Luca Collepiccolo: da Blast a Blow Up magazine, il Lester Bangs capitolino?

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Non ho mai amato l'idea di critica musicale e nonostante lo menzioni nel titolo, Lester Bangs mi mette tristezza, la pseudo sociologia di Simon Reynolds mi annoia ancora di più, per non parlare dei suoi epigoni dell'ultima ora che passano da ascoltare i Bluvertigo (… e in questo non ci sarebbe nulla di male), a "trovarsi" esperti di musica indipendente o addirittura di avanguardia dopo cinque minuti, ma in fin dei conti questa è la patria dei "tuttologi", il paese in cui tutti siamo più furbi e genericamente "più meglio" degli altri. Nonostante questo, capisco l'utilità delle riviste, della critica (di quella un po' meno) ed nonostante uno poi diventi un rompi coglioni come il sottoscritto, nessuno è "nato imparato" e quindi è normale che i più giovani e i "non addetti al settore" cerchino qualcuno che li accompagni e li orienti. C'è stato un tempo in cui da sbarbatello sono stato un avido lettore di riviste e c'è stata qualche "penna" che mi ha influenzato nel comprare dischi e nello sperimentare gruppi nuovi, Luca Collepiccolo è una di queste. Sin dai tempi di Blast, Dynamo e poi Rumore e Blow Up, Collepiccolo è uno degli esperti di musica "colta" e non che ha navigato agilmente in più categorie: dall'hardcore al noise, dal post-rock al jazz, dall'elettronica al funk. A completare un curriculum che in ambito italiano risulta più unico che raro, il fatto che il romano abbia lavorato per Flying, Helter Skelter, Wide e oggi per Radiation Headquarter e che dulcis in fundo si sia occupato di alcuni palinsesti radiofonici dei programmi come Battiti (Radio 3). Nonostante una serie di credenziali notevoli, l'approccio di Collepiccolo resta quello di un appassionato, molto semplice, "down to earth", un tipo di dipendenza dalla musica e dal disco stampato più vicina a quella del tossico invece che a quella di un nerd. Se qualcuno di voi si ricorda di Drugstore Cowboys di Gus Van Sant, potremmo quasi paragonarlo un buon vecchio Burroughs del vinile.

SODAPOP: Luca, come hai iniziato ad interessarti di musica? La prima rivista in cui hai scritto è stata Blast? Com'è successo che uno che girava con Growing Concern e Open Season (prima One Step Ahead) si è buttato sul noise e sulla musica sperimentale?
LUCA: sin dalla più tenera età sono stato esposto – mio malgrado – alle fome più diverse di musica. Sono influenze che in qualche misura si sono ripercosse sulle mie scelte e sui miei atteggiamenti futuri. Essendo figlio unico l'ispirazione arrivava dai cugni materni e paterni che mi sballottavano a loro piacimento. in breve tra punkster e dj, mi sono ritrovato esattamente a metà del guado, perchè in maniera dle tutto incoscia cooptavo Earth Wind & Fire e Black Flag, Clash ed Aztec Camera, Fela Kuti e Beat, Zappa, Cat Stevens… Dopo la sbornia dozzinale di deejay television nell'anno di grazia 1987 è prima il metal radiofonico a solleticarmi, immediatamente rimpiazzato dal buon vecchio thrash. Progressivamente si arriva all'hardcore, meno orpelli + velocità. Ma la visione troppo univoca mi spinge immediatamente a cercare altre strade. intendiamoci, nel momento in cui frequentavo gli amici del giro hardcore, ognuno di noi coltivava il proprio orticello. Fosse reggae o proto grunge, hip hop (tutti impazzivamo per roba seria come Boogie Down Production o più coatta come N.W.A. ed ice-T) o basilare rock alternativo, ognuno parallelamente all'h/c sapeva con cosa intrattenersi. Intendiamoci ai concerti dei primigeni Soundgarden e Nirvana c'eravamo proprio 'tutti'. Abituato comunque a musiche d'impatto i primi logici contatti con la scena più noise (rock) sicollepiccolo_pasqua manifestarono in Confusion Is Sex dei Sonic Youth (che all'epoca tirai sul muro) e nei primi dischi degli Swans, di cui ancora oggi sono goloso. Progressivamente si arriva ad una sperimentazione pù dilatata, fino all'incontro rivelatorio con la musica jazz (di rottura). Il primo disco che incamero è Heliocentric World Of Sun Ra vol.2, causa le connivenze detroitiane con MC5. Quell'incontro mi segnò definitivamente e mi spinse a cercare altro, soprattuto in ambito black ed avant. Sul finire dei '90 con gli impulsi del post-rock (che presto scaricai, onde andarmi a rimpinzare di seventies più integralisti nelle loro forme di ricerca) mi sentii ancor più leggitimato nell'abbandonare la strada maestra. Sempre meno le chitarre avrebbero recitato una parte cruciale nel mio romanzo di vita. Come vedi, gli accostamenti sono stati conseguenziali e dettati anche da nuovi ambienti (l'aver cambiato ripetutamente città per ragioni di lavoro ad esempio).

