L’arte del farsi suono. Incontro con Giovanni Di Domenico

Ciao Giovanni, e grazie per la tua disponibilità. Ho cercato questo dialogo perché seguo e stimo da molto tempo il tuo percorso. Credo che le tue parole possano essere utili non solo per comprendere meglio la tua musica e il tuo lavoro, ma anche per riflettere su cosa sia la musica oggi, su quale mondo stiamo vivendo e su quali pensieri o gesti possano aiutarci,forse, a invertire la rotta. Vorrei iniziare chiedendoti qual è il primo suono che ricordi. Se torni indietro con la memoria, c’è un suono che ti ha impressionato o toccato da bambino e che ancora oggi ti accompagna? E qual è, invece, l’ultimo suono che ti ha colpito, musicale o non musicale?

I ricordi piu’ vecchi che ho sono in Africa, dove ho vissuto fino agli 11 anni: ricordo chiaramente il canto dei muezzin in Algeria (che poi ho ritrovato da adolescente ascoltando i CCCP per esempio) e le nenie che mi cantava la mia babysitter in Camerun….in Africa la musica é (dapper)tutto e certamente avendoci vissuto 11 anni questa cosa mi é entrata, letteralmente, dentro. L’ultimo suono…..bé anche a rischio di essere banale lo devo dire: l’estate scorsa sono stato un paio di mesi a scrivere musica nelle Marche, in una vecchia casa di famiglia, solo e circondato da boschi..due “masse” di suoni: la notte le migliaia di grilli e altri insetti suonavano una sinfonia meravigliosa, tutto nello spettro acuto…..nello spettro sonoro opposto: la casa guarda una vallata enorme da piuttosto alto, i giorni di temporale e i suoni dei temporali davano dei bassi di una vastità e profondità incredibili….

Guardando la tua lunga discografia, cosa pensi sia rimasto invariato nel tempo e cosa
invece è maturato o scomparso? Una volta concluso un lavoro, ti capita di riascoltarlo? Ce ne sono alcuni che ti sono più cari, e se sì, per quale motivo?

Non ascolto mai le cose che ho finito, anzi appena finita una cosa devo mettermi subito su un’altra sennò impazzisco….non credo ci siano tante variazioni, o meglio, per me non é cambiato molto….facendo musica da quando sono preadolescente forse i cambi sono dettati semplicemente dalla crescita, per esempio ho sempre scritto tanta musica e le prime cose avevano questa romanticità che adesso mi fa sorridere ma anche un po’ storcere il naso, perché non la sento più mia, anche se ovviamente un po’ ne é rimasta, ma filtrata attraverso lo studio, lo sperimentare, le scoperte..e sono proprio queste scoperte, di cui le più belle sono fatte attraverso le persone, che mi lasciano i ricordi piu’ belli di un certo lavoro o periodo/momento….

Com’è per te vivere di musica? Per un artista che porta avanti una ricerca radicale e senza compromessi, quanto è difficile sostenere il proprio lavoro? E in altri Paesi hai trovato una sensibilità — anche economica — più attenta alla ricerca musicale?

Vivere di musica é sempre stato un’ovvietà per me, anche se ho scoperto nel corso degli anni che non é sempre facile, ma sto letteralmente facendo quello che amo di piu’ quindi il lamento non puo’ essere neanche contemplato… Certo che ci sono difficoltà, certo che a volte mi dico che vorrei poter guadagnare di piu’ rispetto a quanto lavoro ecc ecc ed é anche per questo che vivo in Belgio dove essere il musicista che sono é molto piu’ facile, perché nella loro struttura societaria l’artista é esattamente come un altro cittadino che paga le tasse però sanno e hanno capito che il “mercato” dove gli artisti si muovono non è esattamente lo stesso di quasi tutti gli altri mercati lavorativi e quindi gli artisti sono aiutati e agevolati com’é giusto che sia! comunque secondo me in questo periodo storico bisogna guardare meno il proprio orticello e mandare segnali forti di integrità morale comune, poco importa quel che si fa per vivere….

