Marco Giudici-Trovarsi soli all’improvviso (42, 2025)

La forma canzone mi fa paura, mi attrae, mi affascina. A volte mi provoca repulsione, altre riesce a farmi piangere e gioire nello stesso istante. Forse è proprio questo mio modo altalenante di percepirla che mi spinge ad andare oltre i primi ascolti di certi lavori, e così è stato anche in questo caso. Fin dall’inizio questi brani mi sono sembrati profondamente radicati nella struttura della canzone: comodi, quasi dichiaratamente innamorati della loro stessa architettura portante. Una sensazione immediata, chiara, che però non mi aveva ancora del tutto convinto.

Ma, come spesso mi accade, attratto dalla bellissima copertina e dagli arpeggi del secondo brano, ci sono tornato di notte, quando in casa tutti dormono e io mi rifugio a suonare e ad ascoltare prima che il sonno mi assalga. E bum! Chiudendo gli occhi e lasciandomi trasportare, tutto mi è parso finalmente al suo posto, come quando — dal vero o in sogno — ritorni nella casa della tua infanzia e ogni cosa è esattamente dove la ricordavi, perfino la luce calda che entra dalle finestre. E la commozione vince su tutto.

Nove brani, nove galassie in technicolor. Mentre rifletto su ciò che ascolto, il brano avanza con una sua pulsazione profonda e interiore, e io faccio fatica a elaborare questo caldo movimento che mi trascina. Il segreto, come sempre, è la semplicità: profonda, apparente, disarmante. Ti cattura e ti conduce in un’intimità altrui che diventa anche la tua, la nostra. È il caso del primo brano, che ha una struttura e degli elementi essenziali: tutto sembra fuori posto come in un dipinto di Magritte, eppure tutto è esattamente dove deve essere. Chitarra, basso, batteria e voce in Abitudini di vita ci prendono per mano, ricordandoci — come faceva Elliott Smith — che la fragilità è la nostra croce e delizia, e in fondo il nostro superpotere per affrontare le avversità di questo strano universo. La voce di Giudici, come impressa su una polverosa diapositiva, lentamente si mette a fuoco e diventa bruciante. Quella che sembra una voce gentile e aggraziata si rivela viva, in continuo divenire: mai ferma, mai del tutto decisa, sempre alla ricerca di trovarsi e riversarsi in un atto di estrema sincerità verso chi ascolta e verso se stessi.

Con Un bivio sicuro — titolo bellissimo, tra l’altro — le cose cambiano pur mantenendo coerenza. Anche qui strutture essenziali costruiscono una narrazione senza tempo e a cuore aperto. Degli archi misurati, di memoria beatlesiana, arricchiscono questa preziosa composizione, in cui la voce di Giudici tesse trame insieme a quella di Adele Altro, creando un crescendo per sottrazione: il brano parte intenso per diventare quasi intollerabile nella sua profonda umanità, un po’ come il cinema di Cassavetes. Questa canzone potrebbe essere la colonna sonora perfetta per una passeggiata a perdersi sotto una fitta neve, mentre il freddo ci assale e il cuore esplode, straziato da sentimenti contrastanti. E siamo solo al secondo brano!

Un feedback caldo e avvolgente apre Trovarsi soli, che poi va spedita con una sezione ritmica che stupisce per incisività e andamento deciso. Il brano corre su un binario che si addentra in un paesaggio sonoro che, tra chitarre, voci effettate, campionate e il cantato di Giudici che ci prende per mano, si fa sempre più caldo, avvolgente e ci attira verso sé. La stratificazione di strumenti e voci piacevolmente ci intontisce come il caldo estivo che d’improvviso ci assale, confondendoci un po’. Lo stesso feedback di prima apre la quarta composizione (pausa), che brilla di una luce intensa e dorata, quella granulare e immensa di Wind on Wind di Fripp ed Eno, per poi sfociare in una reiterazione di piano elettrico che ci porta con la memoria a Music for Nine Postcards di Hiroshi Yoshimura. In definitiva, un brano bellissimo che non vorremmo finisse mai. Poi si fa silenzio e i rumori delle meccaniche di una chitarra aprono Solo all’improvviso ed ecco l’ennesima epifania che mi causa la musica di Giudici. Con le dovute differenze, questo uso della voce e dei cori mi riporta a un disco che tanto ho amato e amo: Eleven Old Songs di Mount Eerie. Certo, ci sono differenze sostanziali, ma lì come qui si respira una profonda necessità di comunione, un senso di appartenenza a un luogo, a un tempo e a una comunità, lo stesso procedere lento e sognante. Qui, come in tutti gli altri brani, la scrittura di Giudici ha il potere unico di essere quotidiana e visionaria, essenziale con slanci inaspettati. Sembra di percepirne una profonda architettura sotterranea, come se dietro non ci fosse solo un grandissimo lavoro di ricerca e costruzione, ma anche un sapersi abbandonare e aprire all’ascolto del mondo.

