La lunghezza non è tutto #44

Nulla di meglio per iniziare questa tornata estiva di segnalazioni per il debutto dei Foglights (Eva dei The Cords ed Archie aka Stone Anthem). Nous Deux è un insieme di quattro brani folk intrisi nel delay e negli alcool più volatili, col risultato di rendere questi bozzetti magici, profumati ed in grado di darci immediatamente alla testa. Le voci si mischiano, la musica è un filo sottilissimo sotto alle corde, per 12 minuti di pura magia. I nomi tutelari sono quelli che conosciamo tutti, dagli Opal ai Velvet Underground, per una piccola meraviglia che vorremmo non evolvesse di un millimetro e che dimostra la bontà delle azioni di Slumberland e Skep Wax ancora una volta. Noi ci riaddormenteremo sempre felici ascoltandoli, perfettamente in simbiosi con una narcosi soleggiata come le loro.

Parafrasando Leonard Cohen abbiamo invece il secondo EP di Judy (dopo quello uscito ad aprile che ci siamo colpevolmente persi), progetto condiviso fra Blue Broderick dei Diners e Leah Levinson degli Agriculture. Pop rock della miglior fattura, con pochissimi arrangiamenti ed un suono spartano ma solare, le voci ad intrecciarsi in una She Got Me In Her Hands perfetta. Denim Girls ti si attacca addosso come la sua voce e la sensazione è che si stiano collegando attimi di folk-pop che in qualche modo abbiamo già introiettato e che vengono sollecitato proprio da Judy, abilissime a piazzarsi in mezzo ad una ragnatela di riferimenti che vanno dall’anti-folk a Beck ad uno storytelling ye-ye in brani peculiari. Sarebbe bello vederle esibirsi dal vivo per capire come questa serenità si trasformi. Di certo andremo a ripassare la discografia di Diners (che manca dalle scene da tre anni, quindi forse incrociando le dita…) godendoci questo secondo passo insieme.

A-Tweed è il progetto di Antonio De Oto, dove le ritmiche riescono a viaggiare incrociandosi come in un piano stradale visto dall’alto, dando la sensazione di assistere al rientro a casa di ogni personaggio di ogni videogame Arcade al quale stiate pensando. L’effetto è inebriante, gommoso e colorato, come se fossero tornate in edicola le morosità all’mdma. Poi viaggi in zone Dub dove però a farla da padrona è una sorta di leggerezza quasi euforica, con la sensazione di essere finiti all’interno di un palloncino d’elio. Antonio De Oto riesce a gestire ogni suono dando al disco una perfezione misteriosa, utilizzando i brani come mondi a sé stanti nei quali è impossibile fermarsi una volta trovata la movenza per seguirne ritmo e gesta. Non perdete l’occasione per farvi un giro sul suo bandcamp andando a ritroso ed a casaccio fra le produzioni degli ultimi sei anni, ve ne assicurò validità, colore ed intrigo.

Con Darker Medieval Times recuperiamo dai mesi passati il lavoro di Ozone Dehumanizer, lavoro a tema che unisce rap, dungeon synth ed immaginario gotico. Un lavoro che trasuda hardcore e dove le urla si mischiano a rime oscure ed a campionamenti. Vista l’abientaxione a tratti pare di essere in una chiesa sconsacrata nella quale sia stato rubato l’organo ed il trip dell’autore (augura lunga vita alle benzodiazepine del resto) mischi fantasy, letteratura e paesaggi oscuri. Insieme a Maxar si trasformano in lupi scuri con cuori medievali che colpiscono senza pietà, radendo al suolo la qualunque. Intermezzi pianistici in un Walzer per il crepuscolo sublime, rumori di fondo e voci lontane. Difficilissimo resistere alla magia messa in scena da Nicola Redavid, che al netto di un piccolo calo quando la costruzione musicale si fa più dritta ed aggressiva ci trasporta letteralmente altrove. Epico, magico, a presentare un artista che non teme di sfondare i muri intergenere e che non potrà mancare d’ora in avanti nei vostri ascolti. Scavate nella sua discografia, vi farà solo del bene.

Londinesi e conosciute su durante una serata di open mic, le Cusk sono autrici di una musica umbratile e sofferta. Esmé Creed-Miles ed Evie Hilyer-Ziegler, questi i loro nomi, si prendono cinque brani per portarci in un mondo dove le auree più oscure di PJ Harvey a Soap and Skin sembrano aleggiare negli interstizi. Bello il focus strumentale che porta le corde ad essere le principali protagoniste dietro alle quali arrivano voci personali e quasi mistiche. Quasi delle Shakespeare Sister per una generazione che mastica ormai da tempo espressioni chiaroscurali come Emma Ruth Rundle, Ethel Cain e Chelsea Wolfe. Potrebbero sorprenderci prima o poi con un disco che ci abbracci di oscurità e vita (la label è quella creata da un membro dei Black Country, New Road), e questo ep omonimo sembra più un antipasto che una vera scommessa. Di certo la loro capacità di fiondarsi nel folk più cantautorale senza di colpo ferirsi nella seconda parte dell’EP sarà significativo a livello di Airplay. La pressione farà il loro gioco oppure ci ritroveremo ad osannarlo per la fine dell’inverno?

La francese Marie Delprat si presenta tramite OUS- con un terzetto di brani che sposano le foschie, i synth ed una voce che sembra germogliare da chip e e semenza cyborg. Potete immaginarla in un grande cerchio all’alba insieme a creature immaginarie, portando la sua personalità all’interno di un crogiolo che in questi anni si è fatto sempre più bruciante e che aggiunge colori personali ad una scena molto ampia. Un immaginario che vede l’Islanda ormai come un panorama lontano per connettersi con artiste dalla medesima energia. IOKOI, Dagger Moth, Physalia, Sara Persico. Vi dicono qualcosa questo nomi? Nel caso vogliate inoltrarvi in un mondo che non sapete decifrare tra realtà e virtualità, sfiorati da una voce sublime e da una modernità digitale elegantissima beh, What Remains After Desire ne è l’ennesima entrata possibile.