La tua discografia è in perenne metamorfosi: cambia e si espande pur rimanendo coerente e riconoscibile. Hai composto lavori diversissimi tra loro; secondo te, quanto c’è di intenzionale in questi cambiamenti e quanto invece è un naturale processo di evoluzione?

Direi che é tutto intenzionale: il naturale processo di evoluzione per me è quello di cui parlavo prima nella seconda risposta, invece il decidere cosa fare, dove andare a sperimentare, a cercare e a studiare é chiaramente volontario….poi io sento un grande debito emozionale con certi movimenti (non so che termine usare qui, dei momenti, dei dischi, gruppi, compositori ecc ecc, insomma tutto ciò che mi ha dato gioia immensa e grande piacere intellettuale) e in un certo senso mi viene sempre voglia di “omaggiare” quelle cose, mi viene naturale e mi arricchisce, quindi mi dò delle referenze ben precise, che poi chiaramente sono pensate e lavorate per farle diventare (più) mie.

Sei nato a Roma, ma la tua vita sembra da sempre in viaggio. A quali luoghi sei legato? Quali ritornano più spesso alla mente? E quali paesaggi sonori ti hanno segnato profondamente?

Come dicevo all’inizio l’Africa certamente mi ha marcato tantissimo, probabilmente molto di piu’ di quanto io possa quantificare… é l’infanzia dopotutto! poi però da adulto ho avuto la fortuna di poter viaggiare molto specialmente per lavoro e mi sono legato tantissimo al Giappone, paese/cultura che amo profondamente in tanti aspetti, sicuramente molto per quanto riguarda il suono: il Giappone é il paese dei micro-suoni come dei macro-suoni, andandoci molto spesso negli ultimi 18 anni mi ha fatto comprendere come “capire” i suoni e come (non) giudicarli, come farli essere se stessi e come, in fin dei conti, apprezzarli completamente….ho viaggiato molto ma devo dire che, specialmente negli ultimi anni, mi sento sempre più “mediterraneo”, molto di piu’ che italiano (o romano), il mediterraneo é un posto incredibile, mi sento molto fortunato ad esserci nato e a continuare a girarlo, come diceva Xenakis le isole del mediterraneo sono “il” posto più bello del mondo!

Il tuo percorso è anche un viaggio dentro l’evoluzione tecnologica: dall’analogico al digitale, dalle cassette allo streaming. Ricordo quanto fosse dirompente, per me da ragazzo, accedere a intere discografie grazie a Napster e quanto questo abbia cambiato la percezione stessa della musica, soprattutto vivendo in un piccolo paese dove non avrei mai potuto ascoltare La Monte Young o David Behrman. Oggi, con strumenti come Logic o Ableton, è possibile creare un disco dall’inizio alla fine in pochi metri quadrati e in totale solitudine. Tu come vivi tutto questo? Che rapporto hai con la tecnologia e quanto pensi abbia inciso sul tuo modo di fare musica?

Bé si la tecnologia per me é fondamentale….a parte che mi sento molto fortunato ad essere nato in un’era dove la registrazione sonora sia possibile (non so come avrei fatto senza dischi nella mia vita hahaha) ma poi la facilità di avere a disposizione, a parte tutto il registrabile o registrato da poter accedere, uno studio in casa e varie macchine e cose che ti permettono di spaziare e sperimentare ecc ecc é una cosa fantastica per me, certo come tutto (e specialmente nelle nostre vite super connesse e super piene) bisogna sapere quel che cercare o sperimentare, sennò diventa un casino….per questo a volte invece mi metto solo a suonare uno strumento, possibilmente non elettrico (il piano soprattutto ma anche altre cose) per ritornare a sentirne le vibrazioni che arrivano attraverso i materiali di cui é composto….a mio avviso tutto é utile e bello, bisogna però pensarci, sentirlo, avere idee!

Come ti prepari a una performance in solo? Hai una routine, una forma di concentrazione o meditazione? E, durante il concerto, quanto è stabilito e quanto nasce nel momento? Quanto influisce il luogo in cui suoni, il modo in cui lo spazio rimanda indietro il suono? Ci sono ambienti che ricordi con piacere e altri in cui musica e architettura non riuscivano a dialogare?

