Le streghe son tornate, un’intervista con Francesca Remigi

Picture by Elisa Caldana

Witchess di Francesca Remigi è un disco che mi ha intrigato ancor prima di ascoltarlo. La figura delle streghe, delle donne segnate dall’incomprensione e della mancata considerazione da parte del genere maschile hanno sempre dato prova di forza, ingegno e passione. In maniera più libera all’ascolto che sulla carta Witchess è un lavoro che parte dal jazz e dalla musica improvvisata, include la storia e la politica, l’immaginario e la vita. Un album completo e complesso, nel quale ci si trova giocoforza inclusi e stregati da tutto quel che succede. Ho colto l’occasione di scambiare qualche chiacchiera con Francesca per trovare chiavi di lettura dirette e libere

Ciao Francesca, da dove arrivi? Dove sei?

Allora, io sono di Bergamo, della provincia di Bergamo. In questi giorni sono a Milano perché dovrò suonare ad un jazz festival ma di base ora sono a Berlino. Sto facendo un dottorato di ricerca e dovendo fare un periodo all’estero sono finita a Berlino a fare robotica e programmazione.

Che penso sia anche un posto interessante come musicista?

Sì, sì, di brutto! Ho già fatto un paio di concerti, poi ho già diversi amici su e non mi sento totalmente estranea alla scena.

Ho voluto sentirti avendo letto la presentazione di Witchess ed incuriosendomi molto, curiosità che è cresciuta ancora di più ascoltando il tuo lavoro. Volevo chiederti di Andrea, Silvia, Alessandro, Naomi e Clotilde: come hai capito che sarebbero state le persone che avevi bisogno per Witchess? Com’è nato il pensiero e poi la pratica?

Allora: il lavoro è nato in realtà due anni fa proprio in questo periodo, era fine settembre. Io avevo fatto un periodo di tre anni, tre anni e mezzo negli Stati Uniti, studiando a Berkley. Tra le altre cose ho seguito una serie di corsi che vertevano sull’antropologia del jazz e di come nascesse proprio come forma musicale, sociale e culturale di rappresentazione afroamericana, con tutta una corrente legata al black feminism. Tutto questo era legato ad un istituto di Berkley che si chiama Jazz and Gender Justice, capitanato da questa batterista di nome Terri Lyne Carrington per la quale sono andata in loco: è stata la mia prima possibilità per studiare con una batterista donna (pur essendo ora molte di più è comunque ancora una rarità) e tramite questo mi sono avvicinata ai Gender Studies legati alla tradizione del black feminism afroamericano. Quell’estate, tornando, mi ricordo che l’etichetta di nusica.org, quindi Alessandro Fedrigo e Nicola Fazzini (che ringrazio sempre moltissimo per avermi supportato tanto in questi ultimi anni) mi hanno chiesto se volessi fare una residenza artistica tramite loro al JMuseo di Jesolo, un luogo bellissimo che abbiamo inaugurato noi in realtà con le nostre performance! L’idea di mettere insieme queste tematiche con questo tipo di persone è nato proprio dal fatto che avevo conosciuto Silvia l’estate prima tramite un’esperienza di un collettivo di improvvisazione, la Tuscany Music Revolution si chiamava. Mi era piaciuto tantissimo il suo trattamento del suono, il tipo di manipolazione elettronica, i soundscapes che riusciva a creare. Invece Andrea (nel trio base siamo Silvia, Andrea ed io) l’ho conosciuta una decina di anni fa ai seminari di Siena Jazz, mi ospitava a casa sua mentre seguivo questi corsi. Lei allora già faceva cose seguendo seminari di musica elettronica in Chigiana, mi faceva vedere robe che per me all’epoca erano stranissime mentre ero intenta con le basi del jazz! Pur essendomi poi allargata anch’io negli stili e nei generi col tempo lei era già su un’estetica di manipolazione del suono di un certo tipo, tramite mixer e sintetizzatori a pedali. Mi sono sempre sentita legata a quel mondo ed al mondo dell’improvvisazione: oltre ad essere loro due donne modello (Silvia si sta ritagliando il suo spazio e la sua fetta di pubblico, Andrea anche è fuori da tanti anni ed ad Oslo è molto rinomata) sono poi anche due care amiche. Sono state due esempi: mi sono detta che nel provare questa impresa sarebbero state le persone giuste. L’inizio è stato molto faticoso: difficile sinergizzare diversi background musicali venendo Silvia dalla classica contemporanea, io dal jazz ed Andrea pure ma facendo ormai musica noise. Poi abbiamo aggiunto Clotilde per quel che concerneva la danza (lei l’avevo conosciuta ad Amsterdam dove avevamo collaborato per il mio penultimo disco, nel quale aveva curato la parte registica di un paio di videoclip che avevamo fatto uscire). È stata un po’ una sfida: ultimamente sono anche un po’ dell’idea di delegare un po’, non mi piace più avere totalmente il controllo di tutto quello che succede dal punto di vista compositivo. Per questo cerco di circondarmi di persone i cui output musicali mi piacciono, potendo essere sicura che il risultato di un incontro di personalità già forti possano apportare qualcosa alla mia musica.

