LELE MOROSINI. La storia di Eversor e Miles Apart

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La storia di Eversor e Miles Apart nelle pagine del libro “I sogni si consumano piano”

Per chi è cresciuto frequentando un certo giro e sonorità la pubblicazione da parte della Green Records Press di Giulio Repetto del libro I Sogni Si Consumano Piano di Lele Morosini – la storia dei suoi Eversor e Miles Apart – è un avvenimento di una certa rilevanza. Certo, potrebbe mancare il giusto distacco quando ricordi il te ragazzino a casa dei nonni con Friends in heavy rotation nel walkman. Eppure è molto importante parlarne perché, come a volte accade con le band saldamente indipendenti e tanto appassionate, un discorso così sincero, vissuto con spontaneità e alimentato da quella forza del sogno che già ci avevano raccontato i Kina, riesce ancora a trasmetterti un senso di appartenenza totale. Quando poi comprendi che quell’appartenenza che provi ancora a distanza di anni non è solo tua, ma di una comunità con un suo particolare modo di sentire nata proprio da quei dischi e concerti, allora capisci che in ballo ci sia qualcosa di molto più importante della musica. Un sentimento che riaffiora ogni volta che ti ritrovi a parlarne con qualcuno che ha provato quelle tue stesse emozioni. E questo, cari miei, non è semplice fandom, ma una dinamica più profonda che mette in ballo valori e prospettive esistenziali. E se tutto questo non bastasse, c’è da aggiungere che inoltre si trattava di un suono tra i più personali sviluppatisi nella scena hardcore anni ’90 – e non solo nostrana – e di ragazzi molto più che talentuosi.
Venendo a una breve storia delle band – per approfondimenti è caldamente consigliato recuperare l’ottima lettura e sostenere l’iniziativa – se da un lato la giovanissima partenza degli Eversor a fine anni ’80 viaggi sull’asse della passione per il thrash metal – cosa che frutterà un 7”, un album e uno split LP con gli Accidia – la frequentazione di posti occupati e della scena hardcore punk permetterà al trio formato dai fratelli Morosini – Lele (voce e chitarra) e Marco (basso) – assieme al sodale Valentino Benvenuti alla batteria, di costruire un saldo background diy, nonché di trovare un ottimo equilibrio tra potenza e melodia dal grande impatto emotivo.lele Quell’emocore che una volta aveva un significato molto diverso da come lo si intende oggi proprio per la visione etica indipendente – e anche quest’ultima parola aveva tutto un altro peso specifico un tempo. Del periodo è difficile non annoverare un’uscita che sia meno che travolgente: dal succitato Friends, passando per l’intimista September, e fino all’esplosivo Breakfast Club. Per non parlare degli ottimi split con i Tempo Zero di Aosta o i Comrades di Roma, tra gli altri. Classici del genere oramai. Una fase a cui risalgono anche la collaborazione del trio con Stefano Giaccone dei Franti per l’indimenticabile brano Deve accedere della Banda Di Tirofisso (pubblicato nell’omonimo 7”), come anche il progetto Sender che lo vedeva assieme proprio a Giulio della Green (già voce di Creepshow e Substance) cimentarsi alla grande con sonorità di scuola Ebullition, altezza Still Life.
Nel 1999, dopo la fuoriuscita di Valentino a causa di una tendinite al polso, i Morosini continuano con il nome Miles Apart assieme al nuovo batterista Luca Bartolucci degli Ossessione, producendo album altrettanto interessanti, quali Some Memories Last Forever, Days Are Talking Of Us e Storyboard – tutti pubblicati dalla Green Records – oltre a diversi split ed EP degni di nota. Nel 2006 il primo scioglimento e circa dieci anni dopo il ritorno sulla scena che sarà purtroppo funestato dall’improvviso e grave problema di salute di Marco, colpito da un’emorragia cerebrale. Situazione che porterà il progetto alla naturale conclusione con l’EP Closer degli Eversor nel 2021, disco dedicato a Marco stesso che ha dovuto smettere di suonare e che vedeva in formazione il ritrovato Valentino dietro le pelli e Luigi Selleri dei Suburban Noise al basso. Quella che segue è una breve intervista fatta a Lele riguardo al libro e volta soprattutto a far emergere, più che la storia, proprio quella visione musicale e umana che ha animato i due progetti e che nella contemporaneità appare sempre più come una cosa rara.

