Lite – Phantasia (Transduction, 2008)

Prima una precisazione dovuta, visto che a questo punto, dopo aver ascoltato almeno tre uscite della Transduction, ho iniziato a pensare seriamente che sia una delle poche etichette ad occuparsi di math/post-rock con una scuderia veramente interessante, quindi se amate il genere vi consiglierei di dare un orecchio al loro catalogo. Etichetta irlandese e gruppo giapponese, che per la Transduction non è per neppure una cosa inedita dato che aveva già stampato quel bel dischetto Mikabe degli Z (che per altro erano i There Is A Light That Never Goes Out). I Lite sono basso, batteria e due chitarre elettriche, zero cantato e nessuna particolare innovazione, nonostante ciò hanno dalla loro una perizia tecnica degna del migliore onanismo (per la precisione quello nipponico) ed un gran gusto nell'assemblare i pezzi che sono davvero montati con squadra, righello e matite a punta fine. Disegni geometrici, certamente, ma che non sono per nulla privi di colore e non ne risulta una serie di linee nere che si intersecano su di un foglio bianco, tranquilli, anzi in Phantasia la melodia abbonda. Per quanto i Don Caballero in questo campo rivestano l'importanza che l'avvento della doppia cassa ha avuto nella Bay Area una ventina di anni fa, qui di Damon Che e soci non v'è traccia alcuna, al più giusto qualche rimasuglio di What Burns Never Returns, ma anche per loro parlerei di un impianto più melodico che si avvicina ai Golden (il gruppo parallelo del chitarrista dei Trans Am) in linea di fusione con i Lustre King del sottovalutatissimo Shoot The Messenger. Melodia senza la minima dissonanza che regna incontrastata su tutto, una vena di malinconia e quella fisicità necessaria per non "smarronare la fava" fra arpeggini, crescendo e sincopi di batteria. Come dicevo si tratta di conterranei di Mishima e quando s'incarogniscono su una cosa, la fanno in modo ossessivo cercando di farla al meglio e così è stato anche in questo lavoro. Quando esplodono evitano accuratamente le uscite alla Isis, Mogwai, Explosions In The Sky e simili, usano anche loro delay, altri pedali e cambi di dinamica, ma lo fanno in modo molto più quadrato, più progressivo in senso stretto (… per Dio! l'avete capito o no che sono giapponesi?!). A tratti, quando spingono nel macinare riff su riff e quando non sono in fase soft vanno così vicini a delle scorie di dopo-hard rock che Tim Green in versione Fucking Champs e soprattutto i King Krimson di Discipline li avrebbero adottati, ma anche anche quando vanno sul morbido lo fanno senza esser mai troppo banali. Ribadisco, tutti i richiami sono alla luce del sole, eppure siamo tre metri sopra al gruppo medio che suona questa roba quindi, ancora una volta: "Tokyo city must be saved!" (… e così ricordiamo anche gli Ultramen che non fa mai male).

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