Invece la tua musica? Hai un percorso jazz ma da dove arriva la tua musica?

Dal punto di vista vista accademico sì, ho fatto il conservatorio qui a Milano finite le superiori ma poi sono scappata facendo un Erasmus in Olanda ed un master in Belgio, tutto questo in Jazz Drums e Jazz Composition. Andando all’estero mi si è un po’ aperta la veduta su quel che era il jazz contemporaneo, il jazz moderno, ho studiato tanto la musica carnatica e poi è arrivata l’esperienza più elettronica. Sbarcata in America ho fatto un master di un anno e mezzo con una borsa di studio e da lì sono rimasta altri due anni a New York per questo PhD che sto facendo ora. Per il resto invece da piccola sono cresciuta con pane, AC/DC e Led Zeppelin, poi ho avuto una parentesi più jazz-prog dai King Crimson ad una cover band dei Dream Theater: ho sempre avuto questo interesse a sdoganare…nel senso, perché bisogna suonare sempre in 4? Fin da piccola sono sempre stata interessata ad andare un po’ oltre alla convenzione e credo che anche quel che sto facendo adesso vada in quella direzione.

Come sei partita per l’ideazione di Witchess? Ascoltandolo ho faticato a capire quanto ci fosse di scritto, quanto di spontaneo e quanto di creato in corso d’opera. Com’è funzionata la composizione?

In realtà sul disco c’è solamente una traccia improvvisata. Sono quasi tutti brani composti, ne risultano 9 su disco ma in realtà sono 5 suites un po’ più lunghe che abbiamo spezzettato in parti più piccole, strutturati ma con delle indicazioni per delle parti improvvisate al loro interno. Però diciamo che per me tutto è partito dai testi: appassionandomi a queste letture femministe e ritrovandomici perché per l’appunto, essendo la batteria uno strumento maschile nell’immaginario comune mi sono ritrovata spesso a vivere situazioni un po’ borderline e difficili, sentendo questa discriminazione nell’ambiente musicale. Da lì il mio interesse ad approfondire, trovando appunto a Berkley una bolla fantastica dove mi trovavo a suonare con persone gender fluid, transgender, di qualsiasi etnia e provenienti da tutto il mondo. Nelle varie esperienze avute nella vita accademica e professionale ho capito proprio come gli ambienti più diverse e le collaborazioni tra donne erano quelle che preferivo trovandomi più supportata, meno giudicata, non sentendomi obbligata a dimostrare sempre di essere la batterista migliore o più tecnica ma semplicemente avendo qualcosa da dire trovando il modo di costruire la cosa facendolo insieme.

È vero che la tecnica può servire ma se penso ad una delle mie batteriste preferite (Moe Tucker dei Velvet Underground) credo che di tecnica avesse poco o nulla ma riusciva ad esprimere la sua personalità ed il suo suono.

Certo.

Stavo pensando che probabilmente le batteriste donne colpiscono di più perché storicamente il pubblico è meno abituato a vederle. La maggior parte del mondo musicale è connotato al maschile ma è vero che ritrovarsi in un ambiente più composito e più libero da questo punto di vista può sicuramente anche ispirare alla musica nella propria crescita.

