Mamuthones e la vita

Conosco Alessio Gastaldello da moltissimi anni, quando ebbi la fortuna di ospitare i Jennifer Gentle a casa mia per il pernottamento dopo un concerto al nostro allora Centro Sociale mendrisiense, La Colonia. Negli anni ho sempre seguito i suoi viaggi ed è impressionante trovarlo ancora su nuove strade nel 2025, quando con i suoi Mamuthones (ormai un collettivo che comprende Andrea Davì, Francesco Lovison, Matteo Polato e Nicolò Masetto) hanno registrato lo splendido From Word to Flesh, di recente uscito per la benemerita Rocket Recordings, che spesso ha pescato e continua a pescare in Italian con fortuna. Di seguito il nostro scambio epistolare, da ascoltare con il nuovo disco in sottofondo….

Ciao Alessio! Come va? È difficile pensare a cosa stessimo facendo 18 anni fa, del resto è l’eterna trafila di una persona prima di diventare maggiorenni agli occhi di stato e famiglia. Ma se dovessi chiederti oggi, Alessio, cosa ricordi dei primi suoni che entrarono in Mamuthones, le prime intenzioni, il tuo vissuto, la Mamoiada, che cosa ricordi di allora?

Ricordo abbastanza nitidamente la prima volta che ho registrato qualcosa pensando che fosse il mio nuovo “progetto” dopo i Jennifer Gentle. Si trattava di un drone di 10/15 minuti creato con l’organetto ad aria, un Farfisa pianorgan, che avevo appena comprato proprio per iniziare un nuovo percorso. Mi limitavo ad un semplice crescendo modulando il mantice.
Mi emozionai moltissimo, feci molta fatica a dormire quella notte e i giorni seguenti lo riascoltai molte volte. Quell’organetto è ancora parte fondamentale del sound dei Mamuthones, come si sente anche nell’ultimo album.

From Word to Flesh, dalla parola alla carne. Cosa vuoi trasmetterci con questo cambio di stato? Ti riferisci alla materia dell’ispirazione, alla fatica o c’è dell’ altro dietro?

E’ una citazione del Vangelo di Giovanni, “Il Verbo si fece Carne”. E’ un concetto che mi affascina molto, su cui mi interrogo, a cui penso spesso ultimamente. Non l’avevo mai declinato in termini di ispirazione ma mi piace molto questa suggestione che mi hai dato: l’ispirazione che si incarna e diventa un’opera finita tramite il lavoro, la fatica… l’”artista” come medium tra l’ispirazione e l’opera realizzata.

In alcuni brani, in A Cage Full Of Sins, sembri galleggiare come un coroner su un suono sacro e carnale insieme. Che cosa devi farti perdonare come peccatore?

I testi di questo album, come anche quelli del precedente ma in questo ancora di più, sono arrivati in modo poco mediato, molto spontaneo, molte volte seguendo un flusso di coscienza improvviso. Questo in particolare non è nemmeno stato scritto. Stavo semplicemente provando a trovare un cantato sul tappeto di percussioni che si sentono e in questo caso è arrivato addirittura un testo completo. Io di solito registro sempre quello che faccio per cui riascoltando il demo mi piacque molto non solo la linea, ma anche il testo, che a quel punto “sbobinai” ascoltando il demo. La sera dopo venne Francesco per lavorare al pezzo e provammo il piano… presi quel testo e iniziai a cantarlo mentre lui cercava una parte. A un certo punto iniziai a registrare e quello che venne fuori è esattamente quello che è finito sul disco. Per cui veramente, è un testo per nulla mediato, non pensavo a nulla quando ho buttato giù quelle parole, sono uscite così. Non credo comunque sia frutto del caso e che in realtà non significhi nulla. Ha molto a che fare con me, con le mie ossessioni, col mio vissuto.


Mamuthones – Burn From Inside

Come approcci il mattino dopo il party per la fine del mondo? Quali sono i migliori approcci al post-bronza? E la miglior musica per affrontarlo?

Io bevo tanta acqua, durante e dopo una sbronza. Spero sempre di limitare i danni così. Il mattino dopo un party del genere, ammettendo di essere sopravvissuto, credo andrei a camminare sulle macerie, bevendo appunto dell’acqua, supponendo di averne, e ascoltando della musica molto rarefatta, tra l’ambient e il kraut rock più cosmico. Quello che faccio abitualmente insomma… d’altronde gli anni che stiamo vivendo non saranno la fine DEL mondo ma direi che segnalo la fine di UN mondo. Io almeno li sto vivendo così.

In in sedici anni soltanto due etichette ad accompagnare i vostri album, Boring Machines e Rocket Recordings. Che tipo di viaggio è stato il vostro a livello puramente discografico?

In realtà il primissimo lavoro, The First Born, in collaborazione con Fabio Orsi, uscì per A Silent Place. E’ stato un viaggio abbastanza inconsapevole… siamo felicissimi di essere arrivati a Rocket e di aver pubblicato ormai diversi lavori con loro, credo sia la casa perfetta per una band come la nostra.

From World to Flesh si potrebbe tranquillamente connotare come un disco della maturità, fra suoni raccolti ed intensi ed un perfetto matrimonio fra musica e parole. Com’è cambiato, se un cambiamento c’è stato, il lavoro di ideazione e composizione dei tuoi dischi?

