Litania – Litania (Heavy Psych Sound / Subsound, 2025)

C’è un momento, un momento dove le forze naturali si allineano con alcuni umani e con qualcosa di sconosciuto, extraterrestre. Credo sia in uno di questi frangenti chi i Litania abbiano iniziato a esistere.
Elisa de Munari, Marco degli Esposti, Enrico Baraldi e Vladimir Marikoski: gli artefici. Blues, doom, l’India, lo zolfo, l’invisibile: gli strumenti. Manasi Devi, il brano che apre il disco, è bomba speziata e profonda: ci fa letteralmente saltare in una realtà parallela dove alle migliaia di divinità indiane sono stati aggiunti i grandi del blues e della musica pesante. In Ghunghru le acrobazie vocali di Elisa rimbalzano contro un suono pieno, gonfio e ottuso, come i Blue Cheer in uscita a Bhopal. Veil Of Illusion ci mette in guardia, ma in realtà non importa se questo viaggio sia reale, immaginario o indotto, l’importante è che non finisca e che continui a alternare sitar, raga e a far scendere lentamente brume pesanti. La voce è ipnotica e ci guida in luoghi misteriosi dove le iconografie si mischiano e le sostanze fanno effetto…bhang! Musica come vento che scompiglia e nutre, litania mai così centrata e perfetta. Litania come rito da gustarsi coi suoi pieni e i suoi vuoti, dove non c’è cattiveria ma la forza di aprire squarci fra i mondi, come in una Vighnaharta che scopre i nervi per poi lenirli come unguento magico. Pensate se i Beatles fossero andati in India coi Black Sabbath: è facile che ne sarebbe uscito qualcosa del genere, ma il sound dei Litania è insieme personale ed omnicomprensivo. Jamunija è folk del lato più interiore e oscuro, il basso come cuore tremolante, chitarra e batteria come corpo e struttura dall’incedere traballante e pesante. Bound va subito in acido mentre Elisa sembra letteralmente levitare tra i colpi, note martirizzate e illuminate. Shankara spara fra le stelle dottrine, filosofi e visioni con potenza e delicatezza, forze fra le quali si muove tutto il disco. Ma ora è il momento di abbassare la luminosità, con una Fading Light che continua coerentemente con la tensione che ha dato la forza a tutto il disco, in grado di farci entrare in un mondo sconosciuto del quale possiamo soltanto immaginare la forma. Un mondo evocato da un quartetto che non sembra limitarsi a unire cose note ma che grazie alla sua forza promuove e riesce ad aprire nuove strade. Saranno in giro nella seconda metà di febbraio ’26: chiamateli a voi, non ve ne pentirete.