Ricordavo Davide Amici anni fa, quando inseme a Bienoise diede vita al progetto Merchants su Yerevan Tapes, ma poi non ne avevo più sentito nulla. Nulla fino a quando Pietro Michi, boss di Biodiversità Records mi passò in ascolto il suo nastro d’esordio solista, motivo per il quale abbiamo optato per una telefonata che potesse svelarci storia, strade, semine e panorami di Light in the Pond.
Ciao Davide, mi sei capitato fondamentalmente fra capo e collo. Pietro mi ha girato il tuo nastro ed ascoltandolo ho collegato la tua presenza con Merchants anni addietro. Non so quindi nient’altro di te, possiamo provare a lanciare una mappa per inquadrarti?
Certo…sto cercando di ricordare se per caso ci fossimo sentiti quando lavoravo per Club II cLub per motivi di stampa forse?
Non credo, in che anni?
Dal 2011 al 2017 circa.
No, ho iniziato a scrivere intorno al 2021, quindi non credo. Di che annata sei Davide, per capire su che onde ci stiamo muovendo?
Io sono del 1987.
Ok. Club II Club, Merchants e Lights in the Pond. Cos’altro?
Sono tanti anni che suono ma precedentemente a Merchants non c’è nulla in circolazione. Ho iniziato con il piano da piccolo e poi mi sono spostato al basso. Ho conosciuto Alberto in un progetto che non ha lasciato tracce, mentre tra il 2014 ed il 2015 abbiamo iniziato Merchants. Successivamente ho anche lavorato molto per conto mio, pur non uscendo con del materiale, visto che non trovavo una direzione ed una coerenza nelle mie opere, per poi prendere la derive di Light in the Pond.
Esordio vero quindi. Cosa ti ha portato a capire che fosse il momento ed il contesto giusto, il 2024 e Biodiversità per lanciarsi? Come mai la scelta del nastro?
Forse è un po’ un cliché ma in effetti un ruolo l’ha avuta la pandemia. Lavoravo per un’agenzia di comunicazione mentre ero in cassa integrazione al 50% con molto tempo libero. Questo mi ha portato ad intensificare la produzione musicale: avevo sempre cercato di lavorare molto sul beat e sul ritmo perché è da lì che vengo a livello di esperienza, essendo bassista. Ad un certo punto ho scoperto che mi piaceva esplorare un’idea di musica più testurale e meno ritmica…ho cercato inizialmente di avere delle melodie frammentate, che arrivassero gradualmente svelandosi nel tempo. Poi quando ho iniziato a mettere a fuoco i brani che sono finiti su nastro prima ho iniziato producendo brani che conservavano suoni più umani ed antropici, che sono andato via via ad eliminare lasciando solo field recordings.
Quindi c’è stato proprio un togliere tutto ciò che è umano per arrivare a questo stagno. Questo togliere umanità ed accasarsi presso un’etichetta che invece si chiama Biodiversità è un caso oppure c’è qualcosa che lega la specifica biologica e di specie?
Mentirei se dicessi che conoscevo Biodiversità da molto tempo prima, quel che è successo è che stavo già lavorando a diversi brani che poi sono finiti sul nastro ed in quel momento ho scoperto Biodiversità che aveva fatto un’open call per pubblicare una produzione fatta unicamente da fiel recordings. Da lì ho scoperto il catalogo scoprendo in Pietro una persona con una sensibilità affine a quello che stavo facendo io perché il filo conduttore di Biodiversitâ è il rapporto con la natura in senso ampio: non soltanto reale ma anche immaginata, animale, vegetale e di altri regni. Quando abbiamo iniziato ad analizzare il tema dell’assenza dell’uomo è emerso il tema delle altre forme di vita. Quel che avrei immaginato inizialmente era una sorta di concerto in assenza di pubblico, musica riprodotta in ambienti nei quali l’essere umano non c’è o non c’è più ed il modo in cui ho immaginato lo stagno è la presenza di queste luci come riflesso delle stelle ma anche delle forme di vita bioluminescenti che lo abitano.
