Maria Mazzotta, il tradimento e la tradizione.

Parlare con Maria Mazzotta è un’esperienza profonda e senza filtri, ti catapulta nella vita e nella musica, in un rispetto della tradizione ed uno slancio che ormai dura da moltissimi anni. L’occasione è stata la pubblicazione del suo ultimo disco, insieme a Raül Refree, San Palo di Galatina. Un nuovo capitolo di canti e di suoni che dal Salento toccano Barcellona e l’Europa intera.

Qual’è il tuo primo ricordo della musica popolare? Chi cantava da te?

Guarda, come spesso mi è capitato di raccontare io non conoscevo la musica popolare, studiavo al conservatorio arpa e pianoforte e non sapevo proprio dell’esistenza della musica popolare. Venivo da Lecce, sono del 1982 e quando avevo 14, 15 anni quel che conoscevo era soltanto la parte più folclorica, ludica, meno associata ad un’utilità. Per me quella interessante è quella legata ad un rituale ed una funzione importante e non la conoscevo. Quando, per caso, assistetti al concerto di un gruppo che all’epoca si chiamava Aramiré, uno dei primi gruppi legati alla riproposta nati in Salento che ormai non esiste più. Quindi mi capito di assistere a questo concerto, niente sapevo di questa pizzica e ne rimasi rapita, soprattutto per la sua libertà. Io venivo dal conservatorio dove tutto è studiato, perfino le dinamiche sono dettate, non puoi muoverti più di tanto, le note sono quelle, la velocità. Lì al contrario riscontravo una certa libertà, anche il fatto che il pubblico potesse partecipare battendo le mani senza essere soltanto ascoltatore. Mi sono incuriosita, interessandomi ed iniziando così le mie ricerche.

Come ci si approccia oggi alla musica popolare? Come scegli i brani? Come si costruisce un lavoro come in questo caso?

La domanda è ampia. Con Raül Refree è successo questo, io l’avevo conosciuto tramite altri lavori che lui aveva fatto, come quelli con Rodrigo Cuevas e Lina, quindi lo contatto scrivendogli una mail dicendogli che avevo il piacere di creare qualcosa insieme. Lui mi ha risposto subito, abbiamo fatto una videochiamata e l’ho invitato qui in Salento perché per me la musica tradizionale è anche specchio di quello che sono i colori e gli odori della terra, le facce delle persone. Non sono cose per le quali ti basta sentire un cd od un disco per aver imparato, capito e compreso la musica tradizionale, devi davvero viverla in un certo senso. Quindi l’ho invitato ed il caso ha voluto che lui venisse durante le vacanze di pasqua nella settimana santa con tutte le processioni. È venuto a Taranto in particolare dove la tradizione delle processioni e della Madonna che va in cerca di Gesù è una cosa molto sentita e molto, molto grande. Per cui siamo partiti proprio dal venerdì santo ed il primo brano che gli ho proposto era quello che poi su disco si chiama Lunidia Marina che è uno stabat mater, un canto che noi utilizziamo qui in Salento per la processione del venerdì santo e che accompagna il percorso della Madonna che va in cerca di Gesù. Ho iniziato quindi la ricerca del repertorio anche grazie alle registrazioni esistenti focalizzandomi sulla Madonna e sul femminile visto che sono donna ed anche nel mondo del rituale e da lì ho iniziato a proporgli una serie di brani e fra questi abbiamo fatto una cernita. Sono brani legati al femminile, a come la donna può raccontare la tradizione salentina. Per me questo progetto, questo spettacolo è proprio la rivalsa della donna. Si parla di San Paolo di Galatina, figura che doveva curare queste donne (perché erano soprattutto donne anche se c’erano anche uomini che cadevano in questa malattia del tarantismo anche se principalmente erano donne). Ernesto de Martino ha documentato qualche caso maschile, le turbe mentali prendono l’uomo così come la donna però principalmente sono donne, e perché sono donne?
Perché la situazione della donna era quella che era, la donna doveva star zitta, non poteva parlare, non poteva esprimersi, divertirsi, sfogarsi, urlare, cantare e liberarsi dal male, ubriacarsi. Ecco che con questo spettacolo la donna del Salento finalmente prende in mano le redini in un certo senso è si libera, canta, denuncia, dice apertamente. Ho ricercato tutti quei brani che potessero evidenziare questo cambiamento in un certo senso.

