Martina Bertoni – Electroacoustic Works for Halldorophone (Karl, 2025)

Credo che la visione e la sensibilità di un’artista si legga e si oda nonostante i suoi lavori ed i suoi strumenti e la capacità di trasmettere parti se stessi in diversi ambiti e momenti sia il tratto della propria eccellenza. Conobbi la musica di Martina Bertoni attraverso Teho Teardo e da allora i suoi colori ed i suoi agiti mi sono sempre calzati come un guanto. In questa nuova opera, nata da una residenza artistica presso gli storici Elektronmusikstudios di Stoccolma, si cimenta con un Halldorophone, strumento creato dall’artista e designer islandese Halldor Ulfarsson che permette di creare bordoni sonori che si alimentano attraverso le vibrazioni (e che ha portato all’oscar lo score di Hildur Guðnadóttir per il The Joker di Todd Phillips). Ma, ancora, uno strumento è solo un mezzo e Martina lo utilizza e costruisce sul risultato ottenuto con i suoi feedback, guidandolo in quattro movimenti per complessivi 50 minuti, trascinandosi con sé su lande desolate. C’è un ombra di morte e di oriente in Nr.1 Omen in G, come se Jim Jarmusch si fosse trasferito in pianta stabile al Far East festival, in un poetico manto di grigi. Sono bordoni gentili quelli che imposta Martina, quasi una sonorità base di un ambiente entro il quale opera traendo placide nenie trance come in Nr.2 Nominal D. È un suono che porta alla danza e che fa riemergere ancora più forti le immagini evocate, un territorio lontano nel tempo e nello spazio, liminale, l’oriente ed un suono che in maniera non dissimile poteva unire le grandi pianure nelle cerimonie più eteree e notturne. Poi tutto si espande, come cerchi concentrici in uno specchio d’acqua, in una serenità che sembra unione con il cosmo e gli elementi, in un equilibrio circolare ed ondulatorio che sceglie di lasciare traccia di sé in una lunghissima coda di suono, oscillante e sorniona. Il brano conclusivo, Nr.4 Organon in D, gioca con
l‘immaginazione e la mente, richiamando prima una chitarra, poi un organo ed un piano. schermandosi in tocchi che caratterizzano le diverse fasi, per poi riunirsi in un bordone ascendente, screziato soltanto dai gesti e dai movimenti della maestra di cerimonie, Martina Bertoni.