La lunghezza non è tutto #41

Vista la copertina gli Orphan Donor devono essere in una fase di trasformazione ma Aliments sembra avere sufficienti argomenti per far fronte al tutto. Mezcla fra hardcore, grind e noise per la creatura di TJ Schilling ormai trasformatasi in un sestetto che macina un quarto d’ora di graffi e ferite in maniera rovinosa. I 36 secondi di The Same Emptiness sono una bellezza estrema, in un gorgo che ci rimanda a sprazzi di hardcore evoluto con cenni ai pilastri passati, mettendoci di proprio follia e violenza. Un bello scatto, dissipato in otto brani che scalpitano e si arrabattano, sporchi al punto giusto.

Dovrebbe essere un organo da camera lo strumento utilizzato da Emil Mark per ricamare le cinque tracce di Mellemtid, vero e proprio percorso colorato che sembra rendere in maniera tenue e morbida suoni che andrebbero a ruba per videogames arcade. C’è una verve che sembra mordere la propria forma per uscire, un brio elettronico che vorrebbe scalzare le proprie posizioni come se qualcuno avesse imprigionato i Plone con delle coperte ricamate all’uncinetto. Questo insieme di ottiche rende il viaggio attraverso le cinque tracce molto intrigante, unendo suoni e balocchi. I brani sono piccoli ricostituenti che riescono a ravvivarci, facendoci rivivere emozioni calde e felici, intimamente spendibili per il dancefloor più fluffy del quartiere.

Collaborazione fra Pepe