Manuel Mota – Hieme / Lux / Via (Headlights, 2022)

Ascolto Manuel Mota da quasi 25 anni, era infatti il 1999 quando pubblicava I Wish I’d Never Met You sulla sua Headlights. In questo lasso di tempo ho avuto l’occasione di vederlo dal vivo soltanto due volte, una volta in solo (in un set sfociato poi in un’improvvisazione insieme a Simone Mauri, clarinettista già con i Bootstrap Trio) ed una con i Curia, progetto completato da Afonso Simoes alla batteria, Margarida Garcia al basso e David Maranha agli organi e tastiere. I suoni emessi da Manuel dalla sua chitarra sono sempre stati da me percepiti come necessari, urgenti nella loro singolare peculiarità. Al sostanza non sembra essere cambiata in questo trittico di album registrati quest’anno ad Ericeira, località balneare del Portogallo, e pubblicati sempre dalla sua etichetta in tirature da 100 copie cadauno. Hieme è il primo, composto da tre tracce titolate numericamente, che ci approccia con delle sonorità salmastre e metalliche, come a descrivere una dimessa forza della natura come l’oceano puù essere, bave e clangori di suono per la creazione di un tappeto accogliente ed onirico. Poi qualcosa sempra incrinarsi, il suono si rarefà caricandosi di tensione ed apare quasi scontato ma legittimo il pensiero alle sonorizzazioni di fil d’epoca. È musica in scale di grigi, a movimenti lenti, sinistra e stridente. Risonanze e correnti che danno corpo a materia impalpabile ma che provoca brividi, sbalzi d’attenzione, fastidi anche. Musica da ascoltare con attenzione e da gestire, estremamente fascinosa e fluttuante. Gli artworks di questi album sono creati da Margarida Garcia partendo dalle immagini dello stesso Mota. Margarida, ricordiamo, bassista che oltre che con Curia e con lo stesso Manuel, fu ed è attiva fra gli altri con Thurston Moore, Marcia Bassett, Barry Weissblatt e Noel Akchoté. Bianchi e neri, fragilità, ombre, esili controparti visive per scheletri sonori. Con il terzo brano l’atmosfera ed i suoni diventano più sacrali, quasi a simboleggiare la scomparsa del musicista stesso di fronte ad un suono che si fonde con la natura.

La coltre di suono si protrae, quasi fosse prodroma ad un’ascensione od una danza, lasciandoci su ad iniziare l’ascolto del secondo disco, Lux.
La quiete risuona nei rintocchi di chitarra e nelle note emesse da Manuel. Gli spazi si fanno ampi, i silenzi tornano e sono inframezzati da gocce di note. Parrebbe quasi di trovarsi in una stasi meditativa ma il suono è invero molto materico e si sente risuonare la legnosità dello strumento e l’energie che in questo succo viene instillata. Quando si rilascia, unendosi in quelli che possono sembrare grumi melodici vi si legge il folk ed il soul fra le righe, calda qual’è. Calda, tremebonda, densa. Gocce di Laudano su una partitura nel sontuoso salotto che si intravede in copertina.

Via ci mostra invece un bosco parzialmente inondato da luce, ed è composto da 11 brevi tracce. Non sono però bozzetti quanto placidi soliloqui, compressioni di tappeti ambientali in forma pop. A tratti potrebbero ricordare sfondi per dei film, piccoli picchi di tensione appuntiti e temperabili, arie nel vero e proprio senso di correnti, che ci trascinano facendoci continuare a muovere. Ecco, questa è forse l’essenza, Manuel Mota suona per i nostri movimenti minimali: il battito delle ciglia, il pulsare del sangue, l’espandersi delle narici, il rizzarsi dei peli. Cose impercettibili e necessarie, proprio come la sua musica.

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