Camminare nella palude. Avanzare imperterriti su un terreno ostile alla presenza umana.
È questo il paesaggio evocato dal primo brano: un luogo arcaico, segreto, che sembra respingere ogni forma di vita. Il pezzo ha un incedere sacrale, come una preghiera: la preghiera di non perdersi, di non morire, di resistere all’abbraccio della palude, che tenta in ogni modo di trascinarci con sé. Archi dal forte riverbero, ritmi secchi, crepitii e bordoni che arrivano da luoghi indefiniti aprono la composizione: Sorgjâl, il cui titolo significa il fusto secco e amputato della pianta del mais.
L’andamento è lento e offuscato. Sin dalle prime battute si avverte una tensione faticosa, quasi fisica: ogni nota, ogni suono, ogni sibilo sembra conquistato a fatica. È la fatica del vivere consapevole, oggi, in un mondo lacerato e decadente. Il brano avanza senza fretta, segnato da lampi di bellezza oscura. E quando siamo ormai del tutto immersi in questo paesaggio sonoro inquietante e sospeso, dopo circa due minuti, entra la voce di Silverio. È una presenza inaspettata, che arriva silenziosa e sospirata. Il suo timbro ha un’andatura quasi lynchiana, e richiama un universo ambiguo, in bilico tra sogno e realtà. Il brano è cantato in carnico, come tutto il disco. Ed è una scelta non solo coerente, ma — a mio avviso — necessaria. Silverio arriva da quel mondo e ne è al tempo stesso espressione. Così è anche questa lingua: antica, ruvida, poetica, che sembra vibrare come mossa da venti lenti e insidiosi. Una lingua che non comunica solo significati, ma atmosfera, tempo, memoria. Tremare e pregare dice il testo scandendo il ritmo profondo del brano, che diventa quasi una liturgia. Anche noi, ascoltatori, tremiamo e preghiamo insieme a Silverio, mentre la musica si fa sempre più densa, cresce, si gonfia, sembra sul punto di esplodere… e poi si arresta bruscamente. Torna a essere materia geologica, movimento sotterraneo. Se oggi dovessi pensare a una musica capace di diventare altro — capace di trasformarsi, in modo misterioso e arcaico, in evento naturale, in pianta, in sibilo oscuro nel buio — penserei esattamente a questa. Dieci minuti di pura estasi. E siamo solo all’inizio.
Come un carillon caldo e avvolgente, si apre Avenâl con arpeggi di chitarra che ruotano dolcemente, accompagnandoci per mano in un giro morbido e ipnotico. Qui scopriamo ciò che già intuivamo: quando si è profondamente ispirati, coerenti e motivati — come Silverio — basta davvero poco per creare brani di grande potenza poetica e immaginifica. Pur potendola definire una ballad per la sua semplicità apparente, questa composizione apre a molteplici mondi e ci emoziona intensamente. La voce di Silverio, nonostante la giovane età, sembra esserci sempre stata, parla da vicino, sussurrando sentimenti e dolori che ci appartengono. È una ballata intensa in cui l’essere umano e gli elementi naturali si fondono, in una metamorfosi di amore, perdita e speranza: il più universale dei sentimenti. Questo ci raccontano le luminose parole del testo. Silverio canta l’amore con la profondità di chi sa ascoltare e ascoltarsi, unendo intimità e universalità in un messaggio che tocca, emoziona e sostiene. La magia è totale, anche perché, pur senza conoscere la traduzione, la forza del brano arriva tutta attraverso i suoni e la musicalità del dialetto carnico. È il potere dei pezzi universali e senza tempo che la storia della musica ci ha donato. Per una strana assonanza, non posso fare a meno di pensare a My Funny Valentine ma anche a Almost Blue di Chet Baker. La voce di Silverio, con la sua grana vissuta ma allo stesso tempo leggera e quasi ultraterrena, mi ha riportato a quel suono unico. La vicinanza con l’“angelo maledetto” non sembra casuale: quando la ricerca diventa profonda e la sensibilità di un artista riflette quella del mondo, tutto questo si sente chiaramente nella voce. Rimango profondamente colpito da tanta bravura e ispirazione.
Zoja, che significa ghirlanda funebre, è la terza composizione di questo viaggio nel profondo. È quasi superfluo sottolineare come la morte sia una presenza costante e imponente in quest’opera, tanto quanto la vita stessa. Proprio per questo forte sentimento di perdita, però, questo brano – questo disco, questo suono – ci spinge verso la vita. In Zoja riaffiora anche un’altra immagine arcaica e potente: Saluštri, attimo di lucidità prima della fine, bagliore improvviso, squarcio. È questa la sensazione che il brano trasmette: uno stordimento e un’attesa, come se fosse sempre sul punto di deflagrare. Le percussioni di Nicolas Remondino, curate con quasi maniacale precisione, imprimono un incedere che sembra costantemente in anticipo su qualcosa, sempre sul limite. Anche il resto della massa sonora si muove in questa direzione, mentre Silverio racconta esperienze apotropaiche nel cuore profondo del bosco. Accanto a loro, Manuel Volpe contribuisce a tessere e modellare questa materia sonora, aggiungendo profondità e intensità a un paesaggio che è insieme rituale e vertigine, corpo e spirito fusi in un unico respiro. Le architetture del brano sono perfette e in continuo movimento. Alla voce principale si uniscono altre voci che sussurrano, sibilano, si deformano e si sovrappongono fino a diventare un coro rituale, un cerchio magico che forma la Zoja: il cerchio funebre, simbolo di morte ma anche di eterno ritorno. Musica e morte danzano insieme una danza che è passaggio: dal visibile al mistero, e ritorno. Senza possibilità di fermarsi, trascinati dall’incedere del brano, ci ritroviamo in balia di un’antica malia, che solo il silenzio potrebbe spezzare. Ma questa canzone è lì, con ostinata reiterazione, a dirci che solo nel movimento c’è salvezza. Solo se non ci fermiamo, se seguiamo il lento dimenarsi del suono, potremo – forse – rivedere la luce del giorno.