Sì! Ragionamento che non fa una piega, per me essendo svizzero e lontano dalla tradizione salentina capire tutti riferimenti non è mai scontato ascoltando solo il disco quindi mi è molto utile questa cosa! Mi è piaciuto moltissimo l’inclusione del Cor Plèiade, cosa volevate costruire con loro?

Allora, questo ti dico già che è Raül! Raül si è occupato degli arrangiamenti mentre io ho scelto il repertorio che gli ho poi proposto. Allora succede questo, Raül quando l’ho contattato mi ha detto: “Guarda, a me interessa fare qualcosa con te però non c’è un urgenza”. Io da parte mia gli ho detto idem, va benissimo, non abbiamo fretta, non sapevamo nemmeno se avremmo fatto un disco, un ep, un lp. Vediamo che cosa succede, intanto vediamoci. Così come ho già detto è venuto, gli ho proposto una decina di brani che poi sono quelli finiti nel disco. Dopo qualche mese a lui viene data carta bianca per un festival in Spagna, il Grec, dove doveva fare uno spettacolo che avesse a che fare con le baccanti. Quindi lui ha chiamato un regista spagnolo ed insieme hanno pensato alla drammaturgia, allo spettacolo che oggi facciamo col coro, quindi è stata una sua idea di chiamare il Cor Plèiade e di creare questo spettacolo perché effettivamente nello studio del fenomeno del tarantismo, del rituale del tarantismo c’è qualcosa di origine sconosciuta, però ci sono diverse correlazioni con le baccanti, con i riti dionisiaci, con queste donne che cercavano di liberarsi dal male. Entravano in trance, ballavano, qualche studioso ha trovato delle correlazioni ed è da qui che è nata questa collaborazione. È uno spettacolo che noi portiamo in giro, con tutta la meravigliosa drammaturgia e con il coro.

È uno spettacolo che portate in giro da ben prima che uscisse il disco, corretto? Mi è cascato l’occhio ed ho visto che siete passati anche in Ticino già nel 2023…l’idea del disco c’era già inizialmente e poi ha preso altre vie?

No, come detto prima ci siamo trovati, poi dopo qualche mese c’è stato questa richiesta a Raül che mi ha chiamato e dove abbiamo provato a fare questo spettacolo. Prima c’era stato un mini-spettacolo, in duo, poi il Grec e poi il disco. Io ho registrato le voci molto tempo prima e lui, piano piano, ha aggiunto i suoni, la chitarra, l’organo e tutti gli strumenti.


EVOÉ – Raül Refree & Maria Mazzotta & Jordi Oriol & Cor Plèiade & Andreu Fàbregas
Festival Grec / P62

Post-pubblicazione? Avete già degli appuntamenti in programma o come vi muoverete?

Sì, sicuramente avremo degli altri concerti, in Macedonia, Francia, Spagna e Portogallo, ma non ci sarà proprio un tour di presentazione anche perché noi l’abbiamo sempre pensata così. È qualcosa che avviene in maniera naturale e spontanea e l’idea del disco è nata un po’ per fermare questa cosa. Abbiamo fatto una data di presentazione a Parigi il primo febbraio al Téâtre de la Ville ma non abbiamo pensato con il nostro booking di fare dei periodi lunghi di esibizione, perché tanto questo non è un progetto che nasce e muore e possiamo permetterci di lasciarlo libero.

Hai pubblicato nel 2020 Amoreamaro e nel 2024 Onde, due dischi solisti, ma lavori anche spesso in collaborazione con altri artisti. Che differenza c’è in questa due modalità di lavoro e com’è andata nello specifico con Raül?

