Deison/Mingle – Everithing Collpase(d) – Piano Version (Final Muzik/St.An.Da/Loud, 2025)

“Pochi mesi dopo aver realizzato il nostro primo album insieme (“Everything collapse(d)”, Aagoo records, 2014) Andrea mi propose l’idea di reinterpretare i brani spogliandoli del superfluo, lasciando solo lo scheletro melodico. Una sorta di reinterpretazione dell’album per soli piano ed elettronica. Come al solito, la maniera fluente, spontanea e immediata di lavorare insieme ci portò a completare il lavoro in pochissimo tempo e a programmarne l’uscita. L’album non fu mai pubblicato perché, nello stesso periodo, avevamo accumulato nuovo materiale che sarebbe andato a costituire il secondo capitolo della nostra preziosa collaborazione.” Questa – dalle note di copertina vergate da Deison – è la genesi di Everithing Collpase(d) – Piano Version, che finalmente vede la luce – su tre etichette per le quali il duo aveva pubblicato – a quattro anni dalla scomparsa di Andrea Gastaldello/Mingle.
Credo che, per parlare di quest’album, ci siano solo due modi: contestualizzarlo nel momento in cui è stato creato, mettendolo in rapporto col modello di partenza, oppure considerarlo un lavoro a sé stante, calandolo nell’oggi. Qualcun altro, ne sono certo, intraprenderà con assoluta competenza la prima strada, ma, personalmente, scelgo di considerare questo disco la chiusura del cerchio, l’atto che riporta la collaborazione Deison/Mingle a un diverso inizio e che ci permette di ascoltarlo con orecchie vergini.
Da un punto di vista puramente stilistico siamo nell’ambito del minimalismo, coi suoni di piano come sospesi su un abisso di silenzio, con solo l’elettronica a sostenerli, ma è dal punto di vista espressivo che questa versione di Everything Collapse(d) ci parla in modo particolare: lo fa andando a toccare corde profonde alle quali arriva proprio grazie all’essenzialità del suono, senza possibilità di fraintendimenti.
Fin dall’iniziale Optokinetic Reflex (Glassy Eyes), con un piano rarefatto e gli sfrigolii elettronici progressivamente più invadenti, si chiarisce la logica sulla quale si regge il disco: lo strumento acustico crea le melodie mentre i suoni di sintesi, mai accessori, le valorizzano, ora assecondandole, ora disturbandole. Quello che ne esce è un’opera che dà l’impressione di cambiare di senso alle composizioni che l’hanno originata: Nessun Desiderio (Decimaction), col suo fraseggio insistito a cui si sovrappone un motivo dilatato, muta sull’onda delle pulsazioni elettroniche e prima trasmette una tensione febbrile, poi esplode in una melodia gioiosa, come a suggerire che la privazione possa essere la chiave per la felicità. Oppure Out Of The Blue (Rain) dove i tocchi di piano rarefatti, adagiati su una base noise, prendono via via una forma più solida che inizia a incedere sicura assecondata dai battiti sintetici e ci guida verso la serenità che c’è oltre la tristezza. E ancora Settled Apathy (Hospital), con un bip insistito che, da subito, si prende la scena, ingabbiando i suoni gravi e le note bellissime e tristi del piano, ma che alla fine è costretto a eclissarsi, vinto dalla forza insistita della melodia.
Sono solo alcuni esempi di un lavoro nel quale la malinconia, pur presente, non finisce mai per prevalere, perché un altro è il senso profondo che lo anima: questa Piano Version, che il tempo trascorso ha spogliato del superfluo, nella sua assoluta purezza sa farci vedere, attraverso il suono, l’essenzialità del reale, con la chiarezza e la consistenza di un cristallo duro e lucente che i tocchi dei martelletti sulle corde con tanta forza evocano.