Lele Morosini a Urbica per la presentazione del libro “I sogni si consumano piano”, Pesaro (2026)

Scrivere un libro vuol dire voler fare il punto della situazione su un’esperienza importante. Qual è stata la necessita che ti ha spinto a mettere tutto nero su bianco?
Ripercorrere la strada che abbiamo intrapreso assieme io e Marco è stata un’ esigenza nata in maniera molto spontanea. Marco nel settembre del 2024 aveva deciso di trasferirsi definitivamente in Canada; decisione coraggiosa e ammirevole ma da cui ne sono uscito decisamente provato visto il forte legame che ci ha sempre contraddistinto. Qualche giorno dopo la partenza mi sono ritrovato a scrivere quelle che sono le prime pagine di queste libro. Scrivere mi faceva star bene e mi divertiva molto. I ricordi che hanno scandito la nostra infanzia musicale sono riemersi in maniera nitida e non ho dovuto fare altro che riversarli sulle pagine con l’entusiasmo e le emozioni che quei ricordi mi trasmettevano.

Anche se all’inizio non suonavi negli Eversor, riesci comunque a trasmettere tutto l’entusiasmo che si prova nel far comunque parte di una cosa che prende forma giorno per giorno. Quali sogni avevi in quel preciso momento e com’era la vita che respiravate?
Quando vedevo i primi Eversor suonare nella tavernetta di casa nostra avevo 12 anni ed ero completamente ammaliato dai suoni che trasmettevano quelle chitarre e dall’atmosfera che si respirava durante le prove. Aspettavo il sabato pomeriggio come si attende il concerto della vita. Stavo seduto su un divanetto con una t-shirt degli Iron Maiden e vedevo nascere questi pezzi dal nulla con delle distorsioni e dei ritmi di batteria che erano identici a quelli ascoltati sui miei album preferiti e non mi sembrava vero. L’entusiasmo che si prova a quell’età è un qualcosa di magico e puro e se avevo un sogno non era quello di diventare famoso, ma quello di poter suonare con loro e il più a lungo possibile.

Eversor live all’azienda di Soggiorno Marco e Luca Ercoles, Cattolica (1986)

Avete cominciato come band thrash metal ma avete formato la vostra attitudine frequentando posti autogestiti. Due elementi apparentemente in contrasto, ma che convivevano in modo molto naturale nel vostro approccio. Cosa vi trasmetteva questo genere e cosa invece vi ha lasciato frequentare determinati ambienti?
La nostra fortuna è stata quella di aver avuto a pochi chilometri da casa un posto come il centro sociale Manicomio di Pesaro. Nel 1986/87 non era facile suonare in club locali se le tue sonorità ricordavano Slayer e Death Angel. Abbiamo organizzato un paio di belle serate in piazza a Cattolica, suonato in festival dell’Unità. Abbiamo suonato in qualche pub della riviera romagnola ma l’atmosfera che si respirava in quel centro sociale era unica. Era un posto che spingeva ad un’aggregazione fortissima dove sono nate amicizie e progetti. Sul palco passavano Kina, Upset Noise, Infezione ed era naturale assorbire idee, sonorità e parole recitate al microfono. Le distribuzioni indipendenti hanno fatto il resto. L’incontro con Luca e Paolina della Chansons d’Amour di Rimini è stato fondamentale. Avevano dei dischi fantastici a prezzi popolari e questo significava nuovi ascolti, nuovi stimoli e serate indimenticabili in posti come l’Isola nel Kantiere di Bologna. È vero che avevamo ancora sonorità molto metal ma l’attitudine era ormai plasmata da quei posti e da quegli incontri.