Vero è che il fatto stesso di incidere e quindi di lasciare una traccia è qualcosa che fondamentalmente può andare oltre l’umano esistendo per qualcos’altro e per qualcun altro. È anche vero che per ascoltare qualcosa bisogna ritrovarcisi o bisogna volerlo, il suonare per un ambiente senza uomini è ambizioso e non ne scopriremo mai il senso. Questa cosa fa parte del gioco? È un’offerta? C’è chi dice che per le piante e gli animali ascoltare musica metta in atto qualcosa, ma sono tutte opinioni umane sul tema. Come vedi questa cosa?
Credo che la musica, come tutte le forme artistiche, sia un’esigenza comunicativa. Non necessariamente c’è un’ascoltatore ma tutto ciò che viene suonato, pur essendo esperienza personale ed intima sia comunque una forma di comunicazione, anche se non viene condivisa con nessuno. L’aver realizzato, per lo meno in nuce, la maggior parte di questi brani in una condizione senza contatto umano, ha partorito questo immaginario. Era un allontanamento reale dalle persone che mi ha portato a pensare questo. Quando penso ad una terra senza esseri umani (parlandone anche con Pietro) c’è una malinconia ma non forzatamente nostalgia per la loro assenza.
Anche perché l’uomo è quasi di passaggio. Valutando la vita di uno stagno e quella di un uomo…il suono c’è sempre stato, noi siamo qui in una fase molto limitata di tempo e siamo stati noi ad esserci messi ad ascoltare suoni pre esistenti, quindi potrebbe esserci un senso in questa direzione, unendoti a qualcosa che esula dall’aspetto umano.
Sì, sicuramente abbiamo portato avanti, diciamo, una tradizione sonora che esiste già in natura ed è particolarmente ricca.
Ci sono delle specie che hanno delle caratteristiche molto riconoscibili e le sviluppano da milioni di anni prima della nostra venuta, con un linguaggio complesso dal quale abbiamo ricostruito stralci con altri mezzi. Sicuramente è una necessità dell’uomo, anche se rimango sorpreso quando alcune persone mi dicono che non hanno interesse nella musica. Oltre a mangiare, bere, dormire e riprodursi mi sembra una delle attività fondamentali.
Forse sono meno speranzoso di te e sentendo di molte persone che non hanno interesse nella musica la cosa non mi stupisce. Però poco tempo fa sono stato a visitare una torrefazione di caffè ed ascoltando i rumori della produzione ne trovavo un senso ed una ritmica che mi ricordava alcune cose che ascolto abitualmente. Esternando questo sentimento sono stato guardato come il pazzo di turno, ma noi viviamo contornati da suono ed il silenzio fa paura. Il fatto di ascoltare il suono raggrumato in musica, oppure gente che parlano lingue sconosciute, il ricevere degli input: sarebbe da capire se questo sia apprezzabile anche dalle altre forme di vita?
Negli anni non si contano gli esperimenti che uniscono suono e mondi animali o vegetali, pensiamo a Plantasia ma anche al fatto di suonare per le mucche cercando di capire che effetto facesse loro l’ascolto. L’interesse quindi c’è sempre stato…tu sei già passato in questo senso all’atto pratico, suonando per la natura?
No, devo essere sincero, non l’ho mai fatto. Mi sono limitato a catturare ciò che la natura mi restituiva in un contesto, diciamo, meno cittadino, oppure tramite gli elementi naturali come la pioggia e la grandine. Sono affascinato però da quanto sembrino interessate alla musica le mucche, questa cosa esce da più parti e non ricordo se circa 25 anni avessere fatto ascoltare a delle musiche diversi tipi di musica e ne era uscito di come apprezzassero partiolarmente la musica classica ed i REM, cosa che mi era rimasta molto impressa. Poi diversi video di persone che iniziano a suonare nei campi e le mucche spesso accorrono e si mettono ad ascoltare. È un tema affascinante (Luca Mazzi, storico e saggista musicale scrive che “—negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso la ditta Muzak Inc. produceva musica che poi diffondeva anche nelle stalle e nei pollai con l’intento di aumentare le produzioni di latte ed uova. Il Music Research Group di Leicester, Inghilterrà, stilò nel 2001 la “classifica delle mucche”: al primo posto Everybody Hurts del gruppo di Athens, seguita da Bridge over trouble water e dalla sinfonia pastorale di Beethoven, con un aumento della produzione di latte di circa sette decilitri al giorno, ndr.).
