccessivi, quasi fosse la contemplazione di una rovina già avvenuta piuttosto che la registrazione della stessa.
Album dotato di una compostezza quasi classica ma per nulla ingessato, Things Fall Apart chiede molto all’ascoltatore, negandosi alla fruizione da semplice sottofondo – che troppo spesso album di questo tipo rischiano di avere – e rivendicando il ruolo di strumento di pensiero e di conoscenza di sé stessi. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di dischi così.