In questo lavoro è cambiato quasi tutto. Tendenzialmente i lavori precedenti sono nati in sala prove, da spunti miei elaborati insieme, suonando insieme. Negli ultimi anni non è stato possibile portare avanti questo approccio, per questioni principalmente logistiche visto che non abitiamo più tutti nella stessa città, abbiamo vite molto diverse, orari diversi ecc. Si è creata questa situazione insomma… che per un po’ ci ha tenuti bloccati ma che quando abbiamo capito come superare ha portato al nuovo album in maniera molto veloce. Pur avendo lavorato separatamente, o al limite appoggiandomi di volta in volta a uno o all’altro dei Mamuthones, credo che l’album risulti molto fresco e spontaneo. Come dicevo prima, diverse cose che si sentono sono la primissima registrazione, il primo demo su cui abbiamo costruito il pezzo. L’unico assolo di chitarra elettrica che si sente è stato il primo e unico che è stato provato, quando il pezzo era ancora molto embrionale. Ma aveva talmente tanta emozione dentro che non aveva senso provare a replicarlo. La stessa cosa per un paio di cantati, oltre a quello di A Cage full of sins anche quello di Carry On è quello del primissimo demo… registrato ad un ora improbabile della notte con il gain a palla e quasi sussurrando al microfono per non svegliare gli inquilini. Emotivamente era perfetto… ho provato a rifarlo ma non aveva alcun senso… per cui è finito nel disco, con tutte le sue imprecisioni. La stessa cosa è successa per Son of myself.

Ascoltavo poco prima di preparare queste domande un disco di Thisquietarmy percependone una libertà compositiva dettata dal tempo, ed ugualmente l’ho rilevata nei lavori di David Grubbs e David Pajo. Come Alessio a che punto ti senti? Com’è cambiata la presenza della musica nella tua vita?

E’ una presenza necessaria, una salvezza ma anche per certi versi una maledizione. Direi che non è cambiata, ne sono probabilmente più consapevole. Semplicemente non ne potrei fare a meno.

Nella presentazione del disco si parla di buttare le maschere, è questa la realtà dei Mamuthones oggi o il lavoro artistico presuppone uno schermo ed una finzione?

In questo disco indubbiamente ci siamo messi a nudo come non mai. Abbiamo appena terminato i primi concerti, sono stati emotivamente molto impegnativi.

Sei stato fra i prime mover di quella chiamata POI, psichedelia occulta italiana. Com’è invecchiata a tuo parere quell’idea?

Io ne sono ancora entusiasta. Mi piacciono molto quella definizione e le band a cui veniva applicata. Tutt’ora escono album molto interessanti a cui estenderei tranquillamente quella definizione, penso ai tre dischi appena usciti per la nuova etichetta Baccano curati da Toni Cutrone / Mai Mai Mai, che è un nostro carissimo amico. Poche settimane fa ho assistito ad un suo concerto insieme a Lino Capra Vaccina ed è stato bellissimo e perfettamente in linea con quell’immaginario.
La definizione fu chiaramente coniata a posteriori, come è giusto che sia, e si riferiva a cose che succedevano in modo indipendente, slegato, in territori anche lontani… ma le connessioni estetiche, “spirituali”, erano evidenti e le varie edizioni del festival Thalassa credo dimostrarono la coerenza del discorso. Anche se non ci sono state più occasioni simili credo che di musica che potremmo definire IOP ne esca ancora e che sia molto interessante.

Potresti spiegarci in cosa consiste la serie Black Hole di Rocket Recordings per la quale uscite? So che l’anno scorso hanno storicizzato la label con una pubblicazione in libro di tutti gli artwork, essere con loro è esser parte di una famiglia riconosciuta? È una cosa importante per un musicista?

Come dice il “disclaimer” che c’è nell’Obi dei dischi di questa serie “Voyaging into the unorthodox, otherworldly and esoteric with controls set for the outer reaches. This is a psych journey that begins where everything ends”.
Sono state raggruppate una serie di uscite che in qualche modo si richiamano, è stato creato un artwork che le caratterizza e le lega… è proprio una collana, esteticamente molto bella e ben definita. A me fa molto piacere uscire con Rocket Recordings e sì, sento un senso di appartenenza che forse in Italia non è molto riconosciuto ma all’estero invece mi pare ci identifichi molto. Poi quanto questo conti agli occhi di chi è “fuori” dall’inner circle degli addetti ai lavori o per le persone molto più giovani di me faccio fatica a valutarlo… a volte ho l’impressione di essere un dinosauro sopravvissuto al meteorite… io sono ancora molto legato ad un modo fatto di etichette, generi musicali, t-shirt e spillette… tutte cose che un tempo creavano appartenenza.

Cosa trovi rilevante oggi come artista e musicista?

Riuscire ancora a pubblicare la propria musica e a suonarla in giro. Nonostante le varie piattaforme digitali che danno libero accesso alla musica che si pubblica a me emoziona ancora tantissimo quando qualcuno si compra il disco al banchetto dopo i concerti. A me l’idea che vada a casa e si ascolti il mio disco che ha scelto di comprare è un pensiero che mi gratifica molto. Ripeto, è un pensiero da specie in via di estinzione, perchè non è che chi se lo ascolta su una piattaforma digitale senta una cosa diversa… ma in qualche modo per me è diverso.

Il punto più alto in carriera ed il più basso come Mamuthones?

Oddio non saprei. L’ultimo disco mi piace veramente molto. Il punto più basso potremmo sempre superarlo da un momento all’altro ahahah!

Sogni ed obiettivi come band?

Come ti dicevo, considero un successo riuscire ancora a pubblicare la nostra musica e riuscire a portarla in giro. Mi accontento di questo perchè è diventato veramente molto difficile.

Ti auguriamo di riuscire a farlo ancora a lungo Alessio, grazie mille!

Grazie mille a voi!