Martina Bertoni. La Svezia, il suono, l’esperienza.

Di Martina Bertoni ho parlato e scritto più volte: violoncellista di base a Berlino da diversi anni, si è costruita una personalità ed un suono importanti, che le permettono di sperimentare soluzioni e progetti distintivi, talvolta tematici, toccanti e precisi.
In questo particolare frangente però, con il suo ultimo disco, si è ritrovata a lavorare in primis su un nuovo (in tutti i sensi del termine, creato nel 2008 dal suo inventore Halldor Ulfarsson non ha nemmeno raggiunto la sua maggiore età) strumento, riuscendo ad innestarlo nel suo percorso traendone un disco ancora una volta finemente cesellato, in grado di farci viaggiare con immagini e fantasie. L’abbiamo raggiunta per un’intervista nella quale parliamo di questo e di molto altro.

Salve Martina, come stai? Sono arrivato un po’ in ritardo sul disco (uscito il 21 febbraio per Karlrecords, ndr.) ma esce talmente tanta roba che anche ascoltando e scrivendo assiduamente è impossibile tenerne il conto.

Lo so, lo so…eroici comunque!

In questa occasione, per la prima volta, hai tradito il violoncello per un altro strumento, l’Halldorophone…

Assolutamente sì!

Come è successo? Ti va di raccontarmi quando è nata l’occasione e quando hai iniziato a pensare di poter lavorare su questo nuovo strumento? Cosa ti ha portato a concepire un disco in questo senso?

Allora, per questa storia bisogna tornare un po’ indietro, nel 2023. Come dire, osservando un po’ le possibilità e le opportunità che come musicista mi si potevano parare davanti fra tutte c’era questo bando ufficiale dell’Elektronmusikstudion di Stoccolma per poter lavorare con i buchla, il sistema serge, insomma per poter lavorare negli studi ed in più c’era questa residenza speciale in cui stavano cercando specificatamente musicisti con esperienza di strumenti ad arco per lavorare sull’Halldoraphone. Io l’Halldoraphone lo conoscevo già per il lavoro che aveva fatto Hildur Guðnadóttir su The Joker, insomma, conoscevo anche l’esistenza dello strumento come nuova invenzione e sapevo che veniva dall’Islanda…ero già informata e mi sono detto vabbè, assolutamente sì perché, così, sentivo che le mie skills sarebbero andate bene per farlo mio. Insomma faccio richiesta per la residenza e dopo un po’ occupandomi d’altro, mi rispondono “Sì, non vediamo l’ora, ti proporremmo novembre se per te va bene”. Io purtroppo a novembre avevo pochissimo tempo a disposizione perché ero già impegnata con l’insegnamento al Catalyst a Berlino e quindi mi sono dovuta ritagliare una cosa di quattro giorni, un weekend velocissimo. Abbiamo fatto tipo 40 ore chiusi nell’Elektronmusikstudion, compressi! La cosa bella è che l’Elektronmusikstudios è accessibile 24/24 quindi una volta che sei registrato ed hai le chiavi, se lo studio è libero e ti punge vaghezza di andarci a lavorare ci vai! Non sono mai stata così estrema perché l’età si fa sentire…

Giustamente!

Però sono riuscita a condensare tutto in poco, pochissimo tempo.

Con chi eri? Hai dei tecnici stanziali che ti accompagnano? Come funziona?

No, no no no no no no no, ero io, con mio marito, il mio fido compare per tutti i viaggi, abbiamo un gran piacere a viaggiare insieme quindi mentre ero chiusa dentro allo studio lui faceva il turista, però sì, chiaramente hai a che fare con i tecnici dello studio e per qualsiasi supporto tecnico sul funzionamento degli studio puoi riferirti a loro. Ma io sono agente singolo, anche dal punto di vista tecnico, quindi..,

Ed una volta che ti sei trovata con il pacchetto residenza registrata come si sono evolute le cose? Hai capito subito fosse materiale sul quale lavorare per poter fare un disco oppure ancora non ci pensavi?

