Mai Mai Mai, in linea con Toni.

Picture by Ilaria Doimo

Sono quasi 15 anni che Toni Cutrone, Mai Mai Mai si aggira per il Mediterraneo. Per questo 2026 ha cucinato un piatto speziato, prendendo ingredienti in Palestina tramite alcune residenze artistiche e ricollegandosi a forme d’arte che uniscono immaginario, suono e figure. Karakoz, il frutto di questo lavoro, verrà presentato fra due giorni a Roma insieme ad Iggor Cavalera alla Chiesa Valdese in Via 4 Novembre 107.

Conoscendolo da anni ed in ogni sua incarnazione (quasi), è stato un piacere chiacchierare e farsi raccontare genesi e sviluppo di questa sua ultima esperienza.

Da dove arriva Mai Mai Mai? Qual’è stata la scelta che ti ha portato a questo nome? È una negazione ma potrebbe essere anche un possesso, vorrei capirne il significato.

In realtà più che al significato negativo il nome Mai Mai Mai lo riconduco ad una sorta di magia, di formula magica. Era legato alla sonorità ed alla tipologia, di nome. La ripetizione che aumenta il potere magico insito nelle parole (come nei rituali, nelle preghiere, nei mantra e nella meditazione). E poi la ritrovi anche nella musica: la ripetizione di ritmiche ossessive, di loop e di voci.
Poi funziona, tutti si arrabbiano con me quando sono costretti ad usarlo: mai mai mai! Ha ha hah.

Un ottimo modo per entrare nella testa delle persone!

Quello stronzo di Toni ce l’ha fatta ancora!

Karakoz è il principale protagonista del teatro d’ombre ottomano. Che rapporti hai con le arti oltre alla musica, in questo caso con il teatrale?

Ti faccio prima una spiegazione sul perché si chiama Karakoz e poi ci arriviamo…la mia idea, sul titolo, sull’elaborazione dei pezzi era parlare di Palestina senza essere troppo chiaro. Nel tempo e nel modo ma senza le cose tipiche, l’anguria, l’olivo. Volevo che ci fosse una connessione ovviamente viva con la Palestina ma non volevo ne uscisse una cosa facilona. Nella residenza che stavo facendo in Palestina la prima parte è stata tutta dedicata alla registrazione di suoni, prima del disco. Un’installazione sonora: un’ora di suoni presi in giro per le città, i mercati, in natura, nei monasteri e nelle chiese. Poi le registrazioni in studio, fatte con gli strumenti e gli ospiti che il disco ha avuto, con in più questi suoni d’archivio. L’idea era che fossero, come in Mai Mai Mai, una sorta di fantasmi, di spiriti che ti raccontano cose: questa è l’Idea delle voci di Mai Mai Mai e delle registrazioni. Lo spirito che andiamo a rievocare con questi rituali, che possa essere il Sud o il Mediterraneo, è qualcosa che arriva forte e che ti cattura. Lo spirito fantasma si è collegato subito alle ombre, quindi ho immaginato questi suoni come ombre che raccontassero la storia di questo mio viaggio in Palestina: l’installazione infatti si chiamava “Soundtrack of a journey in Palestine” e Karakoz ne è il personaggio principale ma dà anche il nome al teatro delle ombre ottomano. La Palestina era parte dell’impero ottomano fino al 1918, per loro è teatro tradizionale e lo usano tanto, durante il Ramadan, per far passare il tempo ai bambini, è una cosa molto presente senza essere didascalica. Sono arrivato lì, con la mia connessione che è stata il suono come ombra, come spirito che ti racconta delle storie: delle storie contemporanee, delle storie passate, delle storie mai avvenute. C’è sempre questo distopico di un tradizionale che in realtà non è mai avvenuto e Karakoz l’ho trovato ad hoc. L’installazione poi è diventata audio-video, prendendo degli spezzoni dal teatro delle ombre ed in quest’ora i burattini diventavano co-protagonisti. Quando si è trattato di pensare al titolo del disco ho pensato quindi di tenere questo. È bello e forte, non ti porta subito lì ma lo scopri. Sul rapporto con le altre arti Mai Mai Mai ha sempre avuto una parte video, ha sempre avuto un immaginario visivo ed il teatro delle ombre è molto immaginifico, è molto legato all’immaginario di Mai Mai Mai e rispecchia l’idea di raccontare tramite questi strumenti. Come il mio abito, un vestito che mi nasconde e proietta ombre che raccontano, con suoni che ti travolgono. È sempre stato uno spettacolo di teatro, le Mai Mai Mai performances ed infatti anche il tipo di musica è sempre stata molto cinematografica, spesso hanno utilizzato pezzi miei per documentari e film: ho fatto due colonne sonore da poco, è musica che si presta ad accompagnare le immagini.

Questa cosa del teatro delle ombre quindi potrebbe entrare nella presentazione e nei live?