E qui ora, al sesto brano Una cosa normale, ammetto di aver dovuto sospendere l’ascolto. Qui c’è la magia dei grandi brani, di quelli che arrivano da un luogo e da un tempo indefinito per rimanere per sempre, resistendo a tutto e a tutti perché hanno un loro battito, una loro anima. Potremmo parlare di Nick Drake, della Nico di These Days, a Oceano di De André e De Gregori o a Orbetello di Giurato, ma non renderemmo comunque giustizia a questa scrittura unica, a questa musica unica che sa farsi vita. Vibrazioni sonore che ci investono con un’intensità emotiva che ci commuove e ci smuove qualcosa dentro che neanche ricordavamo di avere. E questo è esattamente ciò che una canzone, nella sua massima essenza, può e deve fare: smuoverci nel profondo. La forza di questo brano e di tutto il disco è la profonda leggerezza con cui accade tutto e la certezza che tutto è esattamente come dovrebbe essere, senza forzature e retropensieri. Un flusso puro che, seppur creato con grande attenzione, ci arriva come la brezza di una sera di agosto, che arriva di colpo senza che ce l’aspettassimo e ci fa provare un senso di infinito.

Ricordano tutti un gran frastuono si apre con un apparente loop di chitarra e piano con un forte rumore di fondo che dà spazialità al brano. È come se la testina del giradischi non riuscisse a varcare il prossimo solco, ma poi entra la sommessa voce di Giudici, che si muove su queste reiterazioni con grande calma e serenità. Dopo circa due minuti si fa un intenso silenzio, e poi tutto riparte con un nuovo passo grazie anche alle percussioni di Nicholas Remondino. La voce si apre in un primissimo piano mentre la musica dipinge un quadro drammatico e felice allo stesso tempo, una felicità che sa — e sa anche che non durerà — ma proprio in questa consapevolezza sta la sua pienezza, il suo essere totale. La voce di Adele Altro e tutti gli straordinari musicisti che suonano nel disco seguono e costruiscono la magia del brano, all’unisono e in un dialogo che rasenta la perfezione.

Addiaccio è la penultima traccia, un crescendo che ci accompagna verso un inaspettato grande finale. Tutto ha una pulsazione decisa ed euforica, ricorda i Wilco di Yankee Hotel Foxtrot, silenzi e suoni pieni e vuoti si rincorrono costruendo una ballad perfetta con un suo specifico respiro. Il rumore di fondo prende spesso il sopravvento, a mostrarci che il comporre di Giudici boicotta le strutture che ben sa costruire nel riuscito tentativo di espandere la forma-canzone e di crearne una propria visione. E poi, fatemelo dire: i titoli sono importanti, e in questo disco sono di una rara bellezza. Che scelta sensibile e unica, per esempio, Addiaccio, parola che va sparendo ma con una sonorità affascinante. Tutto questo dimostra la cura e l’attenzione con cui il compositore milanese ha costruito la sua opera.

Ed eccoci al grande finale, (in fondo agli occhi), un brano strumentale di cinque minuti dove i rumori, le impressioni e le emozioni pulviscolari prendono il sopravvento. È un flusso espanso e metamorfico che sta tra i Disintegration Loops di Basinski e Neroli di Brian Eno. Una musica pura, senza alcuna pretesa se non quella di esistere e vibrare. Sobria e accecante, in perpetuo fluire ed eterna stasi. Con questo ultimo toccante brano Giudici crea un buco spazio-temporale. Porta a compimento la sua narrazione, che sa farsi elemento primigenio capace di toccarci profondamente con la sua purezza e, ripeto, la sua assoluta non volontà di “essere”, ma necessità viscerale di liberarsi e liberare tutti noi.