Non appena le prime note di Mike Cooper si spargono nell’aria si ha l’impressione di come il musicista inglese sia ormai un tutt’uno con la matita, in una fusione magica che non funge da colore di fondo ma ne determina il suono. Ad impressionare è la scioltezza con la quale queste improvvisazioni, ispirate dai brani di Kevin Good, acquistino corpo e struttura facendosi brani compiuti e fruttati. Mike è ormai in grado di accompagnarci per il mondo, fra samurai, tucani e sarong, Atahualpa e giaguari, senza che la sua personalità ed il suo tocco vengano meno. Immaginate la sua musica come una composizione liquida nella quale gli elementi si scompongono diventando altro, in colori e densità caleidoscopiche. Semplicità minimalistica che funziona, ci culla e ci rende serafici, storditi da un suono che ha fatto storia ed è delle fonti più autorevoli per moltissime delle evoluzioni sperimentali ed esotiche inseguite in questi anni. Il fatto che tutto questo ci arrivi da un musicista inglese dimostra ancora una volta come i propri paesaggi interiori siano radicalmente differenti dal proprio bacino. Forse il fermarsi nell’assolata Valencia permette al chitarrista di illanguidire ancor di più le sue composizioni, spingendole fino all’orizzonte ed oltre come nella magica More Distant Thunder. Le corde si fanno tocco e melodia pura in Atahualpa, prima di salutare le cicale e trasformarsi in bolle termali in Solar Charges, dove possiamo percepire un incastro fra natura e circuiti elettronici intrigante e magico. Scot Ray è un tributo ad un musicista e costruttore che esplora a fondo, con la consueta serenità, strumenti ed ambienti che uniscono musicisti eterogenei ma legati ad un medesimo immaginario, declinabile in mille modi. Jaguars chiude in maniera circospetta un disco acquatico e brumoso, dove il calore è trattenuto dal liquido e riemerge, ancora una volta orchestrato da un musicista brillante.
Mike Cooper – Eternal Equinox (Room40, 2025)