Con le proiezioni ho preparato tutto il video delle installazioni. Finora non ho ancora fatto il live legato al disco, è abbastanza complicato perché ci sono tante collaborazioni ed è proprio pensato sulla condivisione con gli altri. Dovrò pensare a come farlo, sarà forse un ibrido. Ma in alcune listening session ho proiettato dei video del teatro delle ombre dietro con una serie di tagli e di cut-up e funziona, con le loro dinamiche che sono quelle del teatro originale, con i loro personaggi e le scene riprodotte, che sono legate alla loro storia quotidiana. Quello buono, quello cattivo, il djinn, il fantasma, il mostro. Lo sto inserendo, adesso vorrei preparare una parte video un po’ più complessa e questo amico che ha fatto gli ultimi video per me, Giovanni Locasto di Milano (che già mi aveva preparato le ultime proiezione utilizzate da Mai Mai Mai rielaborando i video sul Mediterraneo che avevo preso su YouTube in un cut-up molto fico) e ci si lavorerà. Le prime date dove porterò il disco inizieranno a marzo, adesso sono appena tornato dalla Palestina e mi metterò al lavoro su questo lato diciamo.

Sono passati 13 anni dall’esordio di Theta, ti aspettavi Mai Mai Mai diventasse la tua principale espressione artistica? Io ti conoscevo con progetti di band e ti sei trasformato in solitario mascherato e così è rimasto…

Sì, era la fine del 2013. Da una parte abbiamo fatto mille cose proprio perché un po’ ci annoiavamo a fare sempre la stessa cosa. Dagli Hiroshima Rocks Arounds in cui si menava forte e chiaro, cantavo e suonavo la batteria insieme, poi i Dada Swing dove entra l’elettronica e si entra con i synth cercando di capire questo mix tra rock ed elettronica (dicendolo da vecchio, comunque batteria, synth e chitarra). Elettronica che è sempre stata comunque un mio amore; ero un batterista avendo sempre l’impulso di dire…wow! Per me un certo tipo di elettronica è sempre stato punk, anche negli anni ‘90, immaginando si potesse spaccare il culo con quella come fecero nel ‘77 col punk e quello mi ha sempre affascinato. Mai Mai Mai nasce in realtà perché aprendo il Dal Verme Hiroshima Rocks Around si congelò perché comunque Ndriu Marziano ed io eravamo entrambi coinvolti e spostarci era molto complicato: quando c’è ne andavamo era il vuotone. Rimaneva tanto attivo Trouble vs Glue, c’era stato lo scioglimento dei Dada Swing, un po’ di progetti che iniziavano ma poi si interrompevano per partenze, famiglia, lavori. Volevi vivere di musica ma essere legati ad altre persone era un’incognita molto grande che siamo portati avanti perché poi sono arrivati i Metro Crowd, finiti perché il bassista ha iniziato un’altra vita, abbiamo iniziato i Salò ed anche quelli si sono fermati. Lo fai per lavoro, lo fai per vita e devi cercare di far funzionare la cosa, devi pagarci un affitto e fai dei sacrifici. Non hai posto fisso e non hai niente: suoni e devi macinare, non essendo mainstream ma underground vai sul numero: all’inizio facevi tre mesi coi Dada Swing, tre mesi con gli Hiroshima, tornavo tranquillo e si andava avanti. Con Mai Mai Mai, visto che tutti sono inaffidabili perché il mondo è inaffidabile (e non è una critica perché ognuno ha le sue priorità) ho iniziato una cosa da solo. Stavamo crescendo, già ero over 30 e non volevo riprendere un progetto condiviso per capire dove andare a parare. Volevo che Mai Mai Mai arrivasse da qualche parte, non è mai stata una cosa naïf: era anche l’inizio della scena IOP (Italian Occult Psychedelia), stavamo coccolando questa cosa c la stiamo curando e la stavamo facendo funzionare (c’ero molto coinvolto come etichetta, come Dal Verme e come Thalassa Festival) però ne ero parte anche musicalmente. Il lungo termine forse non era così lungo ma nasceva già con i primi tre dischi come trilogia, la trilogia del Mediterraneo. Theta, Delta e Phi nascevano insieme: erano tre capitoli che sarebbero potuti uscire in sei, otto anni e che invece uscirono molto velocemente. In quattro anni, con in mezzo anche Petra anche di mezzo, che diciamo era un capitolo attaccato. Poi appunto, mi ci sono divertito tanto con questa cosa qua ed è stato un piacere andare avanti. Mentre all’inizio il focus era questo Mediterraneo non messo a fuoco, son partito dalla Grecia, poi il Sud Italia, il Medio Oriente, il Nord Africa, poi piano piano mi sono focalizzato davvero. È arrivato Nel Sud che è un lavoro tutto fatto sul meridione ma attraverso i documentari d’archivio, quindi prendendo immagini e suoni pre-esistenti da Diego Carpitella, Alan Lomax, Luigi Di Gianni, Vittorio De Seta. Poi dopo Nel Sud c’è stata la voglia di continuare in questa idea del meridione da rivisitare dicendo però basta ai suoni d’archivio, basta rifarsi a queste cose degli anni ‘50 e ‘60. Sud e Magia di Ernesto De Martino capolavoro ma sempre di 70 anni fa è! C’è un sud che è ancora magico, rurale e con quel potenziale da risvegliare un po’. Con Rimorso c’è stato quindi il sud di adesso, senza usare suoni d’archivio ma suonato con musiciste e musicisti del presente. È stato tutto molto divertente, non c’era una meta, fu il cuore a portarmi lì. Da un lato c’era la bellezza dell’azione, usciva bene, avevo il tempo di farlo essendo da solo e leggero, dove avendo un mese libero facevo un disco. Delta mi ricordo che uscì subito dopo Theta perché era appena nata Yerevan Tapes, gli era piaciuto un sacco Theta, io avevo un sacco di roba calda e tre-quattro mesi dopo era già pronto per uscire. Rimorso già ci ha messo un po’ di più, credo tre anni da Nel Sud. È stato questo mix tra il divertirmi e tornare alla sostenibilità, perché comunque ci campo. Tra Roma, Italia ed Europa, le colonne sonore, le musiche che faccio per spot e cose varie è il mio maggior fattore d’entrata. Poi comunque organizzo anche tante cose ma Mai Mai Mai è la principale fonte di guadagno e non l’avrei mai pensato.

