La lunghezza non è tutto #45

Quarantacinquesimo appuntamento per una rubrica che sta per superare fortunatamente l’anagrafe dello scriva che ad essa si dedica, colma di novità e recuperi di materiale incredibilmente sottovalutato finora.
Dopo un singolo con due brani (qui inclusi) ad aprile, ok sibs let’s scramble this up è il ritorno dei Film2 che avevamo incontrato con Sorge e che pare oggi profondamente mutato. Una sorta di garage electro, poi un brass-pop debosciato, utilizzando un inglese profondamente svizzero, poi Innen dove il tedesco prende il sopravvento fra percussioni e ritmi. Paiono inafferrabili come la falena posta in copertina i Film2, apprendono ad ogni giro d’angolo inzaccherandoci dell’r’n’b più oscuro in Indnsdl prima di ritemprarci con sobillanti suoni arcade in Singen. Nemmeno 11 minuti con tante idee da riempirci un paio di album, chissà che succederà d’ora in poi?

Il duo Giortensia entra a gamba tesa con una psichedelia vocale e subliminale, tramortendoci con bassi ed effluvi. Gio ed Ortensia sembrano essere due personalità scontratevi per creare con quanto nel loro dna un mix speziato ed in grado di produrre effetto sin da subito, inebriandoci ma mantenendo grazie al cantato una sorta di gancio verso un’ordinarieta ormai dispersa. Sembrano aprire squarci profondi come i corridoi di Danielewski vivendoli ed agghindandoli ma mostrando ovviamente la loro parte corrotta. Brani che trasudano vizio e lussuria e che ci colano letteralmente addosso come una pratica bondage. Scoperta nella quale perderci completamente.

Da Zurigo con Demoncello i Morla Canem ci portano attraverso cinque brani che appesantiscono in novembre ombroso una cadenza hardcore garantendo la giusta dose di brutalità. Sono barcollanti quanto basta per scivolarci dalle mani e la registrazione valorizza le imperfezioni che li rendono vivi. Gli impasti vocali tra Fabio e Francesco drammatizzano un senso di pericolo ed i bassi di Fabio e Joel sgrossano per bene tutto il pacchetto, chiudendo con una Onomatopea che ce li fa immaginare sul punto di far crollare le riparazioni sotto di loro.

I losangelini Purest Form non fanno i prigionieri con sei nuovi brani che uniscono attidudine hardcore pesante con suoni elettronici. Nessuna barriera ma un carico di potenza sulla quale veleggia la voce di Story Beeson. A tratti è difficile muoversi in un universo che non concede nemmeno un secondo di respiro fra un suono che sempre l’increspatura più violenta di certi crossover anni ‘90 inserito in una centrifuga industrial noise colorata. Ma è una furia che sembra spruzzare aria sanificata e per questo gli è ne siamo grati, apprezzandone lucidità e fermezza e con l’ottima resa di Breathe dei Prodigy attesta il ribollire attuale di molti states.

De idris è il titolo che Siija e Paolo Palazzo hanno dato al loro ep collaborativo. Apparentemente lezioso è in realtà una fioritura di pop sapientemente cucito, che potrebbe prendere come riferimento il percorso di una Meg più fantasy in nio. Poi l’equilibrio un pochino si sfalda e si percepiscono delle lievi forzature, quasi a voler sovraccaricare testualmente e musicalmente un’idea che non necessitava di tanto peso. Ipnosi riesce a spaccare lo specchio diventando direttamente una dark side disneiana ma non sappiamo onestamente se fosse un traguardo ricercato. Il lavoro finisce con un brano in inglese, piacevole ma distaccato e che dimostra, purtroppo, una discontinuità produttiva e di ideazione tra due cose buone che faticano a trovarsi.

