Definire questo disco, esibizione catturata dal vivo e registrata nel gennaio 2022 all’ Issue Project Room di Brooklyn, un incontro è formalmente corretto ma riduttivo: due musicisti di generazioni diverse hanno fatto della chitarra lo strumento per esplorare la musica con tale dedizione e coraggio da trascenderla, arrivando a un linguaggio puro.
Con tutte le differenze che rendono questi due percorsi traiettorie uniche e magistrali, ciò che mi ha sempre affascinato sono le assonanze, la profonda vicinanza di queste ricerche; più che un incontro, questo concerto appare come qualcosa che era già scritto nella musica di Novaga e Connors, una necessità che attendeva solo il momento di manifestarsi.Tra gli aspetti che ho sempre apprezzato maggiormente nelle loro musiche, oltre al suono degli strumenti e ai brevi ma incisivi temi, ci sono i silenzi, le pause. Lo sparire e il ricomparire del suono, quasi mai netto e definitivo ma sempre in movimento, come se fosse davvero un suono geologico: il borbottio della lava, che si gonfia, esplode, poi si placa senza mai fermarsi del tutto.
Ed eccoci dunque di fronte a un monumento al lavoro improvvisativo che, di improvvisato, ha in realtà poco: un dialogo tra linguaggi ben definiti, destinati a fondersi in un unico, a tratti sconvolgente, suono. Ascoltando questa musica senza conoscere nulla di chi suona e del percorso di Connors e Novaga, si potrebbe pensare di trovarsi di fronte a un concerto per chitarra sola. Qui risiede, secondo me, la prima magia di questo lavoro che, valutato esclusivamente per ciò che è e per come suona, potrebbe essere paragonato a un’opera classica del tardo Novecento, con i suoi movimenti, la sua coerenza e soprattutto una profonda sensibilità, capace di farsi portatrice sonora del sentire di un secolo e, più in generale, del sentimento umano.
Trentadue minuti di musica che contengono due vite, due ricerche e innumerevoli altre ricerche che confluiscono in questo linguaggio puro. Descrivere lo svolgimento e lo sviluppo del brano sarebbe complesso e riduttivo, perché siamo davvero di fronte a un affresco di grandi dimensioni che si modula, si modifica e si rielabora costantemente nelle nostre orecchie. Sarebbe come descrivere il movimento di nuvole bianchissime in un cielo di azzurro puro: tutto è lì e tutto è in perenne movimento.Nebulose di corde sfregate si alternano a singoli suoni appena sfiorati; tutti i registri possibili vengono toccati nelle loro cavità più recondite. Grandi impennate sonore sfiorano profondi silenzi, fatti solo del ricordo delle masse che li hanno preceduti. Non saprei trovare un disegno chiaramente leggibile della struttura di quest’opera, e non penso sia necessario: questa mezz’ora, che nell’ultimo mese ho ascoltato spessissimo trovandovi sempre elementi nuovi e mai completamente afferrabili, è un’opera-mondo che contiene altri mondi, e così all’infinito.
Due chitarre, due amplificatori e pochissimi pedali: tocchi leggeri che permettono al suono di liberarsi nello spazio come sempre dovrebbe fare, sino al completo svanire e poi ancora un suono, passando da un’epifania alla successiva. Il silenzio generato dalle chitarre è tale che diventa percepibile il minimo movimento nella sala, persino lo scricchiolio delle sedie. È subito percepibile lo stato d’estasi con cui Novaga e Connors procedono nel viaggio: la compositrice italiana sfiora le corde con l’archetto creando un crescente bordone su cui Connors tesse trame di caos, percuotendo lo strumento in tutte le sue parti. Le due fonti sonore sviluppano un possente flusso che sembra non dover finire mai, ma poi si fa silenzio e si ritorna a screpolature, armoniche, schegge sonore.
Il paesaggio disegnato è desertico, solcato dal vento e modulato dallo spostamento della polvere. Le chitarre a tratti sembrano allontanarsi fino a perdersi tra le dune, ma un improvviso colpo d’aria ce le riporta vicinissime, quasi a sentirle sulla pelle.Lunghi suoni monumentali emergono dal nulla e vi ritornano, lasciando tracce profonde nell’ascolto. In quarantacinque anni di ascolti, pochissime volte ho incontrato una tale capacità di trovare l’essenza del suono: anche quando si fa denso e iperstratificato, comunica sempre un senso profondo di necessità. Le corde, i pickup, il ponte, il capotasto, la paletta — tutto lo strumento — divengono vibrazione e materia sonora, e solo quando esiste un dono autentico è possibile trasformare il proprio strumento in qualcosa di musicale, pittorico, cinematografico, capace di far vivere a chi ascolta un’esperienza così totalizzante.
A pochi minuti dalla fine ci viene regalato un lungo frammento di rumore ossessivo e sublime che sembra gonfiarsi e contorcersi all’infinito, per poi dissolversi di nuovo nel silenzio. Frammenti, sfioramenti e un ultimo maelstrom sonoro lentamente svaniscono; come una tela coperta da strati successivi di vernice, il nostro sentire risulta ormai indelebilmente segnato, cambiato, forse persino espanso da quanto è accaduto in questa mezz’ora. Grazie alle architetture vive disegnate da Novaga e Connors, questo concerto appare come un essere vivente: un pensiero sonoro in movimento, sfuggente e allo stesso tempo presente. Consiglio a tutti i chitarristi — e più in generale a musicisti e artisti — un ascolto profondo di questa musica, per provare a comprendere come dismettere ciò che non è necessario, spazzare via stilemi e tecniche rigide, e andare incontro a un linguaggio unico e personale, capace di farsi racconto e descrizione di luoghi e persone, ma soprattutto espressione senza compromessi delle profondità umane.
Fuori dai generi, dalle forme prestabilite e da qualsiasi struttura codificata, questa musica ci investe con il suo fluire naturale, catturandoci in uno spazio che continuamente cambia e ci fa essere lì, davanti a quegli amplificatori che diffondono un suono sempre nuovo e allo stesso tempo antico, come provenisse da un tempo remoto. Una delle qualità più evidenti di questa composizione dal vivo è proprio il suo essere insieme linguaggio sonoro avanzatissimo e forma arcaica, architettura fluida in perenne metamorfosi.
Una musica così sa farci essere anche noi musica, prendendoci lentamente per mano e conducendoci verso di sé e verso noi stessi. Ci sono momenti di una potenza che ricordano una frana o l’impatto di un meteorite, e altri di una dolcezza che rimanda alle carezze delle persone che abbiamo amato di più. Quando l’ultimo suono svanisce, resta un silenzio diverso da quello che lo precedeva. È in quel silenzio che questa musica continua a esistere.