Bé dipende dalle situazioni: non ho assolutamente nessuna routine, non medito (anzi medito quando suono, quello si) e non mi preparo (a parte se mi devo preparare per della musica scritta o cose del genere ovviamente), quando suono strumenti a tastiera (il piano, rhodes e organo specialmente in questi ultimi anni) ho un’analogia che mi aiuta molto: immagino che la strada che devo fare sia già tracciata e nel momento in cui suono dò dei paesaggi a questa strada, all’inizio é vuota, é solo un percorso, io poi lo “vesto”, gli dò i colori e le sfumature: questa immagine mi aiuta molto anche perché a me piace molto camminare (i romani, anzi Diogene, dicevano “solvitur ambulando”, mi sembra una cosa meravigliosa) e quindi l’analogia del cammino/percorso la sento molto mia, oltretutto la musica é imbellimento del tempo che passa…

Ti è mai capitato di entrare in una sorta di stato alterato mentre suoni? Non inteso come perdita di controllo, ma come immersione totale nel suono, come se il tempo si sospendesse.

Si assolutamente ed è quel che cerco generalmente….qualche volta mi é capitato di perdere completamente il senso del tempo….essendo la musica solo quantificabile con il tempo è una vera bomba quando succede!

Nel tuo lavoro, che ruolo hanno la composizione e l’improvvisazione? Come dialogano fra loro e cosa determina, per te, il momento in cui un’idea deve essere fissata e quando invece deve rimanere libera? E nelle improvvisazioni con altri musicisti, quanto è importante l’ascolto reciproco e quanto rimane comunque uno spazio di libertà individuale?

Sono allo stesso tempo la stessa cosa e l’una l’opposto dell’altra per me….non é facile spiegarlo ma é chiaro che per me siano due facce della stessa medaglia, ma nel tempo ho imparato (sto ancora imparando direi) a cercare di dividerle di più, a volte penso che l’improvvisazione debba essere più libera possibile, assoluta anarchia collettiva, altre che non esiste veramente improvvisazione perché abbiamo tutti una struttura/cornice a cui fare riferimento ed é molto difficile metterla da parte…comunque se suono con gente con cui non ho mai suonato (o suonato poco) e improvvisiamo cerco di più quella libertà, mi sembra logico, allo stesso tempo se improvviso con musicisti con cui lo faccio sempre (e mi capita spesso questo) diventa una sorta di composizione anche se un pò diversa ogni volta, diciamo diventa un’interpretazione ogni volta diversa della stessa composizione…in ogni caso un’idea chiara ce l’ho: che sia l’una o l’altra il fine é quello che conta, deve suonare bene! 🙂

Mi sembra di capire che lavori su più progetti contemporaneamente. Cosa ti permette di passare da un’idea all’altra senza interrompere la continuità del pensiero? Come vivi questi parallelismi sonori nella loro diversità?

Si mi piace avere diverse cose su cui lavorare allo stesso tempo, per me l’una influenza l’altra e, a parte se siano cose totalmente diverse (che però non faccio molto) per me funziona come approccio….é come una casa fatta di tanti mattoni…
L’ultima cosa che voglio fare, in generale, è assecondare il bisogno di catalogare le cose e quindi dare un nome o una “label” a questa o quell’altra cosa che sto facendo, catalogare lo faccio per i miei dischi che cominciano a diventare troppi e sennò non trovo piu’ niente haha Però per quanto mi riguarda piu’ sto lontano dal quel tipo di discorso più mi sento libero di creare quello che voglio e trovo questo estremamente importante, credo che in arte “sentire” la libertà di fare ciò che si vuole sia allo stesso tempo fondamentale, e trovare quella libertà nel lavoro e nella qualità dello stesso.

C’è ancora qualcosa che ti emoziona nella musica con la stessa intensità di quando eri giovanissimo e ogni ascolto era quasi un’epifania? Qual è l’ultima cosa che hai ascoltato che ti ha ricordato che, nonostante tutto, la musica può ancora sorprenderci? Quali sono i tuoi “dischi da isola deserta”, quelli che hai ascoltato infinite volte e ascolteresti ancora? E c’è un disco completamente distante da ciò che fai, ma che in qualche modo ti accompagna?

