Lili Refrain – Mana (LP/CD/MC Subsound, 2022)

L’apertura è affidata ad un organo ed ad una voce, reiterata e gonfia. Non riusciamo a dire in che lingua canti ma di certo la riconosciamo fuori dal tempo. Nessun aiuto ci viene dai titoli di questo lavoro, questo è Ki, che potrebbe essere riconducibile all’energia interna al corpo umano. Kokyu, di conseguenza, sarebbe il rilascio di Ki al di fuori del corpo, con dei suoni in sordina che richiamano ad una sorta di guerriglia lontana ed una vocalità che si manifesta a bolle, muovendosi libera e nascosta. Quando poi prende piede e potenza Lili sembra librarsi in aria tanto è l’energia che sprigiona. Ma l’attenzione si sposta sovente sui piccoli suoni più nascosti, che contornano tamburi ed esclamazioni. Sono dei tintinnii che danno un tono cristallino a tutto il lavoro, una chiarezza che contrasta con i bassi di fondo e da una profondità ancor più rotonda all’opera. A tratti sembra che questo disco sia composto a piani diversi, con le percussioni wadaiko in primo luogo, davanti all’organo e molto avanti alla voce. Non è facile far passare quale sia l’umore di queste registrazioni, si sente una trasfigurazione ed una precisa intenzione di crescita, intesa come allenamento e tecnica. Sembra il suono di un corpo che accumula energia, con sprazzi vocali eterei ed aerei e tutto attorno una spessa condensa, oppure soltanto un gioco di specchi. Le campane giocano di contrappunto su un salmodico recitare che si fa ecclesiastico e rituale, quasi che l’entrata della nostra sull’uscio ne divarichi le volte lasciandole in preghiera sulle macerie. È molto difficile fruire di questi brani rimanendo ancorati al terreno, mantenendo occhi aperti o scrivendone. Par di tradirne il senso, che è di trascendenza e di nutrimento spirituale, ma non importa, che la verve e l’intensità di queste musiche è tanta da riportare sulla via anche il più stolto dei distratti. In alcuni frangenti Lili sembra assumere le vesti di una serpe incantatrice ma in realtà quello che sta facendo qui non è tentare chicchessia, ma presentarci un mondo agli albori della musica, quando tutto questo aveva un senso programmatico ed il suono era potente viatico di partenze o battaglie, di sacrifici o di mutazioni.

Prima del termine c’è però il tempo per veder spuntare la bestia dalle macerie, con guitti metallici e rombi. È solo un momento, prima di lasciare la voce di Lili nuda, sul termine di Travelers, così come potremmo ascoltarla per delle mezz’ora intere. Purtroppo la distaccata traversia di Earthling segna il finale, con cori di muse (o valchirie, od onna bugeishe) che ci staccano dalla trance lasciandoci soli a muovere il nostro copro in maniera sconnessa nell’aria.

È stato intenso, necessario, forse salvifico.

Mana.

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