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Mombu – S/T (Subsound, 2011)

Mombu: 1/3 degli Zu più 1/3 dei Neo. Oppure 2/3 degli Udus. Più semplicemente, poiché le frazioni matematiche in questo caso non rendono, Luca Mai al sax e Antonio Zitarelli alla batteria in libera uscita dai rispettivi gruppi. E davvero, fatico a pensare ad un'uscita più liberatoria di questa.
Sciolti dalle volenti o nolenti costrizioni delle band d'origine e costretti a rapportarsi solo l'uno con l'altro, i due sono liberi di assemblare (e all'uopo disassemblare) una musica in bilico fra jazz (core), spirito metal e suggestioni africane che, pur priva di qualsiasi ruffianeria, potrebbe farsi apprezzare da ascoltatori di diversa estrazione. Non fatevi intimorire dalla batteria sparata e dal sax stridente che apre Stutterer Ancestor: sebbene velocità e pesantezza siano nel DNA dei due, le frecce nell'arco della band sono molteplici. Ascoltate l'anomalo gospel di Radà, coi due strumenti impegnati in un gioco di chiamata e risposta non privo di ironia, che sfocia in un bel passaggio melodico, o il tappeto di percussioni intessuto di fraseggi di sax di Regla De Ocha, pura psichedelia a metà strada fra l'Africa e i Caraibi, o ancora il Continente Nero evocato in Ten Harpoon's Ritual, prima che un sax pachidermico la trasformi quasi in jazz-doom (con Stefano Ferrian degli Psychofagist alla chitarra). Quella che troviamo in questo esordio è musica certamente muscolare, ma non una volgare e banale dimostrazione di potenza; immaginate piuttosto i movimenti nervosi ma armonici di una danza di guerra Zulù: salti, passi lenti e pesanti, poi improvvisi scatti, cadute nel caos e richiami all'ordine. Se un disco del genere rimanesse confinato fra gli ascoltatori del post-core più evoluto sarebbe davvero un peccato.

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