Maurizio Abate – Sacre stanze (Delete,2026)

A volte la prima nota, il primo suono, o anche solo l’iniziale silenzio di un disco, ti dice già tutto. E qui è proprio così. Quella prima corda calda, accarezzata dal compositore milanese, ci trasmette subito l’intensità, il calore e anche l’ispirazione che attraversano tutto il disco.

Da circa trent’anni Maurizio Abate porta avanti una ricerca unica, rigorosa e lontana da qualsiasi forma di compromesso. Innumerevoli dischi, uno più bello dell’altro, anche attraverso la loro diversità. Citiamo uno per tutti: Peace and Pleasure dello scorso anno, assieme a Luca Venitucci, disco splendido ed ennesima prova della capacità metamorfica di Abate che, pur rimanendo profondamente se stesso, riesce sempre a mutare pelle.E arriviamo così a quest’ultimo lavoro, Sacre Stanze. Già nel titolo potremmo leggerci qualcosa del percorso e della visione di Abate, che da sempre ha avuto una vicinanza al sacro, alla ritualità, ma anche a una dimensione intima e raccolta.

Il primo brano è La via del Poeta ed è, dalla prima battuta, un ritorno e una ripartenza. Un ritorno a una chitarra che omaggia Basho e Fahey, ma il passo e il respiro del brano sono tutt’altro. Tutto respira, prende il proprio tempo. Il vibrare delle corde segue il suo naturale decadimento. La musica si muove esattamente come un elemento naturale e, nelle voci e nella chitarra, ritroviamo un musicista che amo molto e che purtroppo non è conosciuto come meriterebbe: Luciano Cilio. Le voci sono dolci, ma con un fondo di inquietudine, mentre la chitarra procede come passi lungo una scogliera che a tratti si fa ripida e scivolosa. E tutto, già attorno ai quattro minuti, diventa di un’intensità quasi insostenibile, proprio come la musica di Luciano Cilio. Poi, come è giusto che sia, questo flusso sonoro che si è ingigantito strada facendo si ferma, respira, e il brano riparte con la chitarra che, in maniera estremamente misurata e attenta, ci regala accordi minimi e immensi allo stesso tempo. Ci lasciamo rapire da questo movimento lento e inesorabile, mentre voci, respiro e fiati danzano sugli accordi, memori della lezione di sua santità Jon Hassell.

E poi ancora, e ancora, questo brano avanza generoso e smisurato nel regalarci bellezza. Cambia ancora: arpeggi di pianoforte e chitarra ci portano verso un grande finale colorato anche da sintetizzatori. La forza di questa musica — e della musica in generale, a mio parere — sta nella sua apparente semplicità e nella sua effettiva essenzialità. In quest’ultima parte, come in tutto il brano, non c’è fretta e neanche una direzione precisa, ma solo un pacificato stare, un godere di ogni singolo suono. E rimaniamo a bocca aperta. Dieci minuti ispiratissimi e commoventi. E la cosa pazzesca è che abbiamo davanti altri sette brani.

La musica può essere molte cose e qui, dal primo brano, ci sembra già di essere di fronte a un grande regalo che l’artista fa a sé stesso e a noi.

Il secondo brano è Interludio e, piacevolmente, le cose non cambiano. I colori sono gli stessi, ma il gesto diviene più veloce, nervoso, traboccante. Siamo sempre di fronte a un brano con una sua dolcezza, ma la chitarra, il piano e gli altri suoni si accavallano e danzano con un fare più impetuoso.

Sonata Carminia è il terzo brano. La chitarra classica arpeggia e introduce un brano intenso, di un’intensità antica ma con uno sviluppo contemporaneo che ci porta a sentire molte chitarre, un contrabbasso, altri strumenti a corda e percussioni. Se all’inizio il brano mi riporta ad Atahualpa Yupanqui, a metà il pensiero non può che andare a Steve Reich. Il ritmo, il pulsare di questo brano, crescono sino quasi a esplodere, ma non lo fanno. Rimangono lì, come se ci fossero sempre stati, e la voglia di mandare in loop il pezzo e perdercisi dentro diventa irrefrenabile.

Ora ci dobbiamo fermare un attimo per dire che questo disco suona dannatamente bene. Tutto è leggibile, ordinato, pur parlandoci spesso di caos. E questo è merito certo di Abate, ma sicuramente anche di due compositori e registi del suono come ce ne sono pochi. Marco Giudici, che si è occupato delle registrazioni, del pre-mix ma anche degli arrangiamenti, ha sicuramente portato il disco su vette ancora più alte. Il suo disco dell’anno scorso è tra i più importanti usciti in Italia negli ultimi anni, anche se l’Italia sembra non essersene accorta. E poi Matt Bordin, vera istituzione con il suo studio di registrazione, la sua attività come musicista e anche quella di mastering, mixing e architetture sonore su infiniti dischi che stanno nelle case di tutti noi e suonano unici anche grazie al suo prezioso lavoro.

