Come già comunicato nelle nostre news l’ultimo parto di Louis Jucker, che intervistammo lo scorso anno, è una farmacia di ben cinquanta canzoni realizzate in due differenti residenze artistiche, coinvolgendo il proprio pubblico a fornirgli i propri sintomi in maniera anonima tramite interviste per poi elaborarne le soluzioni sonore. Il tutto è pubblicato in un libro con consigli e ricette medicamentose (ed accesso digitale si brani) oppure in un juke-box online dove poterle consultare e, si spera, guarirne.
I brani sono brevi schegge auto conclusive, tanto che il disco intero se ne va in un’ora giusta, sporche e schiette ma compiute. Il suono è pieno, lo-fi, perfettamente all’interno di un mondo che ancora riesce a definire indie brami fatti con mezzi artigianali ed in grado di spaziare ed evolversi nello spazio. C’è la rabbia, la speranza e la poesia, ci sono i diversi colori che come cartine tornasole caratterizzano gli umori e le storie che Louis ci narra. Quando l’impeto si cheta escono le sfumature e la voce di Louis, a muoversi sopra brani come TRUST YOUR GILLS trasportandoli fuori dal tempo, dove le canzoni si cantavano in falò all’interno di boschi senza luce.
Ma, ragionando in termini più ampi, è il senso di un’operazione come questa a convincere, il creare un vademecum che possa lenire i nostri mali e le nostre preoccupazioni come un unguento, magari infondendoci la speranza di poter reagire ed attivarci in maniera creativa, coltivando lo sfogo e la catarsi che possano compiersi tramite un fuoco sacro che ognuno di noi potrebbe avere tra la gola e lo stomaco. Una farmacia di brani che ci prende due ore scarse del nostro tempo ma che può realmente insediarsi nella nostra vita come testo ed insieme al quale affidarci. A tratti la voce ed i suoni di Louis si fanno più acidi, andando a lambire addirittura il groove di certi Beastie Boys in HIGHER LOANS ma soprattutto un’aria che caratterizzava molte delle produzioni della storica Grand Royal. Sprazzi che uniscono pop da Groovebox suono sporco come in COLORMAKER, cui giova la capacità di Louis di barcollare rimanendo sempre in equilibrio portando a casa il risultato, quasi fosse il personaggio di un videogame a schemi differenziati. Spesso trova il jackpot, come lo straordinario strascicare rock di CURTAIN DROP oppure il folk strumentale di TORTOISE SHELL, in una parte centrale del lavoro che colpisce per intensità. Già, che è difficile montare cinquanta brani mantenendo un livello, un percorso ed una storia che ci avvolgano completamente e ci facciano perdere sintomi ed acciaccature ma Louis Jucker ci riesce con una strumentazione magra e moltissima personalità, andando in un mondo fatato che a tratti lo avvicina a quello di un altro talentuoso cantautore, il Nic T che appare magicamente in una PHANTOM LIMB che come le sue opere sembra uscita da una magica Albione.
A tratti invece assume l’aria di un crooner imperturbabile mentre tutto intorno crolla e sembra di ascoltare un Bill Callahan divertito in EVACUATION SWING, in un mosaico che non ha paura di mostrare le proprie tessere, i propri riferimenti ed una personalità prorompente senza mai essere eccessiva. A tratti tutto sembra fermarsi, un timer, una bava di suono e quella voce che come una stilla ci porta via con sé WATCHING SEAGULLS in qualche località portuale.
A Pharmacy Of Songs si spegne con un urlo hardcore che si trasforma in uno spoken word, per poi cambiare ancora ed andarsene, come una lucciola nel buio.
A Pharmacy Of Songs è tutto ciò che vi occorre, insieme ad un pacco di cerotti ed il conforto delle persone care per andare avanti anche per il prossimo anno, fidatevi.
Louis Jucker – A Pharmacy Of Songs (Hummus, 2025)