Cosa non scontata del resto, far musica del genere e camparci.

Infatti. Secondo me sono cambiati tanto i gusti delle persone, forse li abbiamo accompagnati anche noi con le nostre azioni su Roma, educandoli ad ascoltare un certo tipo di musica. Diventa quasi sempre più facile e più pop, a volte mi chiedo se sia la musica ad esserlo o se sia il pubblico ad essere più abituato ad ascoltare certe cose un po’ più complesse. Credo sia una via di mezzo, rispetto a Theta Rimorso è un po’ più facile ma comunque non è che sia un disco pop. Ascolti, condivisioni, ha venduto mille copie che per un doppio LP…son cifre che ti fanno dire: “wow, ammazza!

Per nulla scontato, certo, comunque storicamente il percorso che hai fatto è che si è fatto in Italia il pubblico l’ha preparato. Ovvio che magari tu sia andato anche a prendere anche ascoltatori esterni ma chi è venuto dal noise, chi bazzicava una certa Roma, comunque credo ci sia una bella mischia di ascoltatori che poi è diventato il tuo pubblico. All’estero invece come va? Suonando da diversi anni hai un pubblico di coetanei o c’è una nuova generazione?

La nuova generazione è una delle cose che mi fa più piacere. Sono proprio tanti 20-25, 25-30 super interessati ai live. Io non seguo gli ascolti di Spotify, ma faccia a faccia questi ragazzi arrivano al tavolo a guardare, fanno tutte le domande per capire come funziona, prendono il disco, la maglietta, chi non ha magari il vinile prende magari altro. I vecchi sono tanto quella gente di scena industrial-noise duri e puri, vestiti di nero, senza capelli, bellissimi. Tanta gente giovane dovunque comunque: ho appena suonato a Roma ed è stato veramente bello.

Ho intervistato Massimo Pupillo degli Zu di recente e mi diceva la stessa cosa ed il fatto che i giovani rispondano mi sembra una cosa bella e per nulla scontata.

Secondo me è fondamentale per la sopravvivenza del progetto facendo tanti live, perché comunque le persone della nostra età volenti e nolenti non riescono più ad andare a troppi live e ti parlo sa che di me stesso. Suono 4-5 live al mese poi mi calmo un attimo, non vado più al Fanfulla qualsiasi cosa ci sia. C’è la roba che mi voglio assolutamente vedere e vado ma sono 1-2-3 al mese. Ovviamente se ci basassimo sul pubblico grande finirebbe, non so come siamo riusciti a coinvolgere la popolazione ma ci sono. Come gli Zu, che negli ultimi anni sono un po’ rinati, hanno fatto un processo loro sonoro, li trovo molto fratelli diciamo. Abbiamo suonato da poco insieme, abbiamo fatto 600 paganti a Roma Zu + Mai Mai Mai ed è sembrata la serata che Roma aspettava! Era proprio un botto di gente mai vista, non i nostri amici, gente presa bene, un sacco di dischi venduti, è fico, sta andando!

Con Karakoz sei andato in Palestina. Come nasce l’idea di scendere e di lavorare con questo materiale e con questi artisti? Come sei riuscito poi a metterlo in pratica produttivamente?

