Eccoci arrivati al nostro appuntamento estivo con le uscite brevi più intriganti di questo periodo.
Come già anticipato dalla presentazione del video di Fell The Family Tree i Picastro sono tornati con un nuovo ep nel quale le orchestrazioni a supporto della voce di Liz Hysen sembrano farsi più oscure, come nel dark folk weiliano del singolo citato. La ricerca delle emozioni passa attraverso fantasmi dove i gemelli di Cocteau ancheggiano a tempo. È jazz, è folk, è soul questo viaggio a tratti drammatico, intenso ed accorato. La capacità di costruire atmosfere che sembrano wunderkammer di legno scuro è sempre stata dei Picastro ma che dopo trent’anni cinque brani fossero così stilisticamente perfetti nella loro sofferenza beh, è ancora una volta un’ottima sorpresa.
Ai Yamamoto rilegge le stagioni partendo dai legami e dalle festività della cultura giapponese lasciandosi ispirare da La rivoluzione del filo di paglia di Masanobu Fukuoka. Musica placida, che si limita ad accogliere la natura gracidante in Springs abbracciandola fra gli archi e la pioggia. Poi si fa leggiadra e bulbosa, chiara fra pianoforti e maracas, appena scrosciata da qualche temporale estivo prima di entrare sottocassa. È l’ecosistema a prendere sempre più il sopravvento, allungando la luce anche sull’autunno, mentre gli scrosci delle intemperie battezzano l’inverno giapponese. La sensazione è quella di ritrovarsi davanti ad una miniatura ben congegnata nel quale le fasi si susseguono, corredate dal tocco delicato di Ai, quello in carne ed ossa.
John Also Bennett torna con quattro variazioni di un suo brano, Sacred House, presente presente su un disco pubblicato lo scorso anno. La casa sacra è quella dell’oracolo di Dodona e come spesso accade nei lavori del musicista statunitense la contestualizzazione del lavoro è la scintilla che dà fuoco alla miccia creativa. Qui cita Phil Niblock, cambia strumentazione, viaggia fra just intonation, pianoforte e flauti bassi triplicati. Ma a rimanerci addosso è in qualche modo l’anima di un brano, probabilmente il senso di una preghiera e di una devozione, che diversa per lingua e modi si ritrova in un significato comune. Quindi ben vengano anche i sinistri svolazzi di prophet che ci guidano in un dolce ciondolare prima di tornare all’originale suonato in dx7, di una bellezza sospesa e liquida, dando per l’ennesima volta prova della sensibilità dell’autore.
I mascherati Fiesta Alba tornano in cinque brani accompagnati da Diego Pandiscia, Tiziana Lo Conte ed Alessandra Plini in una proliferazione di beats a scardinare le porta fra elettronico e rock, come se i Battles si ritrovassero in un’hacienda ma è una City of Spectres II. Non tutte le ciambelle riescono col buco e soprattutto il primo approccio vocale riporta ad immaginari cyborg/crossover stantii, è più in generale la commistione psichedelica e matematica esce più frastornante che seducente, a tratti anche un po’ macchinosa. L’impressione purtroppo non cambia, anzi si incancrenisce fino all’arrivo di Slavoj Žižek che elucubra sugli ovetti Kinder, ultima luce prima di un pilota automatico estivo.
Il ritorno dei Fosca è come mi aspettavo immenso: Erich Kuehl veleggia come se avesse le montagne dietro di lui, impavido della massa che Damiano Casol, Davide Bristot e Yuri Piccolotto gli servono. Romantici, intensi, impossibili da digerire a metà, Fosca sono in qualche modo l’espressione della bellezza fuori dal clamore, puro in qualche modo. A spingere potrebbero incanalarsi in certo emocore e cercarli in Trovami tu è compito ingrato ed emozionante.
Rigole è in qualche modo la summa dei Fosca: corpo, anima e roccia sembrano connessi e le loro crepe si riempiono di suono. Chiudono narcotici, come se il laudano li stesse prendendo ma provassero ancora a reagire, magici.
Il silenzio dell’assenso non dovrebbe colpirci perché hanno sempre scritto cose centrate e taglienti. ma sono sempre validi negli anni. Dopo una vita torno ad ascoltarmi del materiale di Africa Unite stupendomi della loro attualità, presenza e freschezza. Incrociano le armi coi Circus Punk in Colla a caldo, le voci di Bunna, Arianna Muttoni e Madaski. Non c’è un attimo di tregua ed i temi si attorcigliano portando ancora una volta Pinerolo in prima linea, fra citazioni e concetti da mandare letteralmente a memoria. Con Brand New Jacket si alleggerisce la melodia ma restano pesanti le parole, dimostrando come dopo anni il tocco sia rimasto magico e gli Africa Unite pieni di mani con le quali regalarci magie.
