Antuni è il terzo disco per Margenrot, progetto di Lusia Kazaryan-Topchyan, origini armene e russe, natali siberiani e basi moscovite. Il titolo, senza patria, ben rappresenta un popolo ed una situazione che nell’ultimo secolo ha vista una diaspora in più momenti per centinaia di migliaia di persone. La musica di Margenrot unisce senza fatica strumentazioni e musiche popolari con vis eltroniche orecchiabili e minime, tanto da sembrare a tratti una sorta di neo-classica 2.0 come in Suna no Onna. La realtà sonora di una nazione che così tanto ha ispirato il territorio e la discografia a noi prossima (penso ad Yerevan Tapes ma anche ai recenti racconti di Onga su un festival fruito in loco) affascina, così come la conoscenza di luoghi lontani attraverso il suono (sono passati un paio d’anni da quando approfondii la kazaka Men Seni Suyemin su altre pagine). Antuni è un disco che fa dell’equilibrio e della magia il proprio fulcro, valorizzando e lasciando esplodere bozze primordiali in sacche inquiete ed oscure. Brani come Ani sembrano unire tensione gobliniana ad influenze bristoliana, quasi potesse emergerne il Tricky più oscuro di sempre. La voce quando arriva è uno spettro che si unisce a fiati e percussioni, ma la sensazione è che tutto risuoni lontano, nascosto, intraducibile come alcune pagine dell’Aïsha Devi più misteriosa. In Tsitsernak il beat si fissa scomparendo di fatto e portandoci altrove, in una sorta di concretismo elettronico che lascia a bocca aperta. A tratti appaiono voci inquietanti come se fossimo dentro un rito stregonesco dove le bambole abbiano preso vita. Il soffio epico continua, portandoci a Spitak, dove il sentore di requiem acquisterebbe un senso viste le perdite avute con il terremoto che ne distrusse mura e popolazione nel 1988. Una sorta di fiaba nera dov’è basta un punto di comprensione e di visione per lasciare che il suono ci avvolga come un manto drammatico e spaventoso. In Seance poi sembra succedere di tutto: vociare ieratico, rintocchi di piano, basso profondo e fisso, canti di muezzin e paesaggi che sembrano scavati su radici e ferite profonde. Un disco misterioso, toccante, che con pochi ingredienti riesce a lacerarci.
Margenrot – Antuni (Rosa 15, 2026)