Allora, diciamo che prima dell’idea del disco c’era l’idea di andare là e nasce ovviamente da relazioni personali poi, tu mi conosci dai primi 2000 ormai, Tagofest e là. Sono rimasto praticamente uguale, per me le connessioni sono quelle tra persone, sì i social ma becco talmente tanta gente con progetti che nascono e cose che si fanno che basterebbe. Questi progetti e queste connessioni ti portano poi un po’ dove vuoi andare tu ed un po’ dove vogliono loro. Da un po’ di anni è nata questa relazione con i ragazzi di Radio Alhara che è questa radio palestinese che fino a poco tempo fa non aveva una sede. Una radio che raccoglieva i palestinesi in diaspora e trasmetteva un po’ da dovunque. Tre anni fa ormai hanno aperto questo posto fantastico che si chiama Wonder Cabinet a Betlemme ed è diventato il primo boot fisico della radio: in Palestina ed a Betlemme stanno facendo delle cose bellissime. Detto questo le mie relazioni con loro ero io che organizzavo cose a Roma (lo sai che mi piacciono queste sonorità ed ho sempre lavorato con questo tipo di suono mediterraneo contemporaneo) chiamando gente dalla Spagna, dall’Egitto, dall’Algeria, dal Marocco, dal Libano e per la Palestina grazie a loro, che sono stati promotori di questo tipo di musica ed artisti. Ovviamente quasi tutti erano a Berlino, a Parigi, a Londra, hanno deciso di tornare facendo un bel passo chi ha potuto, perché non tutti i palestinesi possono tornare in loco per una diaspora spesso forzata. In molti anni li ho portati a Roma, ci siamo incontrati nei festival in giro e ci tenevo, per una prima volta, ad andare io da loro. Proviamo a far succedere questa cosa perché mi piace scambiarci, tessere relazioni e dopo un po’ di anni abbiamo cercato di rendere sostenibile la cosa. Anche economicamente perché non essendo ricco anch’io ho bisogno che le cose che faccio musicalmente siano pagate. DIY ma anche una serietà per la quale tutto dev’essere sostenibile. Tramite loro mi fanno entrare in una call del Goethe Institute di Ramallah, nei territori occupati, applico con questo progetto
che diciamo è un po il lavoro fondante di Mai Mai Mai in generale e quando viaggio per ricerca: arrivare in un luogo,
lavorare con musicisti locali e con le sonorità di un luogo, registrare il luogo stesso, natura e suoni umani, musica ma anche “soundscapes” che caratterizzano quel posto. Ho fatto anche altre cose per le quali poi non sono usciti i dischi, per questo non pensavo forzatamente vado in Palestina ed esce il disco. L’idea era andare in Palestina: questa cosa succede a settembre 2023, l’idea era anche che io volassi ad Amman in Giordania, entrassi, suonassi a Ramallah e Betlemme, registrassi, andassi a Beirut per poi tornare, una sorta di tour, ma subito dopo arriva il 7 ottobre. Io vinco questa cosa il 30 settembre e dopo il momento iniziale (di queste cose ne succedono tantissime ed il 7 ottobre non è stato l’inizio, sono 70 anni che succedono, non solo negli ultimi tempi) in cui provavamo a capire come e se sarebbe finita. Non finisce ed a dicembre, loro che erano tutti sparsi, rientrano pian piano in Palestina: a Wonder Cabinet fanno le cose molto rispettivamente per quanto succedeva però decidono anche che silenziarsi sia fare il gioco dell’occupazione perché una delle cose che vuole Israele e che i palestinesi rimangano silenti e muti, cancellando la memoria e la cultura. Nel rispetto per un genocidio che succede nella loro terra, non è che ti metti a fare le feste ed i party, ma inizi a capire come fare resistenza artistica. Uno dei modi è anche creare relazioni internazionali, portando occhi, testimoni ed ampliando la tua voce. Legata a questa possibilità si è scelto di scendere: loro erano lì, c’era del pericolo, pericolo di morte? Loro erano a Betlemme, West Bank non è Gaza, i fondi scadevano quell’anno, nel 2023 ed andavano usati. Alla fine in Palestina non è mai stato tranquillo, anche se ci fossi andato nel 2018 avrei avuto problemi, più indietro anche. Decidiamo di farlo e succede questa cosa a gennaio 2024, quando scendo la prima volta, restandoci tre settimane. Essendo così fresco il 7 ottobre lì era tutto chiuso: Israele aveva chiuso tutti i checkpoint e non potevi girare, il muro tra Gerusalemme e Betlemme era chiuso e non lo potevi attraversare, era tutto molto complicato. In queste tre settimane faccio veramente solo lavoro di studio, con
qualche registrazione in giro, in queste città abbastanza in lutto. Ramallah è una scena
vivissima, scena hip-hop e clubbing sono incredibili, ma in quel periodo non c’era nulla, tutto chiuso e tutti bloccati umanamente (e fisicamente), quasi un coprifuoco autoinflitto. A Ramallah avevo a disposizione uno studio in questa radio che si chiama RADIO ATHEER e fa parte dell’istituto di cultura franco-tedesco di Ramallah.
Mentre li sento per organizzare le session scopro che il tecnico che lavorerà con me è Julmud, che conosco come musicista e stavo provando a contattare per collaborare in quei giorni. e invece me lo ritrovo già nello studio!


Osama Abu Ali, Ibrahim Owais e Mai Mai Mai, credits by Sofia Lambrou

Coincidenza perfetta!