Il disco prosegue poi con Vàre, che significa Tomba, e ci accoglie con un dolce drone, su cui la voce di Silverio si adagia come trasportata da un tappeto volante in una notte fredda di luna piena. Le percussioni completano un paesaggio sonoro che, come in un viaggio psichedelico, muta costantemente pur rimanendo coerente alla sua essenza. Rumori extra diegetici invadono ogni tanto la narrazione, come a parlarci di realtà parallele, o perlomeno fuori dal nostro visibile. Declama dolcemente Silverio: Lascia andare ogni cosa / Che la carne è solo carne È palpabile il senso di abbandono, di astrazione, di viaggio verso un altrove.
Tra gli splendidi versi cantati da Silverio in Prin, essenziale e quasi accecante ballad – che si muove tra le architetture apparentemente folli di Eric Chenaux e lo strazio colmo di vita dell’ultimo Vic Chesnutt – c’è questo: Il sole crolla, l’ombra canta. Non solo potrebbe essere l’essenza del brano, ma anche dell’intero disco, dove il sole sembra sempre sul ciglio del buio, e l’ombra pare volerci raggiungere per narrarci del non visto, dell’essenziale che raramente riusciamo a percepire. Prin sono quasi sette minuti di struggimento, di un senso di profonda commozione che solo gli eventi naturali, nella loro essenziale enormità, possono regalarci. Una sera, mentre ascoltavo il brano rientrando a casa, mi sono trovato di fronte la luna. Ma non era la luna come di solito la vediamo in cielo: era fuori scala, grossissima, luminosa, vicina. Sembrava di poterla toccare, e che lei volesse accarezzare noi. Questo brano e la luna mi hanno trascinato in una piccola, casuale estasi. Eccezionale l’evento lunare, esattamente come questo brano.
Avviandoci verso il grande finale, veniamo invasi da un calore inatteso, da onde sonore che fin qui non avremmo mai immaginato di incontrare. È tutto accogliente, familiare, analogico. Un po’ come se questa canzone fosse stata a lungo nascosta su un vecchio nastro, rimasto lì per anni, a nostra insaputa, ad allargarsi con il caldo e il freddo, finché i suoni al suo interno non si sono espansi al punto giusto per raccontare l’emozione precisa, la commozione sottile di una narrazione. Caldi campanelli scorrono su nastro, ci accolgono e ci donano un paesaggio sonoro, un mondo che ci sembra appartenere e a cui, allo stesso tempo, sentiamo di appartenere. Questa massa sonora, carica di emozione, mi ha riportato alla mente il terzo brano di Music for Airports, dove pianoforti, sintetizzatori e un Robert Wyatt eterno ci cullano e rassicurano, in uno spazio sicuro, accogliente, materno. Esattamente come accade in Grim, settimo e penultimo brano di Surtùm.

Arrivati all’ultimo brano, siamo ormai completamente rapiti, sconvolti e conquistati. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di grande, importante — non solo per Silverio, ma anche per chi ascolta. Ci chiediamo se è possibile chiedere ancora di più a un lavoro che ha già dato così tanto? La risposta è scolpita nei primi suoni di Ghirbe (Vita). Archi e un canto che, fin da subito, richiama la seminale esperienza di Prima Materia, ci colpiscono in profondità. Su un cantato salmodiante e droni ipnotici — che evocano La Monte Young e i Giardini Magnetici di Alvin Curran — le preghiere di Silverio danzano, dialogando con una tromba che pare uscita da un varco spazio-temporale. Una tromba con la grazia essenziale di Jon Hassell. Ogni passo del brano è insieme conferma e sorpresa. Poi, attorno al quarto minuto, tutto cambia: il suono si fa più oscuro, inquieto. Le percussioni e le voci diventano un rituale di purificazione che avanza verso il punto di non ritorno. Il caos cresce, controllato e cristallino, fino a un arresto improvviso.
Resta solo la voce di Silverio — vibrante, pura — che ci abbraccia, ci scalda ancora un poco prima che la notte ci inghiotta col suo nero petrolio. E intona gli ultimi, sconvolgenti versi:
Vulucile ta çacule
Tal gei dal grim di clap
Par sore met dôs cocules
Par sot i neris lops
Parecjile pai ueš:
Sarà la vouš di tòn ca
Muvarà las monts.
(Avvolgi ogni cosa nel fagotto
Nella gerla dal grembo di sasso
Mettici sopra due noci
E sotto mele nere
Appendila alle tue ossa:
Sarà la voce del tuono
Che muoverà le montagne.)