Tutto! In Amoreamaro ed Onde sono io che lavoro totalmente sul disco, per carità, nella scrittura capita di farla insieme ma decido io la direzione. Ti faccio un esempio, quando per Onde abbiamo iniziato a lavorare in trio con il chitarrista la sua idea era quella di lavorare sia con la chitarra acustica che con quella elettrica, cosa per la quale gli ho detto no direttamente, avevo l’esigenza dell’elettricità e l’acustica non la volevo. Ho un potere decisionale, questo brano non va bene? Punto. Con Raül invece è stata una cosa completamente differente, opposta. Tu pensa: lui è un produttore ed io per la prima volta volevo proprio affidarmi ad una figura del genere, anche perché, ripeto, i dischi che lui ha fatto io li adoro. Sia le prime cosa con Rosalìa con la chitarra flamenco in acustico che con Lina, i dischi a nome Raül Refree, diverse cose che ha fatto mi piacciono proprio da morire, mi piace il suo suono. Quindi, quando abbiamo iniziato a lavorare io mi sono affidata a lui totalmente, anche se pensavo comunque di poter cantare come sono abituata a cantare. Quando facevamo le prove lui in un certo senso mi ha cambiato totalmente le tonalità per portarmi in un range vocale che per me non era comodo per niente. “Ma perché tutto questo?” Mi chiedevo? Dopo la prima prova nella mia camera piangevo, chiedendomi che cosa stessi facendo, perché tutto questo? Poi ci ho riflettuto, dormendoci su e la mattina, quando l’ho rivisto per il secondo giorno di prova gli ho detto che stava prendendo tutti i miei anni di esperienza, di crescita vocale, dei miei ascolti e li stava mettendo da parte perché voleva che ritornassi alla potenza del canto dei miei primi anni, quando ho iniziato a fare musica tradizionale e come riferimento avevo soltanto quella, senza nessun’altra influenza e conoscenza. Questa cosa mi destabilizzava completamente perché il suo modo, la maniera in cui mi faceva cantare a me non piaceva, per me era un’involuzione. Io mi sono evoluta nel canto, percorrendo una strada e lui mi stava facendo tornare indietro, però gli ho detto che avevo fiducia in lui, che era una persona che stimavo molto e che quello che mi stava facendo cercare era per me uno stimolo ulteriore per cercare e trovare quella bellezza che lui sentiva ed io non ancora. Dovevo solo continuare a cercarla e per me quello è stato un fattore positivo e di crescita ulteriore. Quando poi abbiamo registrato il disco lui, dopo il primo tragico e potente momento, è stato molto aperto nel farmi provare insieme le diverse opzioni. Per me è stato uno shock iniziale perché evidentemente lui aveva le idee chiare scegliendo quasi il mio modo di cantare ed io ho dovuto cercare cosa ci fosse di interessante in questo modo di cantare e credo di averlo trovato.

Immagino che dopo il primo momento questa situazione possa essere stimolante…

Assolutamente! Perché sai, ci sono artisti che su questo non si muovono mentre io quando faccio un disco chiedo e cerco le critiche. Il bellissimo ed il bravissima non mi fanno crescere. Però dall’altra parte quelli che ti dicono che dovresti migliorare questo o provare quell’altro…là è la crescita.

Anche vero che poi ogni disco ed ogni incontro è unico. Qui si percepisce come ci siano due mondi e due visioni e la forza del disco è proprio questa. Ero curioso di vedervi dal vivo proprio per la sua possibile resa. Rispetto alle tue collaborazioni Raül già è musicista difficile da incasellare per mondo sonoro e non sapevo che aspettarmi, rimanendo molto sorpreso.

Sai cos’ha funzionato secondo me? Che a monte siamo due musicisti che amano (tra virgolette) stravolgere, sconvolgere e tradire la tradizione. Sono d’accordo sul fatto che la tradizione non possa rimanere ferma in un museo. Non è immobile, si evolve, cambia, muta, è soggetta ad una trasformazione continua ed è sempre stato così, quindi anche ne mio modo di trasporre la tradizione per forza devo metterci il mio, devo cambiarla, anche se non forzatamente. Questo ci accomuna, so, come dire, che i puristi non mi amano molto e credo che anche in Spagna, così come qui nel mio mondo, questi puristi non vedano di buon occhio il nostro lavoro, mentre noi siamo convinti ed andiamo nella nostra direzione senza perderci assolutamente, provando a riportarla secondo il nostro sentire.

Diversi musicisti dei quali ho letto o coi quali ho parlato dicono che la musica si crea, ti passa attraverso e cambia: così immagino abbia fatto con voi e parte di voi passa nel repertorio. Immagino che i puristi vedano la traduzione in maniera rigida e possano essere spaventati…mi chiedevo però: che tipo di riscontri hai dalle persone magari più anziane, che hanno portato avanti questo repertorio come ascoltatori affezionati?

