L’Enfance Rouge – Trapani, Halq Al Waady (Wallace, 2008)

Ritorno di Cambuzat, Locardi e Andreini (ormai sempre più inserito fra le maglie del loro suono): L’Enfance Rouge è un caposaldo dell’art-avant-rock italo-francese, nonostante io creda che non si debbano fare particolari introduzioni per presentare un gruppo che ha già un suo suono/discografia/seguito consolidati. L’Enfance Rouge ritorna e ripercorre la strada battuta nel penultimo viaggio, solo lo fa andando sempre più a fondo per quel che concerne l’esplorazione di un percorso immagazzinato dentro al cuore, allo stomaco e fra le tempie. Nessun cammino si ripropone uguale a se stesso e da buoni viaggiatori Cambuzat e compagni ritornano con una fotografia in cui gli stessi luoghi vengono attraversati fino ad esserne assorbiti in modo sempre più intenso. Andando alla sostanza, mi pare evidente che il suono del L’Enfance vada ibridandosi sempre di più con alcune influenze provenienti dalla musica araba o nord africana in genere, se fossi Levi Strauss o Cavalli Sforza forse in questo potrei vedere l’imbastardimento della cultura francese a colpi di Algeria e Marocco, potrei parlare del paradosso dei colonizzatori colonizzati, ma mi limiterò a dire che se solo Pontecorvo potesse vedere, altro che “…ai francesi ancor gli girano”. Solitamente per quanto ami i minestroni, non sono un grande amante del rock infarcito di venature etniche e persino la musica etnica stessa, più è tradizionale e più mi piace (mediamente… Real World, no grazie!), però ci sono sempre delle eccezioni che fanno ricredere, fin troppo ovvio menzionare gli Ex che da sempre ci sono andati a bagno. Se la volta scorsa mi era rimasto qualche dubbio, questa volta direi che l’ibrido si è sviluppato splendidamente, quindi il power trio si è arricchito di archi, strumenti tradizionali, voci e soprattutto musicisti con cui hanno creato un’atmosfera davvero carica. D’altra parte a posteriori non mi sorprende pensare che le atmosfere livide de L’Enfance Rouge fosse perfettamente coniugabile con un misticismo stile sette Sufi. Rock-francese (per quel che significhi), noir, decadente ed etnico… perché qualcosa di francese (e non solo nell’accento) in Cambuzat e combriccola resta sempre, nonostante il passare del tempo e dei chilometri.

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