Maria Jikuu + Go Tsushima + Ottaven – 19/09/10 Circolo Creassant (Brescia)

Avevo appena iniziato a nutrire poco eleganti sentimenti d’invidia verso i genovesi e il loro Spazio Targa (che in questi giorni ospita Burial Hex, Ur, Corpoparassita e il duo Pilia/Malatesta) quando a distogliermi dai malsani pensieri spunta questa data bresciana. Gruppi mai sentiti, locale visto con la cosa dell’occhio ma mai frequentato: si va! Il Creassant è un piccolo capannone ristrutturato che funge da officina di bici (in maggioranza a scatto fisso, direi) e galleria d’arte all’insegna di un moderno artigianato.
Sul fondo, sopra due tavoli, sono sistemati gli strumenti che verranno usati questa sera: laptop, mixer, una chitarra, qualche distorsore. A scaldare l’atmosfera ci pensa Ottaven, nome dietro cui si cela Giovanni Donadini, che i più vecchi e punk ricorderanno per la sua militanza in With Love e Bluid e i più giovani e noise come membro dei Nastro Mortal e per l’attività artistica come Canedicoda. Aria persa tipica del personaggio e per non farsi mancare nulla, una lampadina accesa tenuta sospesa sopra la testa, un po’ Diogene e un po’ zio Fester, il nostro si cimenta, manovrando senza enfasi con l’unica mano libera, in un brano ambient sporco e mosso da flebili battiti, con strati distorsioni che danno forma a un’insolita psichedelia. Anche il vociare dei presenti meno interessati, che in un contesto normale risulterebbe irritante, pare integrarsi nel suono, quasi fosse una variabile consentita. Il pezzo maria_jikuu__creassantintanto, ben orchestrato, cresce nel volume dei bassi distorti fino al sfociare in un finale al rumor bianco. C’è un attimo di smarrimento, non è chiaro se la performance sia conclusa o meno, tanto che non scatta neppure l’applauso di rito, mentre il musicista lascia la postazione e si mette a parlare con alcuni dei presenti. Quindi è finita? No. Dopo un paio di minuti torna in posizione e parte con un nuovo brano, stavolta orientato su sonorità più industrial, ma leggermente meno coinvolgente. Arrivata la fine, sul serio stavolta, scatta l’applauso liberatorio, gesto convenzionale per una musica che non lo è per nulla. Tuttavia non abbiamo ancora visto (e sentito) il meglio. Dopo una ventina di minuti utili a riposare i provati padiglioni auricolari si fanno avanti i due giapponesi, Maria Jikuu in vestito quasi tradizionale, ipercolorato, al laptop e ai campionamenti, Go Tsushima in tenuta più casual, capello lungo e giacca di pelle, alla chitarra. Si parte col raccapricciante suono di frustate, scelta non casuale dato che la signorina lavora come frustatrice in quel di Kyoto: è una fortuna che l’esibizione di stasera non preveda la messa in scena di una performance con volontari scelti fra il pubblico. Dopo l’inizio sadomaso si continua fra secchi battiti sintetici e tenui melodie di chitarra, scorie pop che ci guidano a fatica fra i bordoni di rumore generati dal computer. Anche in questo caso parlare di psichedelia non è uno sproposito, sebbene lo spazio in cui si è trasportati sia meno etereo e più concreto e spigoloso. Se avete maria_jikuu__go_tsushima__creassantpresente il progetto di Masami Akita denominato True Romance, siamo più o meno in quei territori. Anche qui si va in crescendo e il finale è all’insegna di un chitarrismo di stampo hendrixiano ben presto sommerso dalle distorsioni sintetiche. Stavolta l’applauso è immediato e meritatissimo, per un’esecuzione che rivela classe purissima. Col secondo pezzo entra in scena la voce della signorina, sia preregistrata che live, in entrambi i casi pesantemente alterate dal vocoder, con le due fonti sonore che si sovrappongono e intrecciano in un mantra dall’effetto straniante. La chitarra è processata live attraverso il computer, prima dolcemente, poi in maniera sempre più pesante; se le voci suggerivano un abbraccio, un farsi trasportare, in questo caso l’effetto è decisamente respingente: i toni raggiunti sono saturi all’inverosimile, roba da mani sulle orecchie, anche se tutto finisce un attimo prima di portarci allo stremo, dimostrando grande sapienza anche nella gestione dei tempi. Se si è dotati di quel sottile masochismo o gusto della performance che permette di sopportare certe brutalità, un’esibizione come questa sa essere appagante come poche. La serata, almeno dal punto di vista musicale, finisce così (un plauso agli organizzatori: sono da poco passate le 22, come da programma, orario ideale visto il giorno pre-lavorativo). Per quanto un suono del genere sia più paragonabile a una terapia d’urto che non a una boccata d’ossigeno è proprio questo che rappresenta rispetto al ciarpame indie di ultima generazione che sta sommergendo la città. Per ora si è trattato di un evento più unico che raro; speriamo non rimanga tale a lungo.

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