Bé mi emoziono ancora tantissimo ad ascoltare certi dischi (appunto da isola deserta) come il periodo ’72/’79 di Milton Nascimento o dei dischi classici dei Supertramp….e ci sento sempre cose nuove e sono sempre un’epifania! poi vabbé i primi dischi di Pino Daniele, i vecchi di Battiato e Claudio Rocchi, Miles elettrico….ce ne sono tantissimi! Ascolto anche musica di adesso però devo dire che raramente sento qualcosa che mi cambia la vita, generalmente tendo ad amare tanto qualcosa di gente vicina a me, amicizia che si trasforma!

In che modo un ambiente si sedimenta dentro di te fino a diventare musica? C’è una consapevolezza in questo processo o si tratta di un divenire naturale?

Parli di “ambiente” astratto vero? Mi piace tenere un’idea dentro per tanto tempo, la sedimentazione di cui parli è molto importante per me, mi aiuta a dare valore all’idea (bé non sempre, alcune idee sono sbagliate in partenza haha) e poi il momento di farla riesce tutto meglio…e devo dire che questa cosa funziona!

Quando suoni l’organo, c’è un momento in cui senti che non sei più tu a guidare lo strumento ma è lo strumento a guidare te? Durante un’improvvisazione molto lunga come in Stella Maris, in che stato mentale ti trovi? Sei concentrato, libero, o entri in una sorta di trance?In certi momenti il suono sembra trasformarsi in una massa unica e totale. Tu come lo percepisci dall’interno, e come lo gestisci? Quando la performance finisce e il suono si spegne, cosa resta in te? Sollievo, vuoto, pace o qualcos’altro?

L’organo è uno strumento pazzesco, fino a un paio di centinaia di anni fa (e per secoli!) é stato l’artefatto umano più complicato….poi come non pensare all’uso in chiesa, è uno strumento da (e soprattutto per!) fare paura, letteralmente!
Quindi è una cosa grossa suonare un organo come quello di Stella Maris a Milano Marittima, oltretutto quello lì è particolare, a causa dell’architettura della chiesa e del “design” dello stesso….chiaro che una potenza e una gamma sonora tale ti mette in uno stato tra l’euforia e onnipotenza, veramente impressionante….ma fortunatamente non devo convertire nessuno e non suono musica sacra, quindi una volta liberata la mente da questi pensieri resta il tuffarsi completamente in questo liquido sonoro (veramente come tuffarsi in una piscina con dentro un liquido multi-consistente, non so se ha senso quel che dico…) fatto di così tanti dettagli armonici, timbrici e dinamici che è una vera meraviglia sentire che sei tu a controllare il tutto, e si la concentrazione e la trance per me vanno di pari passo, una non potrebbe esistere senza l’altra e un organo in una chiesa aiuta e anche tanto quel tipo di stato d’animo…

Per improvvisare così radicalmente bisogna sapersi perdere? Ti capita di perderti mentre suoni? Credi che la musica lasci davvero qualcosa nelle persone, una vibrazione che continua a lavorare dentro di loro? È qualcosa che cerchi o qualcosa che semplicemente accade?

Ci provo, a perdermi, e spesso ci riesco, anche se non cerco un “perdersi” psichedelico o interiore (oddio ne ho fatti di concerti psichedelici però hahaha), tipo da “ritrovare se stessi”, assolutamente no, io cerco di perdermi nel suono, di diventare suono in un certo senso, e credo che questa “vibrazione” di cui parli sia proprio questo, la musica é suoni e i suoni sono frequenze che vibrano, quindi il vibrare insieme é quello che poi lascia quel qualcosa nelle persone…. lo cerco diciamo non “apertamente”, nel senso che non voglio pormi in un senso “spirituale” rispetto al mio lavoro e alle persone che lo usufruiscono o usufruiranno, per me l’unica cosa che conta è lavorare, sono fortunato che faccio quello che mi piace di più e se riesco a ridare alla musica anche una piccola parte di quel che la musica mi ha (e continua) a darmi posso ritenermi piu’ che soddisfatto…!