No, io sono partita con la mente molto sgombra. Perché, appunto, la cosa importante è che quando mi sono trovata ad avere a che fare con l’Halldorophone in primis è scattato il tentativo di utilizzarlo come violoncellista. La mia mente da violoncellista lavorava, mi ero portata il mio archetto cercavo di capire cosa potessi farci suonandolo come un violoncello. Però dal punto di vista non sonoro, musicale e sonico, non l’ho trovato interessante e quindi mi sono concentrata sul cercare un approccio che fosse interessante per me. Perché sì, diciamo, le tecniche del violoncello esteso possono funzionare ma non era scattata la scintilla. Lo ha fatto quando ho abbandonato l’interazione come violoncellista ed ho iniziato ad approcciarlo come macchina sonora, a concentrarmi molto di più sull’effetto trigger, dell’excitement dello strumento, il tipo di materiale sonoro che potevo ricavarne, sulla parte del feedback, il cuore…il microchip sul quale si basa l’architettura dello strumento. Non so se ti è capitato di informarti ma è uno strumento che è proprio basato su loop di feedback e quindi ascoltando questo tipo di suono, comletamente diverso dal violoncello, mi sono scattato altri calcoli compositivi.
Poi sono tornata a casa, ho lasciato il materiale a sedimentare un po’ e col tempo a favore è venuta fuori l’idea di riprendere questo materiale e cercare di capire che farci. Dopodiché il risultato è stato quello di un processo esperienziale, nel senso che testando e provando a sperimentare diversi modi a me più familiari di lavorare a quel materiale alla fine, andando per esclusione, siamo arrivati ad una cosa molto più astratta, concentrata sulle frequenze e basata sul processo generativo. Diciamo che le frequenze che andavo ad estrarre avevano una ragione matematica, che ho usato come lanterna per guidarmi sulla composizione, ecco.

Ho ascoltato il disco, in prima battuta lo faccio senza leggere troppi comunicati ne indirizzi, per capire cosa mi diano ed ho trovato il disco molto paesaggistico. Ho trovato suoni quasi desertici e diversi suoni asiatici. Non so perché ma mi ha riportato ad un’immagine del west con l’immigrazione cinese, con tutto ancora in divenire ed ipotizzavo delle musiche che ai tempi si potessero fondere in un certo modo, anche se coscientemente dubito ci azzeccasse qualcosa con questo lavoro. Ma è importante quello che percepisce l’ascoltatore di un disco elettroacustico come il tuo e quello che tu vuoi trasmettere? Qual è la valenza, il discorso fra te che lo immagini e l’ascoltatore che forse lo percepisce in tutt’altro modo?

Guarda, anche quell’aspetto, l’aspetto della reazione dell’ascoltatore mi piace molto e che mi piace molto anche non controllare. Io come tutti ho la mia narrativa, la storia di quello che è successo prima, ho un’idea che nasce e che si forma (quello ovviamente nasce dal mio contesto) ed ha senso per me. Poi la cosa più bella, sorprendente e gratificante è sentire come questa storia che tu metti nell’universo, questa bollicina, interagisce con altre persone e crea altre storie. È bella perché poi la storia reale che c’è dietro, il mio pensiero, è semplicemente ok (se lo volete sapere), ma quel che conta è la parte musicale che ha un valore assoluto e prescinde da ciò che io voglio raccontare. Almeno, io la vedo così, nel senso che è molto più interessante poi vedere, capire come il mondo sceglie di interagire con la musica i musicisti producono. È anche significativo perché ti spinge a scoprire dei lati della tua creazione e della tua creatività che il pubblico ti rimanda indietro. Non è uno specchio ovviamente, è un qualcosa in più e quelle cose in più aiutano a definire il mosaico, ecco. Trovo molto bello quando la gente mi dice “ascoltando questo disco…” oppure “ascoltavo questo disco durante questa fase della mia vita…”, in primis perché mi fa estremamente piacere, credimi, sono estremamente grata di poterlo fare, ed è una cosa preziosissima, è una cosa che mi fa stare benissimo, ha ah!

