Da Palermo Alessio Bondì, Donato di Trapani e Fabio Rizzo, coadiuvati dal percussionista Giovanni Parrinello cercano, con Lero Lero, di abitare ed arredare la voragine culturale creatasi fra l’essenza musicale sicula e la macchietta nella quale questa musica è spesso ridotta. Intento nobile e di rivalsa, montando uno scenario che già nel suo attacco svela uno degli ingredienti di grande pregio: un canto profondo, coro che racconta come faceva il teatro e che ci guida dentro un mistero che altro non è che un passato ormai quasi scordato. La Franculina diventa acido western mediterraneo, con lampi di fuoco che letteralmente esplodono dagli strumenti e la voce di Alessio che sembra volersi spingersi al centro di un incrocio culturale fra Spagna, Arabia e Trinacria. Difficile non cercare l’origine, il senso e la storia di ogni brano raccolto e cesellato, ma è importante lasciar gonfiare Lero Lero, farlo vivere senza interromperlo per poi tornare laddove si necessiti. I salinai trapanesi e le loro conte in punta di chitarra in un momento sospeso del quale possiamo osservare le venature, fino alla centrale Cuori Ri Canna. Siamo nella voragine imbandita, con un arrangiamento che rischia di crollare ma che viene salvato coi denti ad un passo dallo sfascio pop. Un rischio che dimostra come la trasformazione del passato sia perenne terreno colmo di trappole e lo scritto critico non si esime dalla bestialità ma cerca di seguire cuore e sensazione scrivendone. Così una Monrealesi che si fa via via più ipnotica nello scatenare balli che si imbastardiscono partendo dalla prateria fino ad arrivare in discoteca. È un disco fatto di polveri Lero Lero, un road trip dove il sole secca le fauci ed impone danze ed arie per le quali non ci restano che le ultime stille di energia. Brani ora secchi, ora floreali come Aieri ci Passava ed Ova Nichi ben illustrano il bacino di pesca del trio, in un disco che vive della propria imperfezione e del presente. Sembra quasi che non si sia voluto mantenere ma trasportare, correndo parecchi rischi, queste storie e queste arie ad oggi, dove lo spettro di una sintesi fuori bersaglio è dietro l’angolo. Una rilettura che si prende questa responsabilità e che lascia all’ascoltatore il grado di fiducia da investire in Lero Lero. La qualità del lavoro è molto alta e dimostra la lucidità nel correre questo rischio, con annessi e connessi. A chiudere il viaggio non poteva che essere una Ninna Nanna, in questo caso una ragusana raccolta una sessantina di anni fa.
A corollario di tutto questo ben di dio, sotto al tavolo di copertina U tignusu, leggendario coccodrillo che dopo il periodo di transizione in una fontana palermitana nella quale si ciba di bambini ritardatari fa ora bella mostra di sé in un negozio di alimentari della Vucciria. L’evocativa copertina è quella di Giulia Parlato, scatto dove non vediamo le facce dei protagonisti, dei quali possiamo soltanto ipotizzare le espressioni, in una voragine della quale rasentiamo i bordi, cercando una visione più chiara sull’accaduto.
Lero Lero – Lero Lero (Black Sweat, 2026)