SODAPOP: Hai scritto per diverse riviste, hai lavorato per distributori come Helter Skelter, Wide e Radiation Headquarter, hai partecipato allaredazione dei palinsesti di Battiti e sei una delle firme storiche del giornalismo musicale nostrano: in Italia si vive di musica? E quali soddisfazioni ti ha regalato passare tutto quel tempo ad ascoltare tutta quella "monnezza"?
LUCA: Urge una precisazione a questo punto della discussione, il giornalismo free-lance non paga. Me ne resi conto nei primi anni '90, tant'è che fui entusiasta di accettare il primo impegno importante con la Flying Records di Napoli, con relativa trasferta. Ero un giovinotto, quando nel '94 scesi in Campania per collaborare con questo colosso 'indipendente', che fu il primo – ci tengo a sottolinearlo – a portare la SST in Italia. Ho scelto dunque di essere un addetto ai lavori, di impegnarmi dall'altra parte della barricata, perchè la carta stampata non avrebbe potuto regalarmi le medesimi soddisfazioni, soprattutto da un punto di vista squisitamente economico. Da lì è iniziato il mio lungo peregrinare, che mi ha visto – in diversi ruoli – collaborare con alcuni dei distributori indipendenti che hanno maggiormente lasciato il segno in italia. E voglio assolutamente sottolineare come anche il mio lavoro sia stato sempre improntato alla ricerca della qualità. La carta stampata ha progressivamente perso il suo fascno d'altro canto ed il prestigio di scrivere su un mensile a diffusione nazionale è in parte scemato. L'avvento delle webzine e la moltitudine delle informazioni disponibili in rete hanno in qualche modo sancito la crisi di questo settore. Ciò nonostante non posso dimenticare gli incontri con alcuni degli artisti che mi hanno maggiormente ispirato. Perchè la posizione privilegiata questo comporta. Da Tony Iommi a Peter Brotzmann, da Michael Rother dei Neu! a Vinnie Signorelli degli Unsane, sono stati innumerevoli gli incontri 'chiave'. Rispetto ai dischi ascoltati, aldilà delle ovvie porcherie, non posso non ricordare i momenti di giubilo all'arrivo di alcuni dischi in anteprima. Ricordo come se fosse ieri l'advance tape di Nevermind di Nirvana, ma anche la prima volta che misi sul pianto la copia promo (in vinile di Strap It On degli Helmet. Certo la magia non è più la stessa, tant'è che la cosa che più mi esalta sull'attuale posto di lavoro è la riscoperta di una qualche bella ristampa.