Beh, effettivamente anche tu scopri l’effetto del tuo suono e della tua musica, cosa non così scontata ed intrigante..

Sì, da una parte fa parte del processo in sé. I minimalisti dicevano che la musica sperimentale ha cambiato tutto perché non si focalizza più sul risultato bensì sul processo ed in questo caso anche per me, l’aver fatto un disco così è stato decisamente diverso dai dischi precedenti. Questi continui feedback, letteralmente, che tornano indietro, sono parte del processo in sé, questo disco non è un disco di musica pop né di musica estremamente melodica e l’idea è comunque esplorativa. Vedere che questa esplorazione triggera altre cose fa parte del processo.

Ragionavo un po’ sulla tua discografia. Tra il 2029 ed il 2025 sei uscita con quattro dischi uno più bello dell’altro. In che fase della tua carriera ti trovi? Non sono moltissimi anni che incidi come solista però ti sei costruita credo una bella personalità sonora, che sentimento ha rispetto a te stessa? Rifletti mai sul momento che stai vivendo come musicista?

Assolutamente! Non per ossessione del sé ma credo, mi sento di essere un momento assolutamente formidabile. Mon perché stia succedendo nulla di particolarmente frizzante ma perché per la prima volta, devo dire, nella mia vita, mi trovo in una condizione di assoluta libertà, che è una cosa estremamente preziosa e che comunque è il risultato di anni di esperienza precedente super diversificata. Trovarmi alla soglia dei cinquant’anni a continuare a pensare a quale sarà il prossimo passo ed a costruire ciò che mi piace di più, (il poter esplorare ed poter suonare, il violoncello poi è solo un pretesto, è stato u punto di partenza). È stata una grandissima fortuna, anzi più che fortuna un grandissimo privilegio. Privilegio non dovuto soltanto a me (mi trovo in una situazione di grazia) ma anche perché sono circondata da colleghi, altri artisti e persone interessanti ed interessate al mio lavoro, curiose, in un posto dove anche certe cose sono più semplici per questioni logistiche, sociali e sistematiche. Per cui sì, devo dire che la riflessione è costante ed è entusiasta. Mai 20,25 anni anni fa avrei pensato di vivere in una costante scoperta, finché funziona siamo estremamente grati e felici di poterlo fare, ecco!

Son contento di questo, bene!
Sull’Halldorophone invece, che è stato usato molto per musica cinematografica…l’idea di lavorare per il cinema come la vedi? È un aspetto che ti risulta interessante (nel caso cosa ti piacerebbe fare) oppure per il momento non è una strada che stai percorrendo?

Allora, mi è capitato, a parte insomma la mia esperienza precedente, di lavorare a progetti molto piccoli ed indipendenti e devo dire che mi piace molto. Anche recentemente mi è capitato di partecipare ad un progetto per rifare la colonna sonora di Satantango di Bela Tarr assieme a Mihály Vig, Shed (René Pawlowitz), KMRU, Elena Kakaliagou e Grischa Lichtenberger ed ed è stato un lavoro bellissimo. L’interpretazione, la connessione con l’immagine mi viene abbastanza bene (non vorrei sembrare arrogante), mi piace lavorare alla musica attraverso le immagini. A farlo come mestiere dico sempre perché no? Ma fino ad ora non mi sono arrivati mai progetti che non fossero estemporanei ma parlando così del cinema commerciale (tra molte virgolette). Non mi è mai capitato di essere stata contattata, devo dire che però, c’è un però, mi piace moltissimo, mi piace parlare di connessione fra suono ed immagine ma il mio medium favorito è sempre il suono e dovendo scegliere fra il fare dischi o colonne sonore preferisco fare dischi, preferisco fare musica per musica.