Assolutamente! Per me è un tema molto preponderante: nel mio percorso professionale e di crescita è stato sicuramente importante la ricerca di modelli ai quali in qualche modo ispirarmi. Non avendo persone uguali a te all’interno della scena e del business ti chiedi che cosa ci stai a fare lì. Se la tua figura non è normalizzata ma è marginalizzata all’interno della comunità come faccio a lavorare con questa roba? L’esperienza negli Stati Uniti, anzi, prima in Canada, in una residenza artistica dove ho conosciuto moltissime donne e non binary sono state di grandissima ispirazione dandomi il coraggio di osare, andare là e scoprire che la scena aveva possibilità che la scena in Italia non era in grado di darmi a quel tempo. Tornando alla questione compositiva è tutto basato su questi testi (uno in realtà è un’intervista ad Angela Davis, attivista fondamentale che si vide anche dedicare un brano da John Lennon quando fu imprigionata e messa inc tacere un paio d’anni. Anche uno dai Rolling Stones ma soprattutto uno dal Quartetto Cetra, ndr.) ed i brani partono da questi statement estratti dall’intervista rilasciata nel 2019 alla Boston Public Library che è stata di grande ispirazione per me ed in qualche modo la musica va a formare la colonna sonora del testo ed ad esprimere e sottolineare dei passaggi nel testo. Il terzo brano del disco, caccia alle streghe, si basa invece sul testo Caccia alle streghe, guerra alle donne di Silvia Federici, giornalista, attivista ed insegnante all’HOFSTRA University di New York. La musica vuole descrivere sostanzialmente una parata di streghe incatenate che vengono portate al rogo per essere uccise: ho sempre avuto questa necessità di collegare la musica a delle immagini per trovare un’obiettivo dal punto di vista compositivo. Non riuscendo a lavorare con musica fine a se stessa, cerco quindi molto spesso un’ouptut, un messaggio che la musica cerca di esprimere e comunicare. Mi baso su questo, emozioni che cerco di mettere in musica.

Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che anche la musica diventasse una voce e che il messaggio passasse nelle note oltre che nelle parole utilizzate, potendo in qualche modo decodificarlo. Secondo te il suono, la musica, ha bisogno delle parole per trasmettere un messaggio o può farlo anche autonomamente?

No, non credo che debbano esserci le parole per forza però ultimamente tutti i progetti che mi piacciono o comunque ai quali collaboro hanno una voce. Secondo me la voce è lo strumento più potente di tutti e permette comunque di avere un’esposizione ed una trasmissione di un messaggio intellegibile. Va a controbilanciare magari la funzione della musica in sé però soprattutto nell’ottica dell’interazione con un pubblico è comunque uno strumento molto forte. Queste prime sperimentazioni che sto facendo nell’includere la voce nella mia pratica sono un tentativo per totalizzare e generalizzare un pochino lo strumento voce, uno strumento che abbiamo tutti e che arriva alla pancia di tutti. Ai concerti mi accorgo di emozionarmi di più quando c’è una voce e quindi questo, nulla togliendo alla parte musicale che cerco di rendere inerente ed intellegibile, è quello che voglio esprimere. Il bello della musica è che andando ad un concerto la fruizione è libera e non codificata come la visita ad un museo per un quadro (eccezion fatta per l’arte astratta dove possiamo immaginare diverse interpretazioni dell’opera). La musica permette un’immersione libera in un flusso sonoro, facendosi trasportare in una narrazione personale che non per forza deve collidere con quanto pensato dal compositore, ed è anche questo il bello. Provo ad essere diretta ed il voler includere la voce va proprio nella direzione del dialogo con la pancia delle persone.

La scorsa settimana ho intervistato operazioni, un’artista ticinese che mi diceva come la musica fosse secondo lei la forma d’arte più fisica come assorbimento.

Assolutamente.

Ascoltando Witchess c’è questa sensazione di musica che entra nello stomaco per poi salire nella testa creando immagini e dinamiche. A te capita di riascoltare quel che registri? In caso tu l’abbia fatto che effetto ti ha dato riascoltandolo?

