Quest’anno la mia quota di violoncello era ancora piuttosto bassa: avendo virato Martina Bertoni sull’Halldoraphone ero rimasto infatti con la sola Violeta Garcia, in solo oppure con Hor Lunga a lambire le mie orecchie. Fortunatamente Lori Goldston ritorna proprio per chiudere la bella stagione, con suoni bassi e vibranti ad aprire con Morning Air il suo Open Space. Un disco che non si frena anzi, spinge fino a far crescere di volume e massa la grana più grossa che possa dare alle proprie corde, ricoprendoci di vibrazioni che prendono lo stomaco saziandoci ed emozionandoci. Sembra di essere all’interno di un motore, ne sentiamo il calore e la forza, espressa su giri bassi ma con grande capacità motrice. Nulla sembra poterla fermare, anzi, Open Space si dimostra in realtà una sorta di circuito ben navigabile, con costanza ed una vibrazione ben presente che una volta fattici accomodare non ci molla più. E ci accorgiamo di quanto bene si stia fra gli sfregamenti, le vibrazioni ed i suoni di legno e corde. Lori ha registrato questo disco guardando un film di inquadrature statiche in un canyon, con la luce che lentamente si muoveva ricalibrandosi con le ombre. Ciò che trasmette è persino più vivido e tumultuoso, come un flusso ininterrotto di onde potenti e pure, senza troppi maneggi e post-produzione serbando e impeto ed ispirazione per l’intero percorso. Raro, rarissimo fondersi in questo modo con un suono, reiterarlo lasciandogli libertà e corpo, riuscendo a farlo muovere sopra ed attraverso di noi. Open Space è evidentemente uno spazio nel quale anche noi siamo liberi di muoverci e che mai e poi mai ci sogneremmo di abbandonare, fermo restando ovviamente Lori Goldston ed il suo violoncello.
Lori Goldston – Open Space (Relative Pitch, 2025)