Ma, mettiamola così, giustamente dici di preferire produrre musica per musica, ma se un regista dovesse tradurre la tua musica in immagine, che regista potrebbe farlo? Chi potrebbe rappresentarla?

Aah, è molto difficile rispondere a questa domanda perché in primis sono molto pigra, non sono una cinefila aggiornata e quindi mi verrebbe Andrej Tarkovskij, mi verrebbe un cinema un po’ diverso, che rimanga un po’ sperimentale. C’è da dire che mi hanno spesso, non per questo ultimo lavoro ma per quello precedenti, dato un feedback molto cinematico che ha la mia musica…quindi sì, Tarkovsky! Lo scorso mio album tra l’altro è stato ispirato dal libro di Stanislav Lem Solaris, quindi cè un fil rouge. Magari anche Stanley Kubrick (scomodiamo proprio l’olimpo intero?) diciamo che non sono così aggiornata sul cinema attuale…

Beh, Tarkovski e Kubrick vanno benissimo come fari, sono comunque stati due bei luminari…

Sì, ma più che altro perchè loro come registi sono stati in grado di fare un lavoro unico con la musica, non credo (poi è chiaro, è sempre difficile dirlo, poi io mi occupo di musica e non di cinema, quello lo lascio agli esperti) che il lavoro peculiare di groundbreaking che è stato fatto con la musica sia stato ripetuto. Sono stati due registi che hanno risollevato la musica di un grado gerarchico rispetto all’immagine. Hildur Guðnadóttir invece per esempio, il lavoro che ha fatto con The Joker: c’è questa scena famosa con Joker allo specchio in cui c’è questo solo e la musica (ricordo bene quando la vidi), la musica era assolutamente al di sopra delle immagini. Quando mi capita di vedere Kubrick o Tarkovsky c’è questo senso in cui la musica non accompagna l’immagine ma è interdipendente con la trama narrativa della storia. Questo vuol dire che la cosa funziona: io ora insegno al Catalyst di Berlino e riguardo alla sonorizzazione di media (non necessariamente solo per film) molto spesso tantissimi studenti mi chiedono come fare a sapere quando la composizione vada bene. Che è una domanda molto legittima ed ha a che fare con livelli cognitivi molto complessi ma che per farla semplice funziona quando funziona! Tu vedi la scena e non sei distratto da nulla, sei risucchiato nella narrativa, a volte hai la musica e quindi trovi l’immagine giusta, altre volte l’opposto, devi creare della musica che funzioni su un oggetto preesistente. Ho perso il un po’ il filo ma essenzialmente credo sia questo.

No, è perfetto, mi hai anche anticipato perché volevo chiederti del tuo ruolo come insegnate, poi è chiaro che devi trovare una collocazione giusta, uno sposalizio fra musica ed immagine per soddisfare le parti, quindi giustamente da musicista per te è interessante non essere un commento ma la collaborazione risulti pregna.

Sì, poi andiamo a toccare anche dei livelli che sono metacognitivi quindi non si possono descrivere proprio perché…quando, per fare la prova del fuoco, si fa fatica a spiegare il perché è proprio perché abbiamo toccato il livello giusto, ecco! Mi piace pensare di comporre musica che continui a portare questo tipo di contenuto. Tornando al discorso di prima quando un ascoltatore ascolta non c’è qualcosa di preconfezionato che deve seguire, mi interessa parlare un pochino più non tanto al subconscio quanto al meta-cogintivo.

Per quanto riguarda l’insegnamento invece, immagino i tuoi studenti siano giovani musicisti. Che cosa insegni e come funziona l’insegnamento musicale non da insegnante ma da musicista come sei tu? Come provi a far passare quanto?