Forse il primo pezzo che ha aperto una direzione decisamente hardcore nel vostro suono è stata proprio “Fammi Sorridere”, brano contenuto nello split del 1993 con Paul Chain e unico brano in italiano che abbiate ma scritto. Come ispirazione della canzone citi nel libro un gruppo forse mai troppo apprezzato quanto meriterebbe, i Ritmo Tribale di Kriminale. Mi piacerebbe me ne parlassi?
Sono molto legato a Kriminale dei Ritmo Tribale. Li vidi per la prima volta proprio al centro sociale Manicomio di Pesaro e rimasi colpito dalla voce di Edda e da certe soluzioni compositive. Quell’album girava di continuo nel mio walkman quando andavo a scuola e ovviamente ne rimasi influenzato. Fammi sorridere nacque in maniera molto spontanea ma indubbiamente risente delle sonorità di brani come “Vorrei e non vorrei” o “Anarchia”. Ciò che mi sorprende e mi gratifica è che nonostante l’abbiamo suonata pochissime volte dal vivo, tanti ragazzi se la ricordano e ne sono molto affezionati.

Eversor live al Forte Guercio, Alessandria (1995/1996 circa)

Non possiamo a questo punto non approfondire la figura del già citato Paul Chain, che a quanto scrivi è stato fondamentale per il vostro primo periodo e vi ha accudito quasi come dei figli. Com’era il vostro rapporto?
Paul Chain è stato senza dubbio una delle figure più importanti per gli Eversor. Venne nella tavernetta di casa nostra dove il sabato facevamo le prove, incuriosito dall’invito di Marco e dal fatto che io avevo solo 14 anni. Da quel momento ci prese per mano e per noi diventò un po’ il nostro mentore, la nostra guida. Io ne ero completamente affascinato, lo veneravo come artista per essere stato il cofondatore dei Death SS e per aver inciso album bellissimi da solista, e tra noi due s’instaurò un rapporto sincero e affettuoso. Mio padre mi portava a casa sua a Pesaro. Paolo mi faceva provare le chitarre, dispensava consigli su qualsiasi aspetto, andavamo da Beppe, un liutaio di Pesaro per sistemare le chitarre e parlavamo tanto dell’approccio alla musica, del modo di vivere la propria esperienza musicale. Un legame profondo che a quell’età ti plasma e ti porta a crescere come musicista e come persona. A Paolo dobbiamo tanto e non finirò mai di ringraziarlo per tutto ciò che ha fatto per noi.

Un altro incontro fondamentale è stato sicuramente quello con i Kina, una band importantissima non solo musicalmente ma anche per il modo di intendere l’hardcore. Quale tipi di riflessione vi ha spronato a fare il confronto con questo nome storico della scena?
Se Paul Chain è stato importante a livello musicale, i Kina lo sono stati a livello attitudinale. Credo fosse il 1989/90, insomma dopo l’incisione di The Cataclysm, Marco era già in contatto con Sergio Milani dei Kina, avevamo ordinato per posta “Se ho vinto se ho perso” e al di là del genere musicale molto diverso, avevamo gettato le basi per qualche progetto insieme. Evidentemente c’era sintonia, tanta. Anche loro erano interessati alla figura di Paul Chain e si era creata una sorta di alchimia tra di noi, tanto che stampammo un disco dal nome Klein Circus con Eversor, Paul Chain, Kina e i Madhouse di Ferrara. Suonavamo stili completamente differenti ma parlavamo la stessa lingua in termini di autoproduzione e idee nei confronti della musica. Fu in quel periodo che io, Marco, Federico e Luca Giannini della Chanson d’Amour prendemmo una settimana di ferie e ce ne andammo in Val d’Aosta. Passammo quei giorni a sfogliare dischi negli uffici della Blu Bus Records, sui divani della casa di Gianpiero Capra, ad ascoltare le prove dei Kina e a bere la grolla valdostana con loro e i ragazzi dei Tempo Zero. Da quel viaggio tornammo con idee più chiare e una direzione musicale più precisa.