Galapaghost è stato in primis un cantautore (Casey Channdler) che il destino ha voluto portare da Woodstock fino a Torino, dopo aver fatto per del tempo il turnista a John Grant. Per un altro colpo di destino con Neon Dream cambia rotta approdando su un tracciato elettronico e colorato, che manovra con personalità sia senza che con l’ausilio delle parole. Prendetela come un’evoluzione più sobria di un Beck ad altezza Odelay e ne avrete velocemente le coordinate. Il tutto è ovviamente dettato al presente, in un teste che contiene dentro di sé sia la scuola tedesca che quella australiana, giocando dinamiche una psichedelia colorata e spaziale. L’effetto è perfettamente funzionante e forse non avremmo neppure avuto bisogno di conoscere il passato di Galapaghost, considerando quanto i sei brani di Neon Dream bastino a se stessi. Un lavoro perfetto per un party all’alba cercando di vedere l’Ecuador da lontano, con test

Il quartetto toscano degli Avetrana sembra scagliare il loro punk hardcore in un tunnel buio. Sin dalla copertina del loro omonimo EP (uno stuolo di croci che mi ha rievocato personalmente l’universo di Gonjasufi) ci portano con loro in una vita dove ad emergere è la difficoltà, il sacrificio, la passione che consuma, le droghe e la loro gestione. Sono urla che vanno a segno e che sfruttano minime pause fra un brano e l’altro per prenderci alla gola e farci sembrare di essere noi i protagonisti delle storie narrate. Ottimo i cambi di ritmo che riescono a mantenere alte le intensità, con una Tossico in amore che ha tutti i crismi per diventare un successo. Avetrana sembra essere la colonna sonora perfetto per il tracollo, dove slogan come “progetti per il futuro :
/ morire prematuro” sono lame affilate in un nichilismo che sembra non riuscire solo per forza di cose. Lucidi e personali gli Avetrana potrebbero anche scomparire domani ma queste sei tracce rimarranno, poli negativi e perfetti.

Il ritorno degli Squid Pisser è ancora una volta difficilmente incasellabile e colorato. Sei nuovi brani che colpiscono fra violenza ed orecchiabilità, dove si uniscono cori irresistibili, brutalità sulla strada del growl ed una musica che pulsa maligna, retta dalla batteria di Seth Carolina e dalla chitarra di Tommy Meeham, attorno ai quali si aggirano altri due membri a questo giro. Raz Azraai dei Cancer Christ e Michael Armendariz dei Duck Duck Goose. Il risultato è una musica che sembra perennemente sull’orlo del baratro, come un camion lanciato senza freni. Brani sguaiati, teatrali e violenti, di norma schegge di un paio di minuti eccezion fatta per una Rats dove la mano scappa dando come prole una sorta di noise opera marcia. È in questi casi che emerge l’incrocio dettato dalle band di provenienza del duo, dove grandeur, provocazione e sangue si uniscono perfettamente (in caso siate dubbiosi potete tranquillamente regalarvi un viaggio fra Starcrawler e Cancer Christ, sarà una bellezza). Con i remix si entra in un altro mondo e sentire la lente deformata di altri secondo la propria personalità è una vera e propria bellezza, con progetti come Plack Blague, Drumcorps, FARTBARF, Ecology: HomeStones, HYPER GAL, dj Embryonic Petit Sac e KK Null a filtrare in maniera incredibile e peculiare brano del repertorio passato del duo, dandoci modo di scavare nel torbido di progetti che dimostrano lucida nel colpire in maniera efferata.

I Bitchin Bajas tornano con due lunghi brani per un EP, Isle Peaks, che sfiora la mezz’ora di durata. Il suono è ovattato e sembra spingere l’Oriente ad unirsi con il
Jazz in una nuvola leggera, dove i fiati di Rob Frye colorano Ajami in maniera incredibile. Poi le cicale della title track che risuonano narcotiche prima di trasformarsi in altro viaggio straordinario, da parte di un trio che riesce ad ogni giro a trasformare il loro viaggio nel nostro, prendendoci a bordo in un mondo che va oltre la nostra coscienza, per il nostro benessere.

Legato ai My War conosco Niccolò Mauceri (anche attivo come Angst) e sentirlo qui alle prese con le registrazioni di insieme a Andriy e Giorgio è straniante e gagliardo (sono alla quarta uscita e non ne sapevo nulla) in una sorta di hardcore doom che ci accoglie con Why pride?
Sembra che intorno a loro tutto si spenga, qualsiasi concetto di produzione, quasi suonino in un buio vuoto con stacchi che riportano alle stagioni di Whashington di anni fa. Hanno il tiro e se la prendono con calma, sfruttando voci e cori lottando contro il Natale e grattugiando tutto. Ci si accorge presto di come il duo possa tranquillamente navigare entro il grande mondo dell’hardcore trovando riposo in ogni porto con la loro personalissima e stringata potenza. Addirittura riprendono un brano in bielorusso dei Contra La Contra facendoci strabuzzare gli occhi prima di tornare a pesantezze assortite che sembrano uscire da uno scantinato mefitico con un’outro che chiude definitivamente un lavoro, War Jester Rising, cotto a puntino.

Avremmo voluto parlare del nuovo progetto Gatta Morta, ma non c’è stata occasione di raggiungere in tempo utile le copie fisiche dell’EP, ormai esaurito. Questa è Black Hall, che crediamo ormai abbiate ascoltato tutti…