Eh, premessa: io insegno da due anni (questo è il terzo) al Catalyst Institute for Music and Technology qui a Berlino che è un’università privata. Lavoro nel dipartimento musica per i due programmi di Electronic Music Production & Performance and Creative Audio Production, due programmi di bachelor. Mi occupo principalmente di composizione: i miei temi favoriti e forti sono composizione, performance con all’occorrenza allungamenti verso il sound design. Mi occupo anche della parte un pochino più mondana che è come si può essere un musicista freelance ed indipendente, relativa alla parte di business.

Come vedi gli studenti? Quanti anni hanno?

Diciamo che vanno dai 28 ai 40? Essendo un bachelor lo spettro è molto ampio, la prospettiva è molto interessante e per me come musicista è molto privilegiata perché mi trovo a dovermi confrontare costantemente con la diversità. Diversità di esperienze, domande, ho a che fare costantemente con questioni, non sempre ho le risposte ma devo indirizzarli nella direzione nella quale potranno trovarle. Diciamo che per me è una posizione privilegiata perché mi spinge ad essere curiosa: sono confrontata con persone proveniente da tutto il mondo, da qualsiasi fascia d’età, qualsiasi fascia sociale, il background che loro portano come artisti in divenirec avere acceso a questo tipo di esperienza avendo la responsabilità di cercare di fornire degli strumenti per rendere questa esperienza curiosa ed interessante è notevole e cerchiamo di occuparcene.

Beh, credo sia molto stimolante!

Ho a che fare con un gap generazionale, (non sono Matusalemme ma vado verso i 50) essendo alcuni studenti diciottenni, nativi digitali, con punti di riferimento proprio differenti. Nella mia gioventù c’era il grunge, in urbana, tutta questa sponda americana, ed ho avuto accesso al mondo sperimentale in un secondo tempo per fortunate circostanze. Diciamo che quando ero piccola io c’era l’underground della Sub Pop e parlando con loro, facendo degli esempi, esce il fenomeno Riot Grrls o menzioni delle fanzine e vedi che come risultato c’è un cespuglio rotolante. Allora chiedi ed il 98% di loro ti risponde di no perché hanno 18 o 19 anni, non hanno idea di un fenomeno non solo da un lato oggettivo ma tutto il costrutto sociale. Questo non mi rende migliore, ma proprio diversa, come essere umano e come musicista. Essendo più adulta, con un tratto dj vita più lunga, vengo poi confrontata con i Social Media, Internet, cose che ho dovuto imparare nel temp. Quando racconti che da giovanotta non c’era internet ci sono tanto d’ovchininsomma, come se si parlasse di una preistoria…

Beh, il cambiamento è stato potente, ho qualche anno meno di te ma è inevitabile!

Loro hanno una velocità formidabile, una cosa che non è sempre facile da gestire: sono esposti come individui ad una velocità come abitudine che rispetto al silenzio, alla lentezza, non c’è questa cosa.

Certo, mia figlia ha 9 anni e per lei ascoltare un disco intero solo di un’artista non è stato evidente all’inizio…

Assolutamente! Quando ero più piccola musicisti più grandi di me venivano dagli anni ’80 e ’90 dove c’era grande importanza per l’outbord, c n’erano i compressori, le cose…quando arrivano quarti ragazzi dalla Indonesia a fare questa musica elettronica assurda perché ci manca l’alfabeto per decodificarla, hanno un orizzonte formidabile e lo fanno con uno scaddatisdimo MacBook ed una scheda audio da 50 auro! Non siamo ovviamente nel reame dell’audio filo ma c’è una differenza che trovo di grande ispirazione, formidabile!

Credo che questo possa letteralmente aprirti la mente vedere cosa possano fare persone nello stesso luogo con storie diverse!

È una prospettiva bellissima, parlo da musicista, essere esposta a questo è fantastico!

Volevo chiederti di Karlrecords, che è la tua etichetta di riferimento negli ultimi anni. Come funziona? Vedo che ha prodotto tantissimi dischi di un panorama abbastanza esteso. Che tipo di struttura è? È incasellata e quindi come Martina Bertoni tratti con Thomas Herbst oppure c’è scambio fra artisti ed uno spirito di contatto? Che tipo di casa è Karlrecords?

