Marzo e novembre sono I mesi prescelti dai Maverick Persona per condividere con il pubblico due lavori ben distinti, che delineano la loro attività sonora nel 2024. Amerigo Verardi e Deje sono il primo un cantore psichedelico che negli anni ha saputo raccontare il mondo in maniera laterale e mai banale, mentre di Deje scopriamo essere un produttore attivo in quel limbo musicale fra la psichedelica, la musica etnica e jazz e che sta lasciando diverse tracce di sé nell’underground più recondito (dello scorso anno l’ultimo album Sleeping World). What Tomorrow inizia sornione, suoni ed ambienti che sembrano entrare sottopelle fino ad arrivare ad una Out of Money che sembra riprendere con luci e colori quelle musiche pubblicitarie che si ergono a templi consumistici (basti pensare a quel piccolo capolavoro che fu Supermarket Song dei dEUS). È un’insieme di approcci zappiani nel senso non di Frank ma di passaggi sincopati su reti televisive discoste, fra programmi di musiche ed immagini che portano muzak e paesaggistica natutale ad un nuovo livello. Tappa a tarda notte per uno snack nella suburbia inglese con cadenza rappata inclusa, beats ad incastro e pitches che si intercalano nel fumo della cucina.
Sazi ci regalano una chicca pop praticamente perfetta, l’ornata I’m In The Kitchen ci fa capire perché Amerigo sia in giro da una vita senza sentir passare il peso del tempi e come sappia, molto semplicemente, giocare con la musica pop e giostrarla secondo i suoi voleri.
Poi si parte, di nuovo: What Tomorrow incalza spaziale, come se si preparasse ad un decollo, per perdersi in mille rivoli colorati e leggeri come bolle rigonfie d’elio. Il tutto incastonato da linee vocali che profumano di anni ’80, per un giro ubriacante fra sogno, presente e passato.
La strana coppia è perfettamente assortita riuscendo l’un l’altro a darsi equlibrio e leggerezza, affrontando anche spigoli più duri ed oscuri in maniera efficace e mai drammatica. In Dark Hotel c’ê addirittura un sentore di Dave Gahan o dei coevi the Big Self di Paolo Messere, uniti ad un flauto indiano che non si capisce perché mai non esploda, rimanendo in un secondo piano minaccioso e letale. What Tomorrow? finisce letteralmente cambiando il corso del fato e ben gli vada, considerando che dopo l’ennesimo brano toccante s’ha da iniziare il secondo capitolo di queste persone anticonformiste.
Secondo capitolo che parte con voci digitali alla prese con screzi e nervosismi, per poi esplodere in un dancefloor invidiabile nella sua essenzialità. Andate, ed i suoni che si propagano nell’ambiente sono quelli di una balera 2.0, allo stesso tempi ambientale e groovy. Poi pop d’antan, una Underworld Conspiracy dove par d’essere su una giostrina d’altri tempi manovrata da un villain psichedelico, mentre i giri e le diottrine iniziano a farci sentire dispersi e fuori da noi stessi. C’è sempre una tensione fra contemporaneità e passato, che Deje riesce a cucire addosso ad Amerigo, con scenari che si susseguono sornioni, quasi come stregatti nella foresta, richiamati tanto dalla lepre marzolina come dal cappellaio matto. In the Name of sono i RATM bagnati nel miele e nell’acido. Poi blues d’altri secoli smontati e riassestati a mo’ di kintsugi, con voci fatate quasi a trasportare i Flaming Lips sul litorale brindisino. Il sentore è che Maverick Persona sia un corso di assoluta libertà che riesce ad unire mondi, tra suggestioni jazz ed elettroniche al mondo aperto della più fragrante aria pop. Brani come Is It Really All Over sono al crocevia fra gli esperimenti dei Death in Vegas e speziate arie mediorientali. Sirashka ci guida in un mondo misterioso nel quale tutto è colorato ed inebriante, ed il fatto che una voce femminile chiuda questi cinquanta secondi scarsi dicendo:”Ho sbagliato tutto” non fa che confermare che spesso è nel tentativo e nell’errore che si scopre l’interesse e l’invenzione. Ancora una volta i Maverick Persona creano un insieme che è di molto maggiore alla somma delle parti, con veri e propri voli pindarici da una parte all’altra del mondo, confermandosi come alfieri di una visione aperta e psichedelica che tutto abbraccia e raccoglie, racchiudendola in dischi che sono diari astrali più che insiemi sonori. Mai didascalici ne retorici la coppia viaggia in un mondo tutto loro e seguirli ondeggiando è ancora una volta piacere obnubilante considerando l’ascesa chimica della Los Angeles di Laurel Canyon e casa. Poi, oh, se nei dovessero organizzare un concerto happening di sedici ore per noi di Sodapop non mancheremmo all’appuntamento, sia chiaro. Per intanto seguiamo il consiglio dell’ultimo brano: Turn On The Good Music, Louder! E sorridiamo soddisfatti.