Julmud l’avevo conosciuto attraverso muqata’a (di Ramallah ma di base a Berlino, che avrei voluto beccare ma appunto non ra in città) e Maya Al Khaldi , del cui ultimo disco mi ero innamorato e volevo assolutamente conoscere.
Quindi sto dieci giorni in studio a Ramallah per lo più invitando i musicisti in loco,
registrando buzuqi, percussioni, voci, pianoforte, elettroniche e synth, field recodings in giro nella città vecchia o al mercato. per poi spostarmi a Betlemme in un trasferimento difficilissimo. Potrebbero essere 45 minuti di viaggio, come da Milano a Bergamo, ma ci mettiamo quattro ore e mezza per fare una strada con tanta
paura e tensione, non sapendo come sarebbe andata. L’occupazione israeliana rende difficile ogni momento della quotidianità, anche quelli che dovrebbero essere piu semplici: e in quel periodo era ancora peggio. A Betlemme arrivo nel Wonder
Cabinet, diciamo la sede fisica di radio alHara, che è un posto incredibile. Costruito dai due fondatori di Radio Alhara (Elias e Yousef Anastas) che sono due architetti: un palazzo brutalista su una collina di Betlemme che dà oltretutto su una colonia israeliana di quelle illegali intorno a Gerusalemme, enorme. C’è questa vista…loro lavorano col territorio ed effettivamente è perfettamente inserito nel territorio, nel bene e nel male. L’edificio segue la collina scendendo: il piano terra è lo studio di architettura AAU Anastas, una sala conferene per incontri e proiezioni e cinema. Scendendo al meno uno ci sono bar, ristorante e il booth della radio (dove fanno anche recording session, live e piccole performance). ed almeno due c’è un open space piu grande, per installazioni, mostre, concerti, workshop, yoga, lezioni con bambini, hanno una camera oscura per le foto. Insomma, tre piani di edificio incredibile che a Roma, ma anche in Italia in generale ce lo sogniamo. Molti mi chiedevano come facessi, dove stessi, a registrare, con le pecore viste nelle foto e nei video: ed io provavo a spiegargli che non avevano capito bene la situazione, ce l’avessimo noi una cosa del genere a Roma (o in italia)

Per un europeo è difficilissimo immaginarsi come possa essere la situazione reale e questo è molto interessante. Tu quindi sei partito con la residenza, ma a livello produttivo ed economico, anche ragionando sul fatto che tu venga da un percorso DIY. Stando con Maple Death cosa vuol dire ipotizzare un lavoro del genere con alle spalle comunque un’etichetta discografica? È una cosa che ti dà sicurezza od è una cosa avresti comunque potuto fare con le tue forze e non sarebbe cambiata la missione?

Questo non cambia perché non nasce come idea di disco ma come esperienza, volendo registrare e conoscere per una voglia in primis mia. La residenza era pagata da Goethe Institut che ha coperto tutte le spese. Maple Death in questo caso non c’entra niente, poteva non c’entrare niente perché poteva anche non esserci un disco. Ho fatto una sessione del genere a Tenerife, con delle registrazioni stupende ma senza però quel guizzo poi che ti fa dire di fare un disco da quella roba lì.

Certo!

Avere un’etichetta dietro, per quello che vuole dire nel diy è
semplicemente avere la tranquillità e sicurezza che se faccio un disco qualcuno che lo fa uscire c’è! e questa cosa toglie ansie sicuramente, di lavorare a qualcosa senza neanche sapere che poi avrà un output degno. Maple Death e Clancy, beh è un signore e il suo trattamento è ottimo, ma ovviamente non ci sono fondi e finanziamenti. io gli do un disco che è pronto e fatto, qui a Roma
conosco da chi andare in studio (in particolare questo ultimo lavoro senza l’aiuto e il lavoro di Filippo Brancadoro e del suo studio, sarebbe stato totalmente un’altra cosa) quindi non ci sono spese di registrazione che gravamo su di me o eventualmente sulla label. Quando dico DIY, intendo appunto che senza avere budget interessanti, riusciamo a fare un lavoro di altissima qualità e che anzi nulla ha da invidiare (o probabilmente viene invidiato) dai livelli cosidetti piu “mainstream”: io penso al disco, alla registrazione e farlo uscire come si deve, mix e master. Graficamente mi appoggio da sempre a LEGNO, che conosce l’immaginario Mai Mai Mai (e cmq collabora stabilmente con Maple Death). la label pensa a quello che viene dopo: che la stampa e il layout siano bellissimi, che ci sia un lavoro di promozione che lo faccia girare, che ci sia un distributore che lo renda reperibile ovunque e che il distributore digitale lavori bene sulle piattaforme.
Questa collaborazione fa si che poi tutto funzioni. il disco gira in digitale, le copie del vinile si vendono, esce stampa. e con la stampa fuori il booking ha piu facilita a trovare interesse e fissare date. e rimane sempre tutto DIY, ma una macchina che funziona lavorando al meglio in ogni suo passaggio

Certo, però sai che se arrivi col disco pronto loro poi te lo gestiscono che non è cosa da poco…