Allor, Karlrecords…ovviamente poi non voglio parlare per loro ma racconti la mia esperienza, che continua ad esser estremamente positiva. Vivo ancora in un momento nel quale chiedi di darti un pizzicotto perché non avrei mai pensato di esser qui. Più che un’etichetta ha un approccio che si può definire come curatela, una curatela di artisti sicuramente diversi ma accomunati da un approccio sperimentale che non è definita come avanguardie o assolutamente legata all’inprovvisazione, nello stesso roster c’è Keji Haijno, Zeitkratzer, Martina Bertoni, siamo accomunati dall’abitare dentro a questa mappa dove tutto è curato con molta attenzione. Non per snobberia me perché se a Thomas (Karlrecords è una one-man operation) piace quello che fai lui è disposto a crederci. Un misto fra una community quasi, ma un po’ old school vista l’età degli artisti (il che per me è un punto wow!). Ci si vede spesso per una chiacchiera perché c’è un piacere a parlare di musica, vedersi alle serate per i concerti, che è quello che ci tiene insieme, un senso di comunità e l’essere insieme su una barca in cui crediamo e rispettiamo entrambi. Per me lavorare con loro è un onore estremo ed ha un valore.

Credo sia l’idea romantica di etichetta che ho anch’io, nella cura e nel seguito.

Certo, poi ti espone essendo un tipo di curatela che spinge sul luminale ma in senso molto musicale ed assoluto, non è legato al trend ed ho notato come ci sia molta ideologia ma non in senso politico, è importante come si fanno le cose che è molto simile al DIY del passato, quando si faceva l’etichetta perché si credeva che andasse fatta in un certo modo, un incredibile valore aggiunto che provo a stare con loro, oltre all’avere vicino dei veri e propri eroi di gioventù! Avere un Bill Laswell, un Keji Haijno, wow!

Tu oltre che violoncellista se anche un’ascoltatrice di violoncelli? È uno strumento che adoro e quando riesco a trovare musicisti da approfondire mi illumino completamente, tu ne hai da consigliarci?

Assolutamente! Beh, non ti consiglio Julia Kent perché è conosciutissima e bravissima, ma andrei su Lucy Railton, specialmente l’ultimo lavoro. Lei lavora anche con Kali Malone e tende a spingersi in maniera molto interessante, il rojbkena per me del violoncello è che tende ad essere troppo violoncello e lo consoci troppo. In trent’anni il mio rapporto con lo strumento è stato convulso, una lotta e quando tutto diventa violoncello si è un orizzonte limitato. Il lavoro di Okkyung Lee è molto interessante pur essendo principalmente dedita all’approccio improvvisativo.

Grazie mille! L’ultima domanda: con l’Halldorophone riuscirai ad esibirti o rimarrà un processo da studio?

Certo, il sei agosto sarò a Reykjavik quindi porterò l’Halldorophone anche non mi esibirò con lo strumento. Non è uno strumento commerciale, va costruito ed Halldor ha bisogno di fondi abbastanza consistenti per farlo, è un lavoro di ricerca universitaria. Ci sono un paio di proprietari ma comunque non potrei rifare il disco così com’è con l’Halldorophone essendo una composizione elettroacustica.Suonerò il materiale registrato con un set/up di sintetizzatori, macchinine varie ed elettroniche che mi permettono di potermi esibire, il 4 di ottobre ci sarà la prima italiana a Romaeuropa festival proprio di questo lavoro. Lo hanno richiesto come orenière italiana ed anche lì, pizzicotto! Lo porterò ancora in giro, l’ho già presentato un paio di anni fa al West Germany a Berlino, una situazione molto underground ma il set/up mi è piaciuto molto, funzionale e divertente da suonare per me e spero anche per il pubblico da ascoltare!

Fantastico, grazie mille Martina, grazie mille sul serio!

Grazie mille a te, mille, mille mille, mille!