Un concept album sull’imperante digitalizzazione tramite nove brani di caldo pop rock, ora grintoso ora mellifluo?
Presto fatto, Ludwig Dreistern elabora il pensiero durante la pandemia guardando un documentario su Disintegrarion dei Cure ed un paio d’anni dopo figlia un’opera ambiziosa e perfettamente centrata. Subito pop, tamburello e lustrini per Switzerland’s Working ‘til Death, bruttissimo vizio di molti conterranei che proviamo per lo meno a lenire con questo super singolo davanti al quale è impossibile non muovere i fianchi, tra farmaci e crysthal meth. I beceri standard di bellezza nello stoner rock di Not Model Enough, con falsetto ed un inserto di fiati da urlo, per finire all’elettrorock in odore di polaroid di Nature Alphabetism. Ora sembra dalle mie parole che il disco di Ludwig sia una tediosa vertenza luddista, ma la realtà è che è un insieme di canzoni ben congegnate a svelarci dove stiamo andando. Il futuro è oggi, la fantascienza ha fallito e purtroppo gli alieni non verranno a salvarci, lasciando a noi lo sporco lavoro. La proto tarantella epica di Virtual Vulgarity ci mette sotto gli occhi il disegno di un passato che si ripropone, per poi guidare il disco verso una nuvola sopra Oklahoma City, chiedendoci chi pensiamo di essere. Il battito, il beat è onnipresente in Digital Dystopia e ci predispone all’ascolto dei vari schemi, travestiti per fortuna da ottime canzoni, che scivolano in fretta sotto la nostra corteccia. È curioso leggere i riferimenti di Ludwig rispetto ai brani contenuti, prendete Fairy Wren: cita David Bowie, la 1992 di accorsiana memoria ed un volatile incontrato nell’Australia occidentale, dimostrando quanti amabili siano i nostri collegamenti interni e come si riesca a creare panorami inediti giocando con ingredienti conosciuti. Poi ci regala una chicca romantica per la ex presentatrice del tageschau (il telegiornale tedesco) Linda Zervakis tutta miele e stile, in grado di avvolgerci e coccolarci. Il finale è per l’appunto titolato Disintegration, nella quale si odono i tasti di una macchina da scrivere sostenuti da accordi di pianoforte in qualche modo speranzosi, segno di altre storie ancora da scrivere in questo mondo alla deriva…
Ludwig Dreistern – Digital Dystopia (Ikarus, 2025)