Allora…partiamo dal presupposto che solo ultimamente sto facendo un po’ pace con l’andare indietro riascoltando ciò che ho registrato. Inizialmente c’era sempre un sentimento dell’ <> però ultimamente, pur emergendo sempre la mia parte critica, soprattutto riascoltando questo ultimo lavoro ci sono molti pensieri rispetto alla ricezione del pubblico di Witchess. Anch’io lo sento come un disco non facile, non credo verrà ascoltato durante le pulizie di casa. Magari l’ultima parte un po’ meno ma soprattutto l’inizio, che abbiamo pensato come botta iniziale, vero e proprio pugno in faccia, non è di ascolto semplicissimo ed accessibile. Il pensiero è soprattutto come in uno stato come l’Italia si possa essere meno abituati alla sperimentazione rispetto ad altre nazioni e se altrove potrebbe avere anche una sua risonanza qui saremo ai margini di una scena jazz più tradizionale e di festival meno coraggiosi. L’essere meno spendibile creerà meno opportunità lavorative ed a volte queste sono le paranoie che mi partono. L’importante nella musica e nei progetti che amo ascoltare è che passi il messaggio di un’artista che provi a fare una ricerca onesta ed un percorso dove si metta a nudo, scriva di sé stesso e questo è quel che cerco di fare, se arriva bene altrimenti pace all’anima sua!

Ovviamente non devi farlo aspettandoti un risultato però mi sembra che come formazione siate già belle impostate anche per conquistare l’estero, non mi sembrate il classico progetto italiano. Per esperienze e suoni potreste andare ovunque e questo spero sia di buon auspicio.

Beh, speriamo!

Witchess è l’acronimo di Womxn Inplement The Creation of Harmonious Exosystem of Selfless Species. Questo e le streghe, due variabili che anche per il futuro mi sembrano abbiano meno possibilità di essere comprese dall’universo maschile, vostra controparte, la storia ci insegna. Pensi che siano margini di avvicinamento col progresso e con il presente o la strada è ancora lunga?

Beh, vista la politica internazionale madonna, mi viene da rabbrividire! Però cercando di guardare sempre il piccolo, dove veramente nelle piccole comunità qualcosa può cambiare e dove l’individuo può fare ancora la differenza io (magari perché vivo nella mia bolla di musica improvvisata) mi trovo circondata costantemente da persone aperte al dialogo e di mentalità aperta con le quali condividere i propri punti di vista. Tante persone di cui mi circondavo anni fa la pensavano in modo diverso e vedevano l’emancipazione e la realtà femminile come problematiche all’interno della scena (“le quote rosa una cazzata, quella vince il concorso perché donna”) ma con la vicinanza alle donne ed a minoranze che vivono queste difficoltà sulla loro pelle hanno cambiato prospettive e punti di vista rispetto a queste tematiche. Gente che ho portato in tour con me che inizialmente non mi consideravano capace di essere leader di una band e si presentavano solo per i concerti col tempo si sono resi conto della realtà che viviamo normalmente. Situazioni per le quali ti arrivi sul tuo posto di lavoro ed il fonico ti urla addosso di non avvicinarti alla batteria perché il batterista non è ancora arrivato, dando per scontato tu sia la ragazza di qualcuno. Cose che ancora capitano…

In quei casi come ci si trattiene dal mandarli a quel paese?

All’inizio lo facevo e mi impegnavo anche in grandi discorsi ma poi capisci che non ne vale la pena e che determinate reazioni provengono da persone che hanno il doppio dei tuoi anni e con le quali non ha senso intavolare un discorso perché non sarai tu a cambiarle in dieci minuti di confronto. La metti via e basta fondamentalmente, ma mi sembra che da questo punto di vista le cose, lentamente, stiano cambiando. Soprattutto con la professionalizzazione del mio lavoro, quindi lavorando in determinati ambienti, più strutturati, creandomi un giro ed un nome nella nostra bolla (piccolissima e che non si fila nessuno) mi ha reso possibile lavorare in ambienti più “safe” da questo punto di vista. Hai a che fare con persone che fanno semplicemente il loro lavoro senza che ti mettano i bastoni fra le ruote, questo sicuramente è stata una grande conquistaz Ma soprattutto a livello semi-professionale e di chi inizia c’è ancora tanta ignoranza proprio perché tanti ruoli non sono normalizzati qui in Italia, anche se questa cosa l’ho vista anche in altri posti. Proprio per questo mi piace, cerco di suonare tanto anche in tante situazioni e generi diversi, credo nella partecipazione e quando suono con Mario Biondi in Giappone e qualche bambina viene sotto al palco e mi chiede come sia riuscita ad arrivare lì mi piace questo momento di mentoring mostrando come non sia una strada impercorribile. C’è la sua può fare!