Di Renato Failla conoscevo la bravura come DJ ed uomo di radio col suo To Tape ma trovarselo chino su una chitarra sorprende e non poco. Il tocco è morbido, appassionato, si direbbe sensibile. I cinque strumentali aprono ampi paesaggi che mantengono un fondo di malinconia, quasi fossero dei consuntivi sonori. Ma c’è anche impeto, passione e convinzione in un disco che sembra più un viatico ad aprirsi di nuovo a questi suoni, come una prima crepa in una diga pronta a rompersi e che minuto dopo minuto si allarga. Brani usciti spontaneamente, ma che prendono spessore per come sono suonati e che ci fanno sperare in una forma più compiuta ed autoriale al prossimo passo dopo questa bella sorpresa.
I Leenalchi sono una band sudcoreana che negli ultimi sette anni ha visto diversi rimescolamenti e con questo Here Comes That Crow sembra aver raccolto consensi unanimi. Formatisi come nuova rilettura di uno dei cinque pansori tradizionali si è presto trasformata in un pop che posa le vocalità acute e squillanti delle cantanti su una musica mesmerica e carica di groove. Gli interventi maschili al contrario sembrano legati ad un’idea più tradizionale, e l’idea di utilizza della musica tradizionale in veste pop e funk è perfettamente centrata. Il chitarrista lancia note liquide e spaziali ed i suoni vocali si spostano in maniera desueta seguendo metriche e tempi a noi lontani, suggestivi ed irresistibili.
I pugliesi Violent Scenes scelgono di chiamare Sacha Tilotta per le registrazioni del loro nuovo ep riuscendo a creare l’atmosfera più delicata di una musica che è rock e folk sul punto di rottura, imbarcandosi per una deriva post. Appare quasi la sagoma dei June of ‘44 di Anahata a tratti, seguendo il canto di Giorgio Cuscito. Il groove è vestito leggero e mai banale, creando simmetrie ed incroci strumentali ragguardevoli e costruendo letteralmente un mondo in poco meno di diciotto minuti. Si posizionano mentalmente fra John Bumpass Calhoun e Kurt Gödel, fra lo sfacelo ed il divino e colpendoli con una maestria del tutto incredibile. Da recuperare assolutamente quanto fatto finora (un album e due ep, mancavano dal 2022) per non rischiare di vederli volatilizzati come i loro magnifici suoni.
Torniamo su Ele A qualche settimana dopo averla sentita dal vivo in una serata con Nitro e Kid Yugi. La rapper ticinese dopo aver pubblicato un libro fotografico del suo tour torna al lavoro mettendosi anche nei panni della produttrice in due dei sette brani, accompagnata dal fido Disse, Treflip, Leavetheclub, Rosaliedu 38 e Vincha. Inizia a fare i conti con la porzione di successo che ha avuto, cambiando la classica narrativa rap, ed anche una Oki che sarebbe stata semplice da pensare sui giochi Svizzera-Italia cambia e ci rivela un altro po’ di lei. Il mood cambia attraverso i sette brani ma colpire è soprattuto questa forte introspezione che viaggia, come nella splendida Nn è divertente. Da lì qualcosa cambia ancora, Eleonora ci fa vedere lati più oscuri ed intriganti, lasciandoci più fame addosso che dopo il suo spettacolo dal vivo.
All’esordio, e in poco più di cinque minuti, Leda Inferi riesce ad evocare un intero mondo, rendendo visibile gli aspetti più scuri e reconditi del Mediterraneo. Droni, loop vocali e beat fanno da sfondo a vocalizzi che sono essi stessi ritmo, ma sanno poi farsi canto, che celebra ed evoca forze e figure ancestrali. Selene, la Luna, si manifesta qui nella sua forma ctonia e Leda Inferi ne è al contempo incarnazione, che ci ammalia con la voce, e sacerdotessa, che ci guida sicura al cospetto della dea. Coi Dead Can Dance più solenni e la psichedelia oscura di fine ‘60/inizio ’70 come numi tutelari, Selene si pone come esperienza fuori dal tempo: antichissima nello spirito, contemporanea nella forma. Urge ascoltare altro materiale al più presto. [E:Z:]
Per ora è tutto, occhio al sole.