The Miles Apart, Venezia Hardcore Fest 2017, Csa Rivolta, Marghera

Friends ha sicuramente posto le basi per il vostro marchio di fabbrica fatto di suono potente e slancio emozionale. Nel libro traspare come un percorso intrapreso naturalmente. Come avete lavorato per mettere a punto questa strada che poi si è rivelata decisiva e molto personale?
Friends è il risultato di un passaggio musicale molto spontaneo e sincero. Dal metal primordiale di The Cataclysm siamo passati attraverso tante influenze musicali, e poi concerti, album, persone incontrate, tour all’estero. Eravamo influenzati da tutto e suonavamo ciò che più ci divertiva e ci riusciva più facile e istintivo. C’è stata un lunga fase transizionale in cui non avevamo davvero un’identità precisa, mi riferisco al periodo di Psychopathic Intentions 7” e Uomini Contro (lo split con gli Accidia di Ferrara). Siamo passati attraverso mille influenze musicali e io riversavo tutto ciò che avevo in testa sulla sei corde. È stato come un lungo tunnel dal quale ne siamo usciti con idee più chiare e sonorità più definite. In sala prove stavano nascendo brani come Lost Again e Changes e in pochi mesi è nato Friends.

Come racconti, con il successivo September siete diventati più “intimisti”, e alcuni prodromi si potevano già rintracciare nei sette pollici Time Goes By e World Of Illusion. Cosa vi ha spinto ad approfondire maggiormente questa direzione?
Non saprei, non ci siamo mai seduti a tavolino per decidere che stile dare ai pezzi. Le venature intimiste che sottolineo anche nel libro sono semplicemente dovute alle nostre sensazioni di quel determinato periodo, stati d’animo, pensieri. Anche un film o un libro possono giocare un ruolo determinante in fase compositiva. In genere ciò che riversavo sulle corde della chitarra rispecchiava ciò che si muoveva dentro di me, e Marco e Valentino sembravano recepire questo processo con grande naturalezza. Sviluppavamo assieme le idee che portavo in sala prove ed ognuno aggiungeva il suo stile e la sua personalità.

Una cosa di cui non parli nel libro, ma che mi sembra di ricordare, erano le molte lettere che ricevevi dai supporter riguardo alle vostre canzoni e ai tuoi testi. Molti si riconoscevano nella vostra musica e credo che anche questo fosse un’occasione per costruire legami in un tempo in cui internet praticamente non esisteva.
Sì, è vero, e sono sempre stato infinitamente grato a quelle lettere a chi le ha scritte. Oggi ci sediamo sul divano e ce la caviamo con due righe e un cuoricino. In quegli anni dovevi prendere carta e penna e scrivere un’intera pagina per poi andare alle poste e spedirla con tanto di francobollo. Che qualcuno lo facesse per noi è una cosa di cui ancora non mi capacito, ma a quelle lettere di apprezzamento e di stima sono tuttora profondamente devoto.

The Miles Apart, Venezia Hardcore Fest 2017, Csa Rivolta, Marghera

Era anche il periodo della sedicente rinascita del punk con Green Day e Offspring, che, per quanto foriero di bei dischi, a posteriori mi sembra di poter dire si sia rivelato più come una sistematizzazione dal punto di vista commerciale di un certo tipo suono e anche una sorta di regressione per ciò che riguarda l’approccio etico alla musica stessa. Come lo hai/avete vissuto questo argomento?
Quando uscirono i vari Dookie, Ignition ecc…noi stavamo entrando in punta di piedi nella scena hardcore punk degli anni ’90. Erano sicuramente dei gran bei dischi ma in quel momento eravamo incuriositi e stimolati dalla scena indipendente europea e americana. Sul van durante gli spostamenti per i concerti i gruppi un po’ più mainstream lasciarono presto spazio a Samiam, All, Jingo de Lunch, Mega City Four, per citarne alcuni. Ai suoni brillanti e patinati di quelle mega produzioni preferivamo di gran lunga i suoni più grezzi ma forse più accattivanti delle realtà underground che, seppur con sonorità diverse, sprigionavano ancora quella rabbia e frustrazione che anche noi condividevamo.

