Ascoltando A Matter of Perception dei francesi Mia Vita Violenta, quartetto parigino al primo disco fisico dopo un album digitale (Grey Seas del 2017) e due ep omonimi ed autoprodotti, cambi di line up ed il passare del tempo, partono delle riflessioni. Estetiche, con una copertina che rimanda in qualche modo all’estetica Constellation e/o Dylan Carlson. Produttive, con ben tre brani che oltrepassano gli 8 minuti di durata rimanendo in un’area che unisce post-hardcore e post-rock in qualche modo appesantendo la resa e rendendo più difficile il mantenimento della drammaticità (che quando esplode è bella gagliarda, si veda la parte centrale di Forward Fall). La sensazione è che i Mia Vita Violenta brucino e suonino come se tutto gli stesse cadendo addosso ma tendano a legare tutto insieme in racconti ed immagini che rischiano di risultare interminabili. Quando scelgono di fare meno lo fanno perfettamente come in una Zodiacal Light che sembra polvere sonora. Bisogna anche dire che è difficile fare un discorso sul presente discografico e stilistico del progetto, considerando che le sessioni di questo disco risalgono già a quasi tre anni e legittimamente potrebbero già essersi trasformati in altro ma a nostro parere la concisione è la via, si senta anche l’intensità a doppia voce di Breathe In ed il lento discendere di Fade Out, per un terzetto quadrato e personale.
Nome ovviamente preso da Pier Paolo Pasolini via Blonde Redhead che fa trasparire una linea di intensità sanguigna ma che va guidata e rivista, del resto un libro stupendo può non avere per forza 976 pagine, possono bastarne anche 384.
Mia Vita Violenta – A matter of perception (Araki/Atypeek, 2025)
