Massimo Silverio e Gaia Banfi, Live Un filo di voce Triennale Milano 1.2.2026

Sulla carta era un concerto da non perdere assolutamente, biglietti terminati da settimane, e non poteva che essere così, dato che Banfi e Silverio nel 2025 hanno pubblicato due dischi destinati a rimanere nel tempo, unici nello scenario italiano e non solo. Grande intuizione quella di farli aprire la serie di concerti della rassegna A filo di voce, per la Triennale di Milano, curata da Carlo Pastore.

Le aspettative alte però mi fanno sempre un po’ paura, perché è davvero un attimo che tutto scappi di mano; qui invece no: è andato tutto molto meglio di quanto ci si potesse immaginare. La sala era gremita di persone di tutte le età e, a colpo d’occhio, si è rotto il meccanismo di una musica solo per eletti. È stata un’esperienza potentissima proprio come esperienza collettiva, e questo dev’essere un concerto nella sua essenza: un rito del qui e ora che azzera spazio e tempo e fa compiere un viaggio iniziatico a pubblico e musicisti. Così è stato. Per una strana casualità, se si vuole credere nel caso — ma io nel caso credo poco — all’entrata della Triennale incontro Lino Capra Vaccina. Mi emoziono molto e mi intrattengo a chiacchierare dei suoi nuovi progetti, di Roberto Leydi e dei miei. Insomma, meglio di così non si poteva partire. Entro e corro a mettermi in prima fila perché, a sfregio della mia misantropia, non vedevo l’ora di vedere e ascoltare dal vivo questi artisti giovani e tremendamente talentuosi.

Silverio e Banfi sono accomunati da una profonda sensibilità che pervade la loro musica e da una ricerca unica che travalica i generi, fagocita le influenze e approda a due linguaggi davvero personali. Le luci si abbassano e, tra i neon fluo dello Spazio Voce, apre le danze Gaia Banfi, letteralmente attorniata da sintetizzatori e controller, accompagnata da Oscar Martin del Rio anch’egli alle prese con pedali e batteria elettronica. Una quantità esorbitante di macchinari per dare vita a uno spettacolo di circa cinquanta minuti in cui la ventottenne milanese non solo conferma la profonda ispirazione del suo ultimo lavoro, ma stupisce per intensità e potenza esecutiva. Il suo utilizzo della voce impressiona per maturità e libertà d’improvvisazione. I brani non solo brillano quanto nel disco, ma prendono nuova luce grazie a un’innata capacità interpretativa: anche per chi, come me, li conosce a memoria dopo infiniti ascolti, il muoversi sapiente della Banfi li rende cosa viva, eventi umani profondi e commoventi che accadono lì, proprio in quel momento, davanti a noi. Rumore e melodia, ritmi e silenzi: ampia è la tela su cui dipinge la compositrice, ipnotizzando un pubblico estremamente attento e coinvolto. Uno spettacolo potente che conferma l’unicità della sua ricerca e del suo percorso, promettendo moltissimo per il futuro, ma che consacra anche i brani de La Maccaia come assodati classici della canzone italiana e Gaia Banfi come interprete unica del proprio vissuto. Il modo in cui Banfi interpreta i suoi brani commuove e appare davvero unico: seppur vestito di splendidi granulari elettronici, di abiti nuovi, il suo canto è antico, ancestrale. Sembra scaturire da una moderna corifea, capace di trasformare il palco in uno spazio sacro, dove il vissuto personale si fa mito universale. È una voce che officia un rito di catarsi, riportandoci alla purezza delle antiche cantrici, che non esibivano solo un’arte, ma incarnavano una verità rituale e profonda.

Breve pausa per il cambio strumenti ed ecco che Massimo Silverio, Manuel Volpe e Nicolas Remondino danno vita a un rito sonoro di circa un’ora. Già su queste pagine avevo espresso la mia totale, ammirata incredulità di fronte al lavoro di Silverio — un disco che ho considerato fin da subito tra i più belli del 2025 —, ma ciò a cui ho assistito dal vivo, con crescente stupore, ha superato ogni aspettativa, risultando a tratti persino scioccante. Tre musicisti magistrali sui loro strumenti, capaci di tessere trame sonore coese, organiche e in costante mutazione. Pur essendo lontana da qualsiasi genere — e al tempo stesso da tutti i generi — questa musica si avvicina alle grandi improvvisazioni jazz, ma resta comunque altro.

Il cantato di Silverio, che avevo paragonato a quello di Chet Baker nella recensione del disco, si conferma per quella fragile potenza capace di essere sussurro e straziante grido primordiale. Manuel Volpe, ai synth, drum machine e campionatori, tesse con grande discrezione paesaggi sonori che fungono da filo conduttore, donando bagliori e ombre, ruotando attorno alla musica e muovendosi al suo interno, creando movimenti e silenzi densissimi. E poi c’è Remondino, su cui mi viene davvero difficile dire qualcosa se non che è stato impressionante vederlo e ascoltarlo all’opera, in completa sintonia con Silverio e Volpe, nel vibrare costante di una forza condivisa che unisce i tre artisti. A fine concerto, una persona con cui ho scambiato alcune battute mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere: non sembrava il concerto di Silverio, ma quello di un trio. Gli ho risposto subito che era un’osservazione interessante e, per certi aspetti, vera. La sintonia tra i tre musicisti è stata totale fin dal primo respiro di Silverio, e quell’ora di concerto è stata un tessuto sonoro commovente e in continuo movimento. Pur mantenendo al centro la voce di Silverio — officiante del rito —, essa viene modulata con grande coraggio e sensibilità: una voce piena di luci e ombre, espressione pura del suo sentire, che vibra senza sovrastrutture o calcoli, mossa solo dall’esigenza profonda di esistere e liberarsi nel tempo e nello spazio.

Eseguono, elaborano e rielaborano dal vivo, senza paracadute o trucchi, le luminosissime composizioni di Silverio. Abbiamo assistito a tre musicisti, ma soprattutto a tre esseri umani che, sapendo mettersi in vibrazione con sapienza e profonda conoscenza dello strumento e di sé stessi — l’uno dell’altro — hanno dato vita a qualcosa di unico e irripetibile, facendo a tutti i presenti un grande regalo. Un concerto dalla dinamica espansa: dai campanelli e dal frusciare dei piatti di Remondino al pestare su tasti, corde e pelli dei tre all’unisono. Penso da sempre che una delle chiavi per fare una musica pura, sincera e unica sia quella di misurare costantemente tutti gli elementi in gioco e calibrarne esattamente la presenza, tenendo ben presente che tutto debba essere essenziale, niente di più e niente di meno. La musica di Silverio lo è stata: sia quando salmodiava accompagnandosi con il piccolo OP-1, che suonava come una sorta di armonium, sia quando i tre sembravano posseduti dagli Swans nel loro massimo splendore.

Gaia Banfi, Oscar Martin del Rio, Massimo Silverio, Manuel Volpe e Nicolas Remondino ci hanno mostrato, con la loro bravura, la loro sensibilità e il loro vibrante esempio, ciò a cui dovremmo tendere: essere migliori, con più volontà.