Matt Howden & Keith Howden – Language For Stone (Archaeological, 2025)

Seguendo le orme di Peter Crosthwaite in Cumbria, dove costruì il primo litofono europeo dei tempi moderni, Matt e Keith Howden vanno a riscoprire il linguaggio delle pietre musicali, con un lavoro che unisce musica e poesia.
Campionati il loro suono nel fiume Greta padre e figlio si sono trovati a poter unire sentieri a loro familiari, versi inespressi da anni e risorse sonore secolari. Di Matt Howden conosciamo il suo lavoro come Sieben in area neo folk, dove tramite voce, violino ed elettronica è riuscito negli anni a costruire paesaggi oscuri ed evocativi. Il padre è un poeta ormai 93enne con una voce che sembra intagliata nel legno più duro e che sembra fatta apposta per evocare visioni e fenomeni. Insieme lavorano e costruiscono un disco che in nove brani riesce a trascinarci in paesaggi cangianti, unendo passato a futuro con una lucidità impressionante. Uno spirito, questo, che sembra peculiare all’intento di Archaeological Records, considerando anche le passate sortite, soprattutto il Selinute di Tiziano Popoli dello scorso anno e più indietro ancora l’Embrace the Darkness di ?aloS. In Innate Symphonies of Land inferi e terra sembrano incrociarsi in una danza dolente ed elegante, come creature selvatiche ben vestite, unendo le energie per portare il suono in lande sempre più acute ed evocative. Poi è una certa tensione a farsi largo fra le parole di Keith, i pianeti ed il magma, la musica delle pietre che fu prima delle parole in un racconte che sembra trascinarci verso fasi oscure ed incontrollabili. I suoni sempre più acuti e serrati di Eolith si fermano soltanto per le parole ed insieme creano un’insieme difficile da definire, come se le energie di terre lontane e del cosmo si unissero. Quando la lingua tace a suonare è The Music Of Stone, dove sembra di sentire una sorta di versione arcade di un luogo incontaminato, unione fra suono del territorio ed epica esperienziale sparsa a suon di note e di pietre battute. Nel disco corre una tensione, un temere lo sconosciuto e quel che potrà accadere tramite sinergie misteriose, oscure ed ormai dimenticate, ed infatti a presentarsi è proprio Wodwo, una sorta di mitologico uomo selvaggio che fa bella mostra di sé in quel che sembra una sorta di dub bucolico.
Le pietre prendono piede, si trasformano da strumento a tema, quasi un’ode di fiati e percussione per il loro essere, prima che la fanfara si muova ed aumenti il ritmo, caracollando verso un finale che sembra essere sempre più statico ed in grado di frenarne la corsa, per poi lasciare ai cani il compito di chiudere un incontro che possiamo definire soltanto come magico e fuori dal tempo.