Lords – This Ain’t A Hate Thing, It’s A Love Thing (Gringo, 2006)

Bisogna essere piuttosto intelligenti per non capire le operazioni intellettuali. Il concetto stesso di liberatorio pare essere più legato al non usare il cervello che non viceversa. Eppure bisogna decidere di fare qualcosa di liberatorio, appunto. Il cervello non si decongestiona, dai propri irrigidimenti, senza almeno una presa di coscienza ferma e decisa; cui segue la seconda scelta cosciente di lasciarsi andare.
Di primo acchito questo disco dei Lords conferma quanto di buono si sia sentito provenire dalla triade Leeds-Nottingham-Derby negli ultimi anni, dai Kill Yourself / That Fucking Tank, ai Brown Owl, passando per i Bilge Pump. I membri del gruppo pestano pesante pescando con la pompa della batteria la benzina delle due chitarre dal suono vagamente reminescente di certi Albini-smi, cariche di bassi come gli ottani della verde adulterata. Il motore romba, e l'apparente semplicità ed ostentata ignoranza si costituiscono sotto forma di malsano blues venato di rigido hardrock poco psichedelico e molto macho. Forse siamo testimoni di una carburazione di hard blues indipendente in questo esordio, non lontano dalle gag immorali dei Fucking Champs. Fortunatamente non ci sono gli assoli armonizzati e non si sente assolutamente la mancanza del basso, coperto dalle frequenze pescate dalla violenta amplificazione costruita artigianalmente dalle sapienti mani amiche di Joe Mask dei Bilge Pump. A tratti ricordano i nostri One Dimensional Man, ma quelli di almeno due/tre dischi fa, con una attitudine meno oculatamente malandata e decisamente più cazzona; quest'ultima si realizza appieno nell'uso dei cori, anche femminili come in The Ballad Of The Sightless And The Outstretched Hand, e nelle puntate ironicamente free jazz di Mingus (Pts 1-3). Splendida la veste grafica e la decisione di stampare con due colori diversi, giallo e verde, rispettivamente l'edizione su cd e quella su LP, per "permettere un più facile riconoscimento tra la copia da mettere sul piatto dello stereo e quella da infilare nell'autoradio"… Con la rinnovata attenzione per le sonorità più dure ma lineari che ha portato anche la Southern a inaugurare il catalogo Southern Lord, non credo sia difficile per questi Signori portare a casa un buon numero di concerti e altre uscite nei prossimi anni. Li aspettiamo anche in Italia, certi di una accoglienza entusiastica da parte del pubblico, per i critici mi avvalgo della facoltà di starmene zitto.

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