Larix – S/T (Pseudomagica, 2017)

Fonti ben informate, basandosi su uscite discografiche e cartelloni di concerti, mi dicono essere tornato in auge il jazz-core: rabbrividiamo. Potete quindi immaginare la mia reazione nel leggere questo nome nella cartella stampa che accompagna il 12”, anche se solo nel curriculum di uno dei membri: la mano corre subito alla fondina. Intendiamoci, non è per il genere in sé quanto per la forma estremamente statica e ripetitiva che ha assunto nel giro di pochissimo tempo. Il discorso non riguarda comunque i Larix, terzetto che schiera batteria, chitarra ed elettronica in sostituzione del “solito” sax: se un’idea di jazz mutante è certamente presente fra le tracce del vinile, così come l’attitudine a flirtare con suoni ruvidi e dall’elevato peso specifico, il campo d’azione non è facilmente circoscrivibile perché Giacomo Ancillotto (Sudoku Killer, Luz)alle sei corde, Franz Rosati a synth e sampler ed Emanuele Tomasi (Nohaybandatrio, Knup, Luca Aquino 4tet) alle pelli  gettano sul tavolo le proprie esperienze e le rimescolano senza preconcetti alla ricerca di un’intesa da trovare non a priori, sulla carta, ma sul campo, suonando. La batteria è la spina dorsale e l’anima del progetto: è lei a dare il tono ai brani ma non prevarica mai gli altri due strumenti che lavorano di concerto, in modo spesso indistinguibile l’uno dall’altro. Ne escono cinque tracce (sei nella versione digitale) che rifuggono l’arzigogolo e si esprimono con costruzioni lineari in continua mutazione attraverso l’addensarsi e rarefarsi del suono e dei ritmi; talvolta si ha quasi l’impressione che i pezzi vengano remixati in tempo reale. Il primo lato si apre con la veemenza e la brutalità quasi metal di Untitled 1 (James Plotkin, che cura il mastering, se la sarà goduta un sacco) per proseguire con una batteria in libera uscita su sfondi ambient che poi si lancia in una corsa lungo le corsie di un’acciaieria chilometrica (Untitiled 2) e con le lancinanti frequenze industriali che introducono una rullata tendente all’infinito ma che si conclude in un improvviso silenzio (Untitiled 3). Il secondo lato è meno brutale ospitando melodie ondivaghe che vanno man mano sporcandosi col serrarsi dei ritmi (Untitled 4) e mantra futuristici che mutano in danze tribal-robotiche (Untitled 5). La bonus track, più vicina a certo jazz di confine, si distacca abbastanza dall’atmosfera del disco ma è comunque un gustoso siparietto che inizialmente potrebbe ricordare degli Storm And Stress in salsa tecnologica ma poi precipita in un scatafascio di frequenze impazzite. Larix è una strana creatura elettroacustica, un’entità mutevole per la quale ricercare una nuova forma o una soluzione imprevedibile sembra questione di sopravvivenza: un’urgenza che ci regala un esordio davvero brillante.

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