La quarta composizione è Nuvolario, che si apre con una ossessiva e pacata reiterazione di sintetizzatore. Entrano poi metalli, riverberi e delay e il brano si gonfia proprio come una nuvola che lentamente, e altrettanto inesorabilmente, si prepara a esplodere in temporale. Anche qui è notevole la padronanza e la sapienza nella gestione dei singoli suoni, delle loro entrate e uscite di scena. Un brano atmosferico, dove il suono si fa pulviscolo e ci trasporta tra i suoi granuli umidi.

Locus Numine, quinta composizione, si apre subito con un arpeggio semplice ed evocativo, esattamente come quelli a volte utilizzati da Luciano Cilio, che già citavo all’inizio. Qui tutto sa di mare, di sale, di antico. Se ci svegliassimo su una spiaggia sconosciuta, non sarebbe così strano sentire questa musica in lontananza e poi seguirla. Perché nei suoi crescendo e nelle sue architetture sonore ci attira a sé per il semplice fatto che in lei c’è anche qualcosa di noi, della nostra ancestrale esperienza collettiva. A metà brano compare la voce, che rimanda anch’essa a vibrazioni antiche ma anche a La Monte Young, Terry Riley, Meredith Monk, Demetrio Stratos e molte altre esperienze che della potenza evocativa della voce hanno fatto un linguaggio. E qui anche Abate riesce nella difficilissima operazione di cercare un proprio suono, una propria epifania sonora. Ci riesce grazie a una impressionante capacità di orchestrazione minimale degli elementi. E poi il pezzo, con somma gioia dell’ascoltatore, sembra non finire mai, proseguendo con una lunghissima coda di sintetizzatori kosmici e krauti, ma al tempo stesso profondamente personali. Vera gioia per chi ascolta e per chi crede che la musica possa essere una forma di meditazione. Non è detto che un brano del genere possa generare qualcosa di unico e irripetibile, ma certamente può farlo in chi sappia davvero mettersi in ascolto.

Requiem per i maestri uccisi è la sesta composizione, anch’essa costruita con architetture di suoni sovrapposti che dialogano tra loro attraverso movimenti metamorfici. Voci che fanno pensare alla ricerca di Laneri e Prima Materia, e archi stupendi, graffiati e tesi fino quasi alla rottura, ci trasmettono un fortissimo senso di sofferenza e tensione. Questo brano, forse più degli altri, avrebbe potuto tranquillamente far parte delle uscite della fondamentale Die Schachtel, di Bruno Stucchi e Fabio Carboni, tra quei compositori italiani degli anni Sessanta e Settanta andati persi o dimenticati. E questo, a mio modo di vedere, è un passaggio realmente magico: Abate ha saputo ascoltare e meditare per anni sulle musiche e sulla propria musica, fino a giungere a un brano che sa essere di molti tempi e, insieme, profondamente del presente. Una composizione che colpisce davvero e fa riflettere su cosa siano la musica, il suono, la storia e il tempo.

Mancano ancora due brani ma, arrivati sin qui, ho dovuto sospendere l’ascolto, perché poche volte mi è capitato di incontrare opere sonore così intense e coinvolgenti, senza neanche un secondo di stasi, silenzio o respiro. Dopo una pausa silenziosa eccomi qui, pronto e felice di lasciarmi stupire dagli ultimi due brani di Sacre Stanze.

Occhi chiusi per vedere è la penultima traccia e già dal titolo capiamo che ci stiamo muovendo in altri strati della realtà. Anche se, come giustamente cantava Claudio Rocchi, la realtà non esiste. E chissà, forse Abate la pensa allo stesso modo. Occhi chiusi per vedere è un brano diverso dagli altri: più dissonante, frammentato e spigoloso. L’intervento sui suoni è consapevolmente invasivo e distruttivo. Timpani, corde, pianoforte e rumori bianchi costruiscono un ambiente onirico e misterioso. Noi lo abitiamo e ci lasciamo trasportare, ma con un costante senso di apocalisse imminente che scompare completamente nel commovente finale per timpani e pianoforte. Un ultimo minuto magico, di quella magia che pervadeva L’Egitto prima delle sabbie.

Tutto è uno è l’ultima composizione di questo magico lavoro. La chitarra di Abate ci abbraccia con un calore che sa di casa, di sicurezza e di una felicità cercata e ritrovata. Nell’apparente semplicità di questi arpeggi e dei suoni che pian piano compaiono risiede una maestria unica, che non è soltanto quella di musicisti e compositori ispirati, ma anche quella di esseri umani giunti a un certo grado di consapevolezza. Persone che compongono, suonano, sanno farsi suono e poi volare sopra questa musica, guardarla dall’alto, comprenderne l’essenza e capire come portarla a chi ascolta. Il consiglio è quello di abbandonarsi all’ascolto di questo brano dolce, cosparso di una felicità semplice e rara. E alla fine dell’ascolto vi risveglierete stando meglio di prima. Il brano termina di colpo, senza preavviso né sfumature, perché da lì in avanti ci siamo noi, dopo questa esperienza che in qualche modo continua anche nel silenzio.