Assolutamente! La cosa è quella. Intanto la cosa bella è poter fare il cazzo che ti pare.
Volevo fare questa esperienza a prescindere da quello che ne sarebbe uscito fuori, poi appunto trovata la sostenibilità che è sempre un punto cruciale, ci si imbarca in questa avventura / ricerca . poi magari non ne esce nulla come output reale e rimane un’esperienza che mi porta tantissimo (ma non un
disco) …ed invece è stata così intensa, così forte, è uscito fuori così tanto materiale bellissimo che
mi son detto, no dio, qua c’è da far uscire un disco. Il primo pezzo che ho fatto è stato
quello con Maya Al Khaldi. Avevo le lacrime quando lo ascoltavamo e beh già quello non poteva rimanere così, dovevamo metetrci tutto il
contorno e proseguire il racconto di quei momenti e di quella Terra. Quindi lì mi sono messo sotto per plasmarla, nel frattempo
sono tornato lì a maggio in un’altra residenza del Wonder Cabinet e “Sounds of Places”, progetto creato da loro proprio per il discorso, come già accennavo, di resistenza
culturale e musicale. Lavorare sui suoni di quel luogo e immortalarli: farne
archivio, crearne memoria indelebile, renderli e mantenerli accessibili. Inq uesta prima edizione ci siamo concentrati
sulla Cremisan Valley tra Betlemme e Gerusalemme, una valle che Israele sta cercando di annettere
illegalmente da un paio di decenni. Da brividi vedere il muro che hanno costruito e manca pochissimo a chiuderlo, proprio
50 metri, vedi le due parti da un lato e dall’altro e può essere che in una notte verrano a completarlo. Succede però che
questo muro passa nel terreno di un monastero, quindi anni fa anche la chiesa si è messa in
mezzo dicendo: “ragazzi, non ci potete falciare il monastero”. A parte questo, dove ovviamente essendoci la Chiesa cattolica c’è piu potere di tenere le cose in stallo, la Cremisan Valley
interessa ad Israele perché è una delle ultime zone verdi, ci sono gli uliveti e
vigneti. Quindi Israele vuole annetterla, per creare continuità territoriale con le altre colonie illegali, avere un’area produttiva e soprattutto chiuderla e renderla non piu agibile per i palestinesi.
Il lavoro di Sounds Of Places consisteva nel lavorarci artisticamente e renderla viva: mapparne i suoni, il “soundscape” del luogo con le registrazioni e mapparla con le foto e ricostruzioni 3D.
A maggio la residenza era molto diversa da quella di gennaio, la situazione era cambiata leggermente in meglio. A gennaio
eravamo solo io ed Ilaria, la mia compagna anche lei in residenza per seguire la parte
foto/video e Sofia Lambrou che è una fotografa greco-francese. Eravamo gli unici
internazionali. Mentre a maggio per Sounds Of Places, eravamo una dozzina di artisti in residenza da America,
Canada, c’era Alabaster de Plume dall’Inghilterra, Manaal, un’artista indiana di base a New York (all’epoca) con la quale ho lavorato ai video per l’installazione, altre artiste e artisti visivi, performer, danza… quindi tanto più movimento.
Abbiamo fatto questo progetto per accendere un po’ i riflettori sulla valle: da una parte per
immortalarla e tenerne traccia anche nell’eventuale momento in cui non fosse più accessibile (averne i suoni, le foto, la
mappatura). Dall’altra sono state fatte delle installazioni che sono ancora lì nella valle e
quindi la gente può andare, passeggiarci, viverla. Creare questo movimento e questo passaggio ovviamente rende difficile occuparla. Infine sono stati fatti due weekend di performance (inaugurate le installazione, fatte performance di danza, concerti, un coro, attivata cucina con un cuoco di base a Parigi che preparava piatti tradizionali) tra i vari live anche questo set in trio che ho fatto con Alabaster al sax e Sami El Enany (musicista palestinese di base a
Londra) al pianoforte. un improvvisazione molto profonda e sentita. Da cui poi deriva il pezzo del disco suonato con Alabaster. Tutto era fatto per rivitalizzare
la valle e avere i riflettori e occhi anche internazionali attenti per un paio di settimane. Ecco perche sono tornato maggio nel 2024, per questo
progetto, ed avendo due settimane ho approfittato per fare cose: ho continuato a dare
forma alle registrazioni, a selezionare ed a lavorare sul suono e poi ci ho lavorato tutto
l’anno seguente a Roma, dandogli la forma che si ascolterà adesso, in studio insieme a Filippo Brancadoro. Il disco l’ho finito a
giugno, poi la masterizzazione (fatta da NEEL), la stampa ed abbiamo deciso di farlo diventare un disco del 2026.

Come pensi che potrà venire non capito ma letto? Un disco fatto in Palestina partendo da una situazione del genere è comunque un disco politico e non è scontato che musica e politica abbiano una sovrapposizione di attenzione. Parlo dalla Svizzera ma ho notato che negli ultimi anni c’è stata una presenza maggiore, una critica, un approfondimento ed un’attenzione maggiore a questo aspetto. Dall’altra parte mi accorgo che non è per forza una cosa comprensibile e che può anche respingere. Nella globalità dell’ascolto, fra la vecchia guardia industrial che viene ad un festival, ad un giovane e per la gente che ti segue da quindici anni un disco prettamente politico come non mai è un rischio? Una necessità? Sicuramente è una scelta…