SODAPOP: Ma non sarai mica anche tu uno di quelli che "si stava meglio quando si stava peggio"? Non mi dirai che anche tu ormai sei preda dei geronto-alternative per cui l´unica cosa sexy da comprare è una retrospettiva sulla no wave newyorkese o sull´hardcore americano? C´è un mio amico che dice che il rap africano non è mai stato così in forma come ora…
LUCA: Esistono due livelli di 'consumi': casalinghi ed estemporanei. Di base acquisto più musica vecchia, ma sono sempre estremamente interessato a quello che accade fuori. Non sono davvero il tipo che non mette la testa fuori dal covo. Sono sistematicamente coinvolto nelle iniziative che si svolgono a Roma Est, e nonostante il mio gusto principe, mi vedo spesso a serate, garage, noise o post-core. Gli ascolti casalinghi differiscono sostanzialmente, ma questo non preclude certo l'apertura all'esterno. Diciamo che non riposo sugli allori.

SODAPOP: So che sei anche un vorace lettore (e di cosa in particolare?), posto che le immagini allegate lasceranno il tuo volto alla curiosità di chicollepiccolo___hoodcrew legge, dai dati che ci hai dato fin qui, l'ignaro lettore potrebbe immaginarti un ciccione brufoloso con tanto di alito pesante e scarsa capacità di socializzazione…
LUCA: Io sono un cultore dell'immagine, beninteso. Leggo riviste tecniche come del resto si conviene a chi opera nel settore. Tutto quello che riguarda l'emisfero musicale in Italia (per ovvie rassegne stampa) ed una parte di quello internazionale, con abbonamenti storici a The Wire e Signal To Noise. Poi narrativa e tanto, tanto Corriere Dello Sport (la Gazzetta è nordista e mi fa venire le madonne). Mi rendo conto che con l'incedere dei social network, si è perso – almeno per il sottoscritto – il gusto della lettura, sacrificato a discutibili rapporti di connivenza, ma tant'è. Comunque per dirla tutta non sono affatto sociopatico, ma vivo in completa simbiosi con il popolino.

SODAPOP: Quindi sei un appassionato di calcio (Roma o Lazio). Ma Collepiccolo cosa fa al di fuori della musica, ti dedichi allo shibari, infastidisci le turiste nei dintorni di campo dei fiori, fai il gladiatore nei pressi del colosseo o poltrisci in casa cercando di ascoltare tutti i dischi impilati sopra allo stereo aspettando che la morte ti baci freddo?
LUCA: Premesso che tengo all'AS Roma, temo che al di fuori della musica siano ben pochi i miei interessi e di carattere molto poco internazionale. Sono certamente un appassionato di cucina nella veste di consumatore e spesso mi presto a veri e propri tour eno-gastronomici. Rispetto alle pratiche cosiddette erotiche, non posso certo considerarmi un tradizionalista. Diciamo che sono sempre pronto a nuove esperienze. I dischi spesso li osservo, in attesa che rilascino fluidi o rivelazioni. Spesso li sfioro e li imploro: parlatemi! Onestamente non sono il tipo che rimane recluso in casa, anzi, direi che anche con la scusa di selezioni a destra e a manca trovo sempre l'occasione per riversarmi in qualche club o casa privata. Tra le tante critiche che mi sento di muovere alla mia persona direi che la smania compulsiva non mi dà tregua, infatti accumulo più materiale di quello che possa realmente smaltire. Un vizio rigorosamente occidentale. Ma riflettere su questi costumi mi sembra oltremodo avventato…

