È tornato il maglio del Kentucky, quei Nine Pound Hammer che per anni hanno imperversato, figlianti anche quelle figlie bastarde delle Nashville Pussy. Con Too Outlaw for Outlaw Country mischiano come da tradizione brani autografi e cover, in questo caso ripescando dal torbido Billy Joe Shaver, Hank Mills e Dick Jennings. Ma che dire, loro stessi sono dei classici, cowpunk all’angolo di strada, certezza sui palchi più scalcagnati, col tempo si sono affinati, risultando più lucidi nei brani più country rispetto alla foga rock’n’roll. È un sentire sincero e perfetto, che riempie gli spazi ed accarezza la mente come buttare un cicchetto dentro ad un mezzo di birra. Naah, Tonight I Let The Bottle Down ci spiega come non cadere negli stereotipi, coltivando comunque il rock’n’roll come folk, country e western a lunga fermentazione. Noi balliamo seguendo le avventure familiari in una scintillante Out of My League, tirando alla spasimo il camionello piu storto della città svaporando dalla pula, avendo il Lil’ Ol’ Wine Drinker Me al volante.
IDM vaporosa per il piemontese Tomat, già coinvolto nelle bellezze di SPIME.IM. Purtroppo Reverie Reverse ascoltato in modalità veglia dura soltanto sei minuti, tra la cremosità aliena di smooth, il broken beat di groove error e lo shoegaze villeneuviano di Blue Reverie. Ma di certo nelle nostre fasi oniriche nottiurbe il tempo assumerà altre forme e misure, permettendoci di vivere esperienze plastiche sopra alla musica cucita da Davide.
Rock’n’roll da Geelong, Victoria, Australia. Servitici da Dez Dare i The Rorts confermano la loro nomea abbindolandoci con la musica più vecchia del mondo, fra grosse decisioni e pistole. Timing is Everything ed in effetti cascare in estate con quattro potenziali singoli da gomito fuori dall’auto dimostra tutta la loro scaltrezza. Linee vocali pop, rombi come dei Fu Manchu pacificati e chitarre che corrono lontane sugli sterrati vista spiaggia, rincorrendo denti ed unghie. Una boccata d’aria fresca, aspettando una linea più corposa nel prossimo periodo per un progetto che debutta già pronto a puntino.
Tre 7” dal Texas ci fanno tornare nei ‘90 dove i Cornpone imperversavano a Waco. Riesumati si presentano in compagnia rispettivamente di Suckling, Pocket Fishermen ed Ed Hall. Partiamo dal fu quintetto (scioltosi dopo il decesso del chitarrista David “Spanky” Morrow) con due brani brucianti che possiamo tranquillamente annoverare nella now wave più acida e compensano splendidamente la South Side of the Sky dove i Suckling buttano teatro, voci profonde e mosse inquietanti in un falò bello incandescente. Difficile fare paragoni ma di certo si sente la maestria di voler debordare giocando con arrangiamenti, fiato e densità per uno scontro bizzarro e perfettamente coronato. Se avessero rubato la cattiveria ai the Cows dandogli in cambio un dubbio gusto prog suonerebbero esattamente così!
Nel secondo volume i nostri sembrano decisamente più hardcore punk, allo sfascio. Taglienti con Anthony Pedone e Jennie Armour alle voci e sibili e lame ovunque in una Too chirurgica, aumentando poi il ritmo per sembrare la versione cartoon di un’ipotesi emo o screamo. Da parte loro i Pocket Fishermen usano la voce sardonica di Brant Bingamon per schiacciare fascisti dandogli a priori consenso ed appoggio, al quale si appoggia una deboscia molto apprezzata, considerando come riescano a tenere in piedi anche il successivo brano in una sghemba dolina che ci lascia la voglia di esplorare anche questi matti.
Nell’ultimo giro sono gli Ed Hall ad iniziare con una Aroma che sembra rock’n’roll strizzato fino ad assumere la forma delle smorfie dei musicisti che lo suonano. Si mormora che finirono anche in Slacker di Richard Linklater ad un certo punto, di sicuro possiamo dire che musica come questa è parte di quel patrimonio di pepite che sarebbe bello prima o dopo venir raccolte in qualcosa che possa rappresentare degnamente cosa sia stato quel periodo. I Cornpone tornano unendo voci registrate, suoni da palude misteriosa ad un trasporto che sembra crossover montato con il noise più brado invece che l’hardcore. Ormai con il passare dei minuti siamo certi di aver trovato delle anime affini ormai invecchiate, ma non temiamo, di certo il loro rientro in gioco riuscirà ad assestare qualche sberlone, speriamo abbastanza forte da scalzare ancora una volta il loro baricentro.
Da Bolzano Leevio è un giovane rapper che a soli 17 anni si ritrova a produrre il suo secondo ep oltre ad una coltre di singoli. Il film sembra una nube narcotica, la voce di Leevio viaggia impastata mentre intorno a lui il mondo si sveli a flash. A tratti sembra che la ricerca imperterrita della controparte femminile sia un gioco di specchi od un groviglio di rami. Un’assenza di speranza che si trasforma in un allenamento continuo con la favella che imperfetta corre sempre più sciolta, al netto di una dizione più personale che chiara. Ma ha i pezzi, i sentimenti ed il cuore, non possiamo chiedere altro credo per ora che farci trasportare nella sua rete.
Che dire dei 1000 Rabbits? Conigli e cavalli, un mix terrificante ma che in mano a questo progetto inglese riesce a fruttare movimenti spettacolari ed inaspettati. Folk, R&B,jazz, una voce che sembra prendere con sé i limiti fissati decenni fa in Islanda per disegnare un mondo nuovo e personale. L’impressione fortissima, ascoltandoli, è che potrebbero diventare enormi ed avere un seguito pronto a cascare innamorato di loro. Bastano questi sei brani guidati dalla voce di Rivers, dal violino di Laura e dall’insieme del resto della band per creare standard ed aspettative. Hanno iniziato con un 7″, poi un brano digitale, riprendendo entrambi su questo 12″ che sembra riprendere le più classiche e ganze idee di packaging giocando con la sagoma del leporide. Negli USA li dipingono come post-punk anche se in realtà sembra dovremmo ampliare ancora una volta un parametro / genere che potrebbe veramente contenere di tutto. Come tutto quel che c’è in questi sei brani? Urla, sorprese, archi, art-rock ed emozioni? Come volete, credo ne parleranno (o ne stiano già parlando, le mie ferie sono alle porte ed è facile mi siano scappate delle cose) più pagine con maggior criterio, ma voi ascoltateveli comunque. Lascio la parola al neo acquisto Nico Segantin al quale ho affiliato l’ultimo spalti Heavy Psych Sound e vi saluto.
Gli Alunah giungono da Birmingham. La loro proposta si basi su un hard rock riportato in chiave moderna con qualche sfumatura di NWOBHM, a rendere la proposta più varia e appetibile. Fermo restando il valore tecnico degli strumentisti, occorre però dire che, pur essendo ben eseguiti, i brani scivolano via abbastanza veloci e senza lasciare traccia, complice anche l’operato della nuova cantante che, pur non sbagliando nulla dal punto di vista formale, risulta poco incisiva, con un timbro vocale abbastanza anonimo.
Per i Berlinesi Samavayo il discorso è diverso, infilano in questo split tre brani estremamente eterogenei. Si parte da un brano (“Bāvar”), estremamente epico posto all’inizio costruito sulla progressione di Fibonacci (idea non proprio originale) e basato su un poema persiano. Successivamente “Mottainai”, brano veloce e istintivo, prelude a un finale acustico, rilassato e psichedelico come quello proposto in “California Sky” non distante da una fascinazione astronomica che fu già tenuta a battesimo da “Planet Caravan”.
Col proposito di allungare la lista dei più eminenti commercial suicide, Giovanni Succi (Bachi Da Pietra) tenta il colpo della hit estiva con un pezzo di 9’ 55” che rischia di non incontrare il favore delle emittenti radiofoniche. Incerto fra l’essere un racconto autobiografico breve o un brano lungo, Astra (proprio di una Opel si parla, oltretutto station wagon) inizia come un talking blues notturno, cresce dandosi ritmo con rime, assonanze e il suono scarno e pulsante marchio dell’autore e chiude con un crescendo corale – alimentato dai fraseggi trombettistici di Paolo Fresu e dalla voce di Beatriçe Gjergji – che ci proietta nel cosmo. Alla fine, è l’amarezza che trasmette, più della lunghezza, a renderlo inadatto alla stagione vacanziera, ma crediamo che le qualità liriche e musicali potranno premiarlo sulla lunga distanza. È a questo, in fin dei conti, che servono le station wagon. (E:Z:)