Guarda, ti dico sinceramente, cosa che da una parte mi onora e dall’altra mi stupisce, ma poi se ci rifletto bene dico sia tutto normale e va bene: le persone anziane, anche e soprattutto chi questa musica l’ha fatta, nel senso che davvero aveva una funzione e l’hanno suonata ed adattata in realtà sono entusiasti dal mio modo di rifarla! Inizialmente penso madonna, la stravolgo, ci metto la chitarra elettrica addirittura, però in realtà la spiegazione qual’è secondo me? Semplicemente io tratto la traduzione provando a conservarne la funzione. Anticamente quando le persone cantavano nei campi mentre raccoglievano le olive o coltivavano il pomodoro, perché lo facevano? Aveva una funzione il canto: cantare in un certo modo permette di andare in iperventilazione facendolo con un certo volume, con la testa bassa, piegati. La testa già è lepre passano un po’ più veloci…siccome bere non puoi bere, così facendo ti inganni. Quando uno deve riproporre la musica tradizionale fra il cambiarla, stravolgerla facendo delle manovre secondo me anche sbagliate c’è una linea molto sottile. Allora, dov’è che è giusto secondo me riprovarla e tradirla? Quando tu sei sicuro del fatto che la funzione la stai conservando. Se la funzione è far piangere, emozionare, far pensare all’amore allora tu, nel tuo io, nella tua parte più profonda devi pensare qual’è l’amore più grande che hai: per tua moglie, tua figlia, tuo padre, tua madre, per chi è e cantare a quella persona, a modo tuo, come lo canti ne 2026. Senza adottare modi, note…fallo a modo tuo ma resta fedele alla funzione. Infatti gli anziani che questa musica l’hanno veramente respirata e bevuta questa cosa la sentono. Il mio modo di cantare è totalmente sincero e quando tocco la musica tradizionale cerco veramente di farmela scorrere dentro, cercandone la funzione. Questa cosa si percepisce in maniera chiara e le persone credo che apprezzino molto questa cosa e di conseguenza anche il mio modo di cantare. Perché altrimenti potremmo contaminare la musica tradizionale con qualunque cosa ed è lì che arrivano quelle cose per me inutili, mischiando stili e strumenti a caso. È il brano a richiedere il necessario, ha un’esigenza ed una funzione. Se là si rispetta allora è ok.

Credo che alla fine poi la qualità venga a galla e resti il buono, no?

Il segreto, al di là della qualità, è proprio questo nelle musiche tradizionali. Indipendentemente che io sia una cantante di qualità, non mi interessa e non so se lo sono sinceramente, però so che lo faccio con profondo rispetto, ecco quel che voglio dire. Sono sacrosante le registrazioni degli anni ‘40 e ‘50, quando le persone andavano al lavoro col cavolo e non oggi con le auto. Oggi abbiamo i rumori della città, non c’è più il canto degli uccelli e tutto quel che era la tradizione. È sacrosanto tutto quello che è stato conservato e registrato: fondamentale perché senza quello la tradizione è persa. Noi siamo ricchi in Salento da questo punto di vista ma non puoi rifarla oggi come allora, quando il contadino stava lì col suono delle cicale. Non ci sono più le cicale o comunque ci sono i rumori delle auto che le coprono, punto.

Certo. Maria io ti ho chiesto tutto quel che potevo chiederti: tra l’altro per quanto riguarda l’ultima risposta ho conosciuto recentemente un ragazzo, Nicoló Biolzi, che seppur giovanissimo canta musica popolare lombarda e ticinese e parlando coi musicisti che lo hanno ispirato rispetto al canto sul lavoro ha ricevuto risposte identiche a quelle che mi hai dato tu, della musica come carburante, come estraniarsi dalla fatica…

Ma certo, assolutamente! Anche le ninne nanne, tante volte nella tradizione i testi sono forti e drammatici del calibro di “speriamo sia un maschio, perché se è una femmina non mi servirà a nulla e dovrò pure farle la dote”. Questa è la realtà, i contadini erano reali, non poetici e basta. La vita era questa, “ora mi tocca picchiarlo, se piange lo picchio”, quindi spesso si trovano dei veri e propri sfoghi femminili mentre la madre era lì coi propri bimbi. Un buttare fuor di fronte ad un bambino che nemmeno la capiva: la funzione, dobbiamo sempre pensare alla funzione e non dimenticarla mai, lì dobbiamo essere puristi, sul resto poi fare quel che vogliamo secondo me.

Perfetto, grazie mille Maria!

Grazie mille a te, buona giornata!