Allora, sicuramente è un disco politico, come non mai. Io peró sento di aver sempre fatto politica con
la musica, con l’etichetta, con i locali. Il nostro modo di combattere un certo tipo di consumo (quotidiano e culturale, del corpo e della mente)
pensa anche al DalVerme, in un momento in cui non se ne parlava assolutamente avevamo
solo le birre dei piccoli produttori artigianali, solo i vini naturali, lavoravamo direttamente con chi produce cosi come lavoravamo direttamente con i gruppi che venivano a suonare, o con le label, i booking DIY, le scene musicali… quella era
politica così come NO=FI Recordings era politica, lavorare su Roma e sulla scena di “Roma Est”, per renderla visibile e aiutare a farla girare.
Ovviamente in questo caso è un tipo di politica che va anche oltre ma comunque non è quel disco
da attivista in senso stretto, non è un disco che sentirai alle manifestazioni, non sono i 99 Posse e quel tipo di attitudine (anche se sarebbe un sogno sentire un mio pezzo da un carro di una manifestazione, qui lo dico!) Uso un
linguaggio che è sempre politico ma meno diretto, che ti spinge a chiederti e domandarti cose anche scomode o poco chiare, a pensarle e criticarle, a non farti chiudere gli occhi di fronte a qualcosa e a fartela vedere da altra angolazione e (spero) capire. Mai Mai Mai arriva alla Palestina perché è
Maditerraneo (cosi come è arrivato alla Grecia, alla Turchia o al Libano con Youmna Saba che canta “Nostalgia”), perché parlo di quel mondo di connessioni culturali che è il Mediterraneo e
non l’Europa. I miei fratelli e le mie sorelle sono i mediterranei:
ci sono gli stessi profumi, gli stessi colori, gli stessi paesaggi, gli stessi gesti cosi come musicalmente abbiamo gli stessi strumenti. Mio cugino in calabria che suona la taranta ha un tamburo, e KARAKOZ è pieno di tamburi che lì chiamano riq o Bandir. O si sentono le note suonate col buzouq che può essere tranquillamente
una lira calabrese o un mandolino e via dicendo. Sono culture sorelle e vicinissime e mi piace esplorare queste connessioni, attraverso similitudini e differenze. Poi sono piu di due anni nei quali si è parlato tanto di palestina e sono felice di essere parte di questo parlarne, sopratutto perchè si tratta di una visuale molto diversa da quella solita dei media e della TV e delle discussioni intavolate solitamente. Far uscire KARAKOZ per me è anche una scelta ben chiara per far capire da che parte sto in un momento nel
quale è fondamentale prendere una posizione, cosi come ho sempre fatto. Penso che nella situazione politica di questo Paese si può vedere chiaramente insieme tutto il male che succede sparso nel mondo, no? Il problema dei fascismi, del colonialismo, del razzismo, degli estremismi religiosi che si infiltrano nella politica, degli interessi capitalistici che annichiliscono qualsiasi morale e vanno dritti per la loro strada. È tutto dentro di me. Questo disco però non sta a sbandierarlo. Questo disco è un viaggio insieme,
in cui si visita un luogo e si ascolta e si vive, un viaggio in cui ti parlano ombre, ti parlano gli spiriti, gli strumenti ti raccontano storie come se fosse un sogno vivido. Poi quel che
vuoi sentire, puoi sentire. Il lato politico c’è ma non ti arriva diretto. Quello che ti arriva diretto è il racconto.

Certo, non è didascalico né sloganistico, però è un disco che può e spero possa aprire anche delle porte in questo senso. Vedo te, vedo Kharakoz, vedo il teatro, vedo le residenze, capisco e mi apro conoscendo cose che potrei non immaginare mai come quelle che ci hai raccontato. Una situazione culturale che vista da fuori non è per nulla scontata.

Quello è uno dei miei obiettivi: l’ho visto proprio durante le residenze. La gente era
scioccata perché ero in Palestina e non capiva come era possibile, sia che fossi la sia che stessi facendo queste attività, ma anche tutt’ora, non dico a gennaio 2024.
Ma come? Si può entrare? Vero che si può entrare, mica è chiuso. Spesso ovviamente confusione
fra Gaza e Palestina: Gaza è un discorso a parte, è una prigione a cielo aperto, non è mai stata davvero
accessibile, non è iniziato nulla il 7 ottobre. Israele ha il controllo dei confini terrestri, aerei e marittimi e l’ingresso e soprattutto l’uscita sono davvero ardue. Negli ultimi anni ci sono state ripetutamente “guerre” (tra virgolette perche sono appunto dei genocidi e non delle guerre). Nelle West Banks invece ci si può andare, basti pensare a quanto è turistica una meta come Bethlehem. La cisgiordania è vivissima culturalmente e la scena musicale incredibile: quando ti ho detto Muqata’a, lui con la sua etichetta e lui che gira
quanta gente se lo ascolta? Lui sta a Berlino e magari non pensi nemmeno sia palestinese,
oppure quando lo vedi dici vabbè, è qui però è di Ramallah, quella roba là fa a Ramallah! Cosi come Julmud o Maya Al Khaldi. per non parlare dell’incredibile scena hip hop e di nomi come Shabjdeed e Daboor. È stato bello farlo vedere alle persone, sbattergli in faccia con semplici storie sui social che lì succedono tantissime cose interessanti, che Io stavo in studio con strumentazione incredibile, gente ferrata e professionale e musiciste/musicisti fantastici con cui dialogavamo artisticamente, muovendoci tra differenze e similitudini dei nostri stili e attitudini in un incontro davvero prolifico. Cioè, a registrarmi c’era Julmud! uno che ha fatto un disco che adoro, che è giustamente finito in un sacco di classifiche
dell’anno, che è stato a Le Guess Who e altri festival a suonare… Quando ho visto che neanche il mio circuito e la mia bolla si aspettava qualcosa del genere, ho capito che mostrare la situazione da questo lato è stato uno dei primi risultati
positivi, diventi una vetrina e amplifichi voci che tristemente tendono ad essere silenziate. L’occupazione punta a tenere piu possibile questo fermento silenzioso e non visto: anche il diy,
anche l’underground soffrono questa situazione, ed è stato bello stare lì a spingere nella direzione opposta, nel mio piccolo, ma importantissimo.
Finora ho visto quasi solo del positivo, ormai è un anno e passa che si parla di questa cosa. A pensarci forse il
negativo è che da un anno non suono più praticamente in Germania (esclusa Berlino, dove continuo a suonare senza problemi). Il mio
booker mi ha detto “lo sai perché non stai a suona’ in Germania, vero?” beh se Il negativo è questo, lo abbraccio di cuore. Selezione naturale.