Rispetto al nastro mi sono proprio immaginato di fruire della musica in determinati contesti. Ascoltandolo in città ed a casa fa un effetto, mentre facendolo ai lati di un biotopo presumo possa crearsi tutto un altro tipo di sovrapposizione di vita del nastro. Che vita speri per il tuo album?
Penso che, nel momento in cui il nastro viene recepito e fruito, sarà giusto che siano le persone a sceglierne il contesto a loro più adatto ma devo ammettere che diversi con i quali hanno parlato dell’album mi hanno raccontato di averlo ascoltato camminando in solitaria ed in cuffia. Non necessariamente immersi in una foresta ma comunque in una condizione di intimità in movimento. Quella forse è una condizione che si avvicina a quella interiore nella quale ero io mentre lavoraro all’album.
Che sensazioni ti hanno riportato? Funzionava come viaggio?
Sì, mi hanno tutti parlato in termini di soddisfazione, ma non è la parola giusta, diciamo..at peace, ok? Un’esperienza comunque che lascia delle sensazioni positive che magari ha delle note più scure sullo sfondo ma è comunque carica di sentimenti positivi e di speranza.
Non abbiamo quindi speranze, considerando la positività nell’ascolto e la nostra speranza? Chris Korda diceva Save the planet kill yourself, siamo già oltre a quel punto o c’ê ancora Speranza di comunione?
Non lo so, è una domanda impossibile…siamo giâ oltre? Sì, viviamo e ci confrontiamo quotidianamente con l’impatto della vita umana sulla natura ed ormai, per lo meno chi vive in città come me, siamo completamente anestetizzati e quando c’è una piccola intrusione della natura diventa qualcosa di straordinario e di mitico mentre la situazione, poco tempo fa, era diametralmente opposta. Non mi sono comunque interrogato troppo sul tema del distacco dalla natura odierna quanto sull’assenza in sé o nella presenza di qualcosa di altro perchê, come giustamente dicevi, siamo turisti sul nostro pianeta e molte specie hanno cicli di vita molto più lunghi, come molti che popolano gli stagni, sicuramente meno complessi di noi ma molto affascinanti. Il fatto che questi possano essere riscoperti mi fa molto piacere!
Come vedi la vita di Lights in the pond? Avrebbe senso dal vivo, mischiato con altri media oppure è semplicemente una testimonianza tua che hai lanciato nell’ambiente?
Ci saranno sicuramente dei live e l’idea è di lavorare in duo insieme ad un contrabbassista, Alberto Brutti che suona come Karu ed oltre che a muoversi nel free contemporaneo si muove anche nel contesto di musica ambient. In futuro mi piacerebbe provare a fare qualcosa di più side specific in quanto a fonti sonore, magari con luoghi evocativi rispetto ai quali ho dei legami.
Se penso a diversi ascolti miei recenti, legati all’ambiente naturale, si senta una potenza togliendo influsso ed influenza umana, lasciando una solidità che noi tendiamo a coprire col nostro operato. Ti consiglio a questo proposito Neige Noire di OLO; bellissimo trip su un viaggio che è una delle cose più belle successe negli ultimi anni a livello musicale. Per l’autunno e l’inverno possiamo aspettarci qualcosa dal vivo?
Sì, sicuramente, anche se insieme a Lights in the Box parallelamente dovrebbero riprendere anche le attività di Merchants, che è dormiente ma vivo!
Bene, bene bene! Materiale nuovo?
Sì, c’è un album nuovo che è pronto e che dovrebbe uscire su ArteTetra e stiamo lavorando anche ad un live con una band, forse per rigetto alla condizione di isolamento e di lavoro al computer. Al contrario del set elettronico ed ingabbiato del primo album basato sui sample ed avendo invece un album più suonato la formazione dovrebbe avere me ed Alberto a chitarra e synth, alla batteria Cristiano Amici, mio fratello e batterista di Karu ed anche un fiato.
Molto intrigante! Uscita prevista per quando?
Ancora 2024.
Splendido…siamo stati alla serata ArteTetra in triennale ed è sempre un piacere ascoltare roba loro, bello sapere che succederà ancora qualcosa in quell’ambito!
Vuoi aggiungere ancora altro o sei soddisfatto Davide?
No, sono molto contento, abbiamo passato diversi temi e ti ringrazio!
Grazie mille a te!