Capisco benissimo, ho una figlia di nove anni e mezzo che porto regolarmente a concerti, lei è nel periodo rap-trap italiano ed ascoltando artiste donne capisce come ci sia una differenza di pensiero, percependo come sia importante esprimere il proprio essere femminile con dei modelli artistici che facciano capire come questo sia possibile.

Sì, a parte quello anche il tipo di messaggio poi è importante, io apprezzo molto Doechii, mi piace molto anche a livello di messaggi e di testi pur muovendosi in un’estetica che mi rappresenta. Ne apprezzo il pensiero di indipendenza femminile e razziale e forse è più facile ritrovarsi in una narrativa che arriva da una persona che in qualche modo è come te. Questo ovviamente senza nulla togliere alla forma di espressione di altre parti, ma nel mio percorso ho capito che questa è la mia tematica e la mia lotta, mi va bene così e rispetto ovviamente quella di altri e di chi non si interessa a questa cosa. Ad ognuno il suo…

Negli ultimi anni trovo che a livello di qualità, facendo i sommari alla fine delle annate spesso i dischi che mi colpiscono di più sono creati da musiciste come messaggio, suono ed idee. Da altre parti poi mi accorgo di come spesso si vada ad un festival musicale e la proporzione fra artisti è ancora parecchio sbilanciata. Per esperienza diretta moltissima musica non arriva poi al pubblico: non so come mai ma trovo sia una perdita di una gran fetta di musiciste che a livello di profondità e sperimentazione stiano parecchio avanti sul suono. Opinione personale ovviamente…

Certo, ovviamente non vorrei generalizzare ma credo tu abbia dati tangibili di ascolti, io mi astengo ma rispetto a questo tema credo sia molto anche questione di gusti. A me piace tanto andare per concerti ad ascoltare musica che abbia qualcosa da dire, da trasmettere, in qualche modo come quella che scrivo. Non dico che questa debba uscire da un vissuto traumatico o profondamente personale però spesso è così, il diventare artisti ed essere artista spesso è legato a qualcosa che hai dentro e che devi esorcizzare, non sempre ma in molti casi. Diciamo che le voci che mi colpiscono di più sono spesso queste e questo tema della discriminazione di genere è una cosa con la quale tutte le donne devono fare i conti alla fine della fiera, da quando esci con lo spray al peperoncino in borsa, a quando sul lavoro sei discriminata dal tuo boss. Non lo so, magari è questione di apprezzare progetti ed artisti che in qualche modo vogliono trasmettere qualcosa, e l’avere esperienze (spesso non piacevoli) da processare e raccontare in termini artistici è la via. I miei ultimi dischi sono sempre stati esorcismi e processi di traumi che mi portavo dietro. Capisco che è quello che vado a ricercare in altre forme artistiche, soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo: l’arte è sempre stata una forma di denuncia sociale soprattutto in periodi critici dal punto di vista politico. Non vedo come questa non possa diventare voce di contestazione sociale.

Ovviamente! È forma di espressione e quindi è perfetta come veicolo…

Non per forza…

Ma ne ha la possibilità. Questo disco ne è la dimostrazione, pur non essendo né didascalico né programmatico. Sentendo l’energia ed il suono c’è un coinvolgimento che ti porta a voler approfondire e capire qualcosa!
Per chiudere, voi suonerete il disco dal vivo? Cosa volete fare?

Sì! Io in realtà volevo lavorare più sull’estate prossima anche se ora faremo un piccolo tour ad inizio gennaio, andando allo Ziggy a Torino il 4, il 5 saremo al Molut Festival di Foligno ed il 6 probabilmente saremo in giro per Lodi. Tre o quattro date almeno per presentare il disco, poi ci concentreremo per ritrovarci e lontane dagli altri impegni per suonare!

Splendido, grazie mille Francesca!!

Grazie mille a te, a presto…