Chiaro, ormai fai delle scelte! È strano, io per la prima volta quest’anno mi son sentito in difficoltà perché volevo e dovevo scrivere di un’artista israeliana. Un pezzo bello, poi ho fatto delle ricerche e mi son detto: ok, però se faccio da megafono ad una persona che legittimamente è nata in Israele una ventina di anni fa, ha ereditato una situazione ma opera, produce ed agisce in un contesto che è comunque di colonia ed invasione. Eticamente come faccio a far da megafono ad una cosa del genere? È un’operatività diversa e non è facile, è una canzone pop di tre minuti che parla di tutt’altro, potrei tranquillamente sbattermene i coglioni ma è comunque molto diversa come situazione.

È diversissima, appunto: per me le situazioni vanno sempre viste singolarmente e non faccio “di tutta l’erba un fascio”. Il
problema è che senza generalizzare, in questo caso alcune situazioni sono oggettive. anche ormai da decenni definite illegali dalle leggi internazionali, per non parlare di crimini di guerra e via dicendo. Israele è un regime di apartheid in cui i palestinesi vengono segregati, divisi, sottoposti a diseguaglianza giuridica, la loro terra rubata e frammentata. Vengono isolati. L’occupazione mina diritti e libertà in qualsiasi frangente del quotidiano e impedisce di vivere una vita come andrebbe vissuta. È un’occupazione militare, ed è illegale, sancita internazionalmente come tale. Situazioni che ho visto , come quelle legate ai coloni e al loro comportamente nelle West banks, sono davvero shockanti: qualcosa di impossibile da accettare come reale e invece in atto sotto i nostri occhi, con il benestare dell’occidente e dei cosiddetti difensori dei diritti umani. è assurdo ma quando vieni fermato ai diffusissimi checkpoint disseminati dall’occupazione per il controllo del territorio, vedi la pischella o il pischello a posto, all’apparenza come quelli che vedi in Europa ad un concerto e sei felice di beccare, e invece sono li di fronte a te con mitra giganti ad intimidirti e bloccarti o rallentarti (ed è oltretutto obbligatorio il servizio militare, quindi tutti lo fanno). Fare la scelta di rimanere in Israele la posso comprendere solo se si rimane in quella terra per fare attivismo e provare a cambiare le cose (che ovviamente è scelta drastica e davvero rischiosa ma che reputo necessaria) non se si rimane ad alimentare queste dinamiche e si è complici.

La missione del resto è quella, veramente tosta.

Storia veramente intensa. Devo comunque chiedertelo…ed ora? Dove ti muoverai? Richiamerai a te le collaborazioni del disco, magari a Roma? Altri progetti imminenti?

È sempre complicato, “e ora?”. C’è tanto che bolle in pentola, intanto inizio a fare tour per portalo in giro. Da marzo si partirà con live sia in italia che all’estero, poi i festival estivi e si continuerà in autunno. progetti legati al disco: abbiamo fatto un paio di live in duo con Osama Abu Ali col il suo flauto ed è stato incredibile. appena capiamo quando avrà modo di venire in Europa, organizzeremo qualche set insieme. sul lato registrazioni: tante idee. Sicuramente vorremo rimetterci in studio con Lino Capra Vaccina per registrare un seguito de “I racconti di aretusa”. Parlando di Sud, sto tornando piu spesso in Calabria e registrando cose in giro per coste e montagne, l’idea di fare qualcosa di focalizzato su le tradizioni della mia regione è sempre calda nel mio cuore. Poi vediamo, le cose piu interessanti spesso sono dei fuori programma che spuntano come imprevisti!

Grazie mille Toni, io ti ringrazio un sacco e spero di farti salire in Ticino per incontrati finalmente!

Speriamo, grazie mille per tutto!!