Un’altra cosa che racconti con molta passione è il tour in Giappone. Da alcuni tratteggi che fai si comprende molto bene la difficoltà di capire i comportamenti e i sentimenti dei vostri amici del Sol Levante. Cosa vi ha lasciato viaggiare in un posto all’epoca così culturalmente distante dal nostro modo di vivere?
Tutti noi siamo rimasti affascinati dall’esperienza in Giappone. Nessuno di noi sapeva a cosa andavamo incontro nel primo tour del ’97. Forse proprio questo salto nel buio ci ha fatto poi innamorare delle persone, dei luoghi, dei profumi e della gentilezza dei ragazzi con cui abbiamo condiviso il tutto. E poi chi si aspettava che dall’altra parte del mondo cantassero i tuoi brani sotto il palco? Ad ogni modo questa attrazione nei confronti di quel mondo deriva proprio da questa distanza culturale enorme, dal modo di pensare e relazionarsi che certe volte pensi di aver compreso per poi esserne subito smentito. Non è stato facile l’approccio dei primi giorni e non lo sarà mai al di là degli inchini e degli abbracci. Ho amici che per lavoro hanno soggiornato per anni e tuttora non riescono a capire del tutto le loro vedute. Ma proprio questo mi ha sempre spinto a cercare di capire e approfondire questa mentalità così particolare per noi occidentali.

The Miles Apart, Venezia Hardcore Fest 2017, Csa Rivolta, Marghera

Quando Valentino per cause di forza maggiore ha dovuto smettere di suonare la batteria, avete deciso di proseguire cambiando nome in Miles Apart. Una transizione difficile ma che ha visto anche un nuovo inizio e altri dischi di spessore.
La decisione di Valentino è stata dolorosa per tutti. Abbiamo condiviso quelli che fino ad allora erano stati gli anni più belli e proficui degli Eversor ma io e Marco eravamo in un periodo di forte determinazione e non potevamo smettere di suonare. Siamo stati fortunati a trovare un batterista come Luca proprio dietro casa e per rispetto di Valentino abbiamo deciso di cambiare nome. Stessi amici, stessi scena, ma un nuovo inizio e forse anche nuove sonorità dal momento che comunque un batterista apporta sempre una propria matrice ai nuovi brani. In realtà non è stato un ricominciare da zero ma più un proseguire la strada con nuovi stimoli, ed è stato molto divertente.

Dopo tre album, un mini e vari split, hai però accusato il peso di un cambiamento nel contesto musicale che ti ha spinto ad allontanarti dalla musica per un po’. Mi piacerebbe mi parlassi di quel momento in particolare e di cosa provavi a riguardo.
Come ho sottolineato nel libro, c’è stato un momento intorno al 2004/2005 in cui mi sono sentito un po’ disorientato; sensazione dovuta a cambi generazionali, locali nuovi dalle atmosfere più algide, un modo di vivere la musica che forse non rispecchiava più quello con cui eravamo nati. È sbagliato rimanere ancorati al passato ma queste percezioni contribuivano a vivere il tutto con più senso critico e meno trasporto emotivo. Quello che a me mancava maggiormente erano gli abbracci e le risate con gli amici nel cortile di un centro sociale qualunque; un quadretto che fino a 10 anni prima era ricorrente in qualsiasi concerto. La mia concezione di concerto proviene da lì, dalla condivisione e dai rapporti umani, situazione che si stavano facendo sempre più carenti. Inoltre vedevo Marco piuttosto annoiato e spento e ho pensato che era giunto il momento di prenderci una lunga pausa.

Dopo un periodo in cui ti sei dedicato a questioni extra musicali – Marco nel frattempo suonava con i Mannaia – avete deciso di ricominciare. Purtroppo le difficili vicissitudini che hanno colpito tuo fratello hanno tuttavia portato alla fine di un lungo percorso che si è necessariamente concluso con l’EP Closer, dedicato proprio a Marco. Hai scritto pagine molto toccanti sia sull’affetto che avete ricevuto da parte di amici e sostenitori durante quel periodo molto complicato. Immagino non sia stata una passeggiata scriverne.
In realtà scrivere su quei momenti difficili è stato molto terapeutico e poi qualcosa di buono in tutta questa sciagurata storia l’abbiamo avuto. Marco è ancora tra noi, sorride, scherza e se ne va a vedere i Wormrot con gli amici, e nei momenti più bui, quando si fa forte il bisogno disperato di essere preso per mano, si è concretizzato tutto l’affetto di quei rapporti umani di cui parlavo prima. Il calore e il conforto delle parole e della presenza di tanti amici hanno avuto una forza indescrivibile sia per noi che per Marco durante la non facile riabilitazione.

Eversor live all’Hana-Bi, Marina di Ravenna (2021)

Credo che a volte le etichette siano almeno indicative di qualcosa di più ampio. Quello che viene definito emo a partire dagli anni 2000 è molto distante da quello che in precedenza veniva definito emocore. Intendendo con quest’ultimo termine un approccio si più emozionale, o intimo, se vogliamo, ma comunque accompagnato da un certo modo di vivere la musica e di guardare il mondo. Al di là di questioni di stile, per me siete sempre stati – sia come Eversor che come Miles Apart – prima di tutto un gruppo hardcore. Ti ritrovi in questa definizione?
Sì certamente. Le etichette lasciano il tempo che trovano anche se a volte fanno comodo a tutti se devi descrivere le caratteristiche di una band. Usavamo il prefisso emo per evidenziare uno stile emozionale, emotivo. Si usava per descrivere band come Samiam, Texas is the Reason, Split Lip e via dicendo, però ci siamo sempre sentiti un gruppo hardcore. Il nostro ambiente era quello, sia che si suonasse veloci e aggressivi sia che si usassero toni più morbidi e melodici. Ho sempre pensato che con entrambe le venature sia possibile esprimere quella rabbia e quel risentimento che fanno da comune denominatore alla musica hardcore punk.

Vorrei riprendere anche due frasi che citi nel libro e che credo siano illuminanti per un certo modo di intendere quello che facevate. Una è di Giampiero Capra dei Kina quando dice che “non è mai un avventura musicale, ma umana”, mentre l’altra è quella di Stefano Giaccone quando afferma che avete “testa e sogni a posto”. Che effetti ti hanno fatto e cosa ti hanno fatto comprendere di te stesso come persona e musicista?
Quella frase di Gianpiero viene recitata al termine del documentario sui Kina Se Ho Vinto, Se Ho Perso e penso racchiuda in poche parole l’approccio alla musica che abbiamo sempre avuto e che considero alla base di qualsiasi percorso musicale. La frase di Stefano Giaccone ce la ritrovammo scritta a penna dietro una cartolina che ci spedì dopo la registrazione della Banda di Tirofisso. Fu una sorpresa per noi perché non eravamo tanto in confidenza con Stefano. Ci eravamo visti alle prove dei Kina quando andammo in villeggiatura in Val d’Aosta e poi durante un nostro concerto al centro sociale El Paso di Torino. Rimanemmo piuttosto sorpresi quando Stefano ci chiese di partecipare al progetto. Per noi fu estremamente gratificante. Pensi di aver fatto qualcosa di buono, e certe frasi, certe espressioni, soprattutto se dette da personaggi di spessore come Giaccone, sono confortanti e ti spingono a proseguire il viaggio con sempre maggior determinazione.

Dal tuo libro traspare molto bene il fatto che non solo siete dei bravi ragazzi con “testa e sogni a posto”, ma che avete proprio un modo di porvi naturalmente contrario a pose da rock star e alla sterile visibilità che nel mondo di oggi ha preso il sopravvento. Quanto era cosciente questo vostro comportamento?
Se c’è una cosa a cui non abbiamo mai dato importanza è proprio l’immagine, purtroppo per noi ahahah… Abbiamo vissuto tutta questa storia anteponendo affetti, divertimento e passione a contratti effimeri e ambizioni commerciali.

Per chiudere vorrei citare un’altra cosa che mi ha toccato molto del tuo racconto, ovvero quando dici che sei “abbastanza sentimentale da credere che una canzone, un libro o un film possano davvero cambiare la vita di una persona”. Lo pensi ancora?
Sì lo credo ancora. La potenza espressiva, la portata emotiva di un film, una canzone, un libro, credo possano fornire punti di vista e prospettive inimmaginabili, oltre a conforto e sostegno nei momenti più difficili, ma soprattutto sogni, di cui nessuno di noi può fare a meno.

Eversor live al Jam, Tokio (1997)