Marta Paccara oltre a portare avanti la sua storia nei TV Lumière ci regala un ep di quattro brani più una ricomposizione a nome Melusina.
Insieme a lei in due tracce il fido Ferruccio Persichini, per un lavoro che ci appare sibillino e magnetico. Se ne sentono gli accenni alla realtà, agganciata grazie a Field Recordings come se ancora non fosse il caso di rinchiudersi a fare un disco voce e pianoforte. Parte fata e parte sirena, la creatura richiamata non necessita di terra ferma: siamo noi a doverci sintonizzare verso i suoi segnali, siano essi echi, sguardi, elucubrazioni o panacee. Tenderemmo comunque a tradurne un intento che dovremmo al contrario lasciar libero e temuto, come magica incarnazione subliminale e sublime.

Torniamo a gennaio per recuperare l’ep di Danilo Cristofaro, passato alla lingua inglese ed in grado di passare dal dark folk ad una wave oscura ma con un enfasi che a tratti riporta ad un rock anni ‘80 senza perdere personalità grazie ad una voce fermamente controllata ed iconica. Un buco nero dal quale non vorremmo uscire, gotico ed evocativo senza mai oltrepassare i limiti del credibile. Nemmeno un quarto di ora di durata ma quattro brani che non hanno nulla da nascondere né da buttare, facendosi apprezzare per la capacità di scegliere una strada e percorrerla fino in fondo, come giusto che sia in un melodramma personale e passionale.

Il ritorno dei Mr. Philzzz destabilizza sin dalla prima canzone, una Plea che ci saremmo aspettati piuttosto nelle corde di certi Cheer Accident, come una sorta di distruzione di certo AOR, prima che partano a mille col successivo brano, tra voce lanciata a mille ed un muro di suono che ci lascia intravedere le proprie vibrazioni uguali a se stesse, immobili ma in movimento. Sanno essere sinuosi e violenti i due, modulando velocità per continuare a riempirci di schiaffi come soldati giocosi. Certo, non ci aspettavamo di sentire Clinton Jacob in versione voce e chitarra ma dannazione, se hai altri brani come Rodeo Clown faccelo un disco così. Poi continuate coi mischioni se anche Danny Sein è d’accordo. Ritiro i dubbi sul primo ascolto avuto, non parlo più!

Il primo ep di francoblu sembra galleggiare in una sorta di fumeria liquida, prendendo il jazz per arrotolarlo in droghe sonore bellissime, connesse al passato hip-hop italiano pur rimanendo se stesso. Certo, c’è del chicopisco e pure parecchio ma il canto porta Franco anche in lande sobrie dando il cinque a Frah Quintale accennando danze. Peccato usi poco i toni bassi, che quando escono in poinonlofaccio+ per un secondo fanno volare. I cambi di ritmo e velocità rendono sfocato l’obiettivo, quasi ci fosse un prisma in movimento all’interno dello stesso brano. Ma da raccontare storie, trasportando con sé un ipotetico jazz club ed il fumo per riempirlo, di certo ne risentiremo parlare.

I Porchetta oltre a vincere col loro nome sono un trio newyorchese che sa come sporcare il loro messaggio, mantenendo la melodia fra le ferraglie. Le voci si mischiano come se le Marine Research siano state sotterrate in un garage da una combriccola di casinari, roba che i Beat Happening erano fini compositori. Le melodie portate avanti con il tu-tu-tu-tu in Sunkisstoo dimostrano che bastano le idee e lo stile a costruire una canzone. Ce l’hai o non ce l’hai ed i Porchetta ne avanzano anche, costruendo scheletri di canzoni pronte a crollare ma che riescono a colpire, una dopo l’altra, ornando l’ultima con dei fiati da discount che tolgono il respiro!

Chiudiamo questa rubrica chinando il capo per aver ignorato finora Lande Hekt (il suo terzo album è uscito a gennaio). Indie Pop sofferto, di quello che ti si attacca al cuore e ti fa urlare seguendo parole e chitarre, ora struggenti ed ora rabbiose. Peculiare nelle sue composizioni, una voce che riesce ad essere sentita e di cuore facendosi più aspra ma mantenendo la melodia in contrapposizione all’andamento strumentale. Una bellezza che si inserisce nel filone più vecchio della nostra modernità, che dal college ha capito cosa volesse dire farsi indipendente e che ancora oggi riesce a toccarci con pochi e semplici elementi. Recupereremo ogni cosa…