SODAPOP: Compri molte ristampe ed hai un'età in cui la nostalgia e "ai miei tempi" sono sempre in agguato. Per altro è appena uscito Retromania di Simon Reynolds. Cercherò di essere coinciso, posto che mediamente il giornalismo musicale e i libri come "post-punk" in cui uno ti spiega delle qualità che sarebbero intrinseche (un po' come spiegare ad uno perché gli/le dovrebbe piacere un piatto ravioli invece che l'amatriciana) di un disco mi fan cascare le palle. Sarà così vero che i gruppi del passato erano così belli? Ti rendi conto che se gente come Blixa, Mackaye, Cobain o Starfuckers avesse ragionato in questo modo oggi non li ricorderemmo per quello che han fatto?collepiccolo_radiation_hq
LUCA: Premesso che ho anche miscelato i dischi prima della suddetta presentazione in quel di Roma, posso dirti che pur apprezzando l'approccio sociologico di Reynolds, mi sento sufficientemente distante dal concetto di pop e dalla sua visione post-ecstasy e lustrini. Forse perchè le avanguardie continuano ad esercitare un discreto fascino su di me. Detto questo è impossibile per me ignorare cosa accada oggi. Il mio cuore forse mi spinge a scavare nel passato ma l'attualità mi precipita – appunto – nel contemporaneo. Con tutte le sue brutture. Lavoro per un distributore discografico e per un negozio di dischi ultra-specializzato, non potrei mai tirarmi fuori dal vortice della conoscenza. Ripeto, ascolto musiche pubblicate in questo decennio, ma forse con un approccio più robotico che altro, con l'unico spirito di documentarmi. Devo però confessarti che ci sono cose attuali che mi 'muovono' e spesso nei circoli più minuti, di fronte a 25-30 persone si sono svolte le performance più significative. Ecco perchè se sbavo per una reunion dei Goblin, faccio altrettanto per un live clandestino di Hogh Wolf, di Maria Minerva, Hype Williams o Peaking Lights (tutta roba organizzata dai miei fratelli romani di Rain Forest). Non è mia intenzione assumere un attegiamento elitario, però – come puoi ben intendere – il gusto lo costruisci progressivamente, attraverso gli ascolti, gli acqusti e – perchè no – le scelte di vita. Voglio anche sottolineare – e forse questa è una pecca – come le mie singole amicizie e conoscenze siano espressamente legate al mondo dell'arte e della musica. Comunque Reynolds – dal vivo – non mi ha per nulla conquistato…

SODAPOP: "amicizie legate al mondo dell´arte e della musica", eppure non è sempre stato così: io ti ricordo accompagnarti a veri e propri comici mancati nonché capisaldi della scena punk/garage/hardcore/fracassona romana dai nomi più improbabili come "er pazzo", "er caccola", "Steve Ahead", "er cinese"… nomi che ai più non dicono nulla, ma che a me hanno fatto "tajà da le risate. Ma con loro ci parlavi di arte contemporanea? E potresti menzionare alcuni episodi per inquadrare questi capisaldi dell´hardcore capitolino?
LUCA: L'idea di famiglia non era per nulla fuori luogo. Aldilà delle sale concerti – poche in realtà – e dei C.S.O.A. – nella maggior parte dei casi – ci si ritrovava anche privatamente per condividere passioni come il cinema o la cucina, insomma distanti dal frastuono di quei giorni. Diciamo pure che l'approccio era molto 'down to earth', insomma non c'era spazio per i sofismi, vinceva una certa goliardia, che comunque non alterava il rispetto reciproco. Molti dei miei amici storici si sono costruiti una famiglia, altri sono addirittura migrati, altri dividono il loro tempo libero con il sottoscritto, con maggiore disillusione ovviamente. Sono trascorsi 20 anni dai quei collpiccolo______djprimi momenti, dagli incontri anche all'insegna dell'ingenuità. Di tutti conservo un ottimo ricordo. Citare episodi 'localizzati' non renderebbe poi giustizia alla grande umanità di queste persone. Spesso la percezione all'esterno è stata quella di una chiassosa armata brancaleone, in realtà molti dei protagonisti hanno poi inseguito e coronato alcuni dei loro sogni. Sgangherati sì, ma con una visione d'insieme.

SODAPOP: Ha senso scrivere di musica? Se non ho dischi dei Beatles, dei Rolling Stones, di Neil Young e Dylan mi sfracella i coglioni, posso entrare nel club degli onanisti? Esistono delle ragioni scientifiche per cui un disco sia migliore di un altro? Caso mai decidessi che preferisco i Don Caballero ai King Krimson nonostante la paternità dei primi sui secondi, esiste un tribunale che possa processarmi? E per contro, tutto è relativo o è solo una formula che copre un qualunquismo sempre più inquietante?
LUCA: e se la scrittura fosse divenuta obsoleta? ce lo siamo mai chiesti? quanti liberi opinionisti esistono e quante voci – spesso discordanti – sui social network. Già nella metà dello scorso decennio la funzione della carta stampata era venuta meno. Con l'avanzare delle nuove tecnologie e la presa definitiva del web è chiaro chiunque può formulare un giudizio, ma il gusto della scoperta? Dell'essere pionieri? Si scrive solo per raccogliere quella goccia di autostima in più. Sai cosa amavo? La pubblica piazza, i pomeriggi trascorsi fuori dai negozi di dischi, lo scambio era più immediato, netto. Ora con il web ci si nasconde troppo bene…

SODAPOP: Quindi da quello che dici (non solo tu) ci sarebbe una maggiore mancanza di identità da parte degli ascoltatori (e non solo). "i bei tempi dei negozi di dischi", mi ricorda uno che mi diceva "hai presente Alta Fedeltà?… esattamente come noi", posto che vivo infelicemente anche senza averlo mai letto, non pensi che il limite fra "confronto e scambio di opinioni" e "scontro fra nerd musicofili frustrati" sia dietro l'angolo?
LUCA: Vai a colpire un nervo scoperto. Molto sottile la distanza tra intenditori e maniaci compulsivi, ricercatori e pecore. L'indottrinamento assume oggi contorni diversi. C'erano prima le pubblicazioni comandate, ora i siti di riferimento, dal taglio più o meno hip. Tagliamo la testa al toro, le migliori intuizioni arrivano sempre dalle persone più prossime. Ad oggi non c'è consiglio migliore della persona vicina (o lontana) rispetto agli organi 'ufficiali'. Nemmeno conto la lista dei clienti che nel corso degli anni mi hanno impartito lezioni (anche di vita). Ecco perchè la mia piccola battaglia è contro la superficialità, ma questo – intendiamoci – è un concetto che si può estendere ad ogni ambito artistico per non dire sociale. La sovraespozione, l'overdose di notizie, purtroppo non consentono alcun tipo di concentrazione, spesso ho la sensazione di una musica vissuta a scampoli, a gettoni. Ecco perchè rimpiango quel fitto scambio se vuoi anche da 'primi della classe' di un tempo.

SODAPOP: Per chiudere in bellezza ti chiederei se c'è qualcosa di cui non abbiamo parlato e di cui volevi parlare: non so, di come l'aumentata democratizzazione della musica spesso l'abbia resa demagogica oppure del fatto che da quandcollpeiccolo___singleo non ci sono più le mezze stagioni nessuno ha mai più rockeggiato come Otto, l'autista dell'autobus dei Simpson…
LUCA: Parlare di democrazia mi sembra fuori luogo, quindi mi rimetterei ad un fattore importante, l'estetica. Ecco, siamo nei pressi dell'autocitazionismo, nella gola profonda dell'hipsterismo, nella gabbia dell'apparire. Questa è una cosa abbastanza netta. A sfogliare i vecchi annali e rimettendoci unicamente a quello che è stato il nostro recente passato, si respirava meno aria di omologazione. A prescindere dai tagli cortissimi degli straight-edgers newyorkesi, dei cappellacci da baseball dei noise-rockers d'ordinanza e della flanella del Northwest, tutto appariva più vero, tangibile. E con sè la musica. Trovo sconvolgente la qualità infima dei live cui assisto spesso e volentieri. E non voglio nemmeno rimettermi alla preparazione musicale, non m'interessa in questa sede. All'epoca facevano notizia i Dinosaur Jr che 8 su 10 si imbattevano in una disastrosa esibizione. Oggi è l'esatto contrario a fare sensazione. O meglio se un gruppo sa tenere il palco. La cosa mi scuote, non poco. Mi fa ripensare a tutto quello che viene pubblicato oggi. Alle tonnellate di plastica. Da buon addetto ai lavori un pò di rimorso mi assale. Forse avremo perso la nostra verginità, ma tutto appare così artefatto. Per me oggi la scoperta è nel passato ed i miei simili sono quelle migliaia di bloggers sparsi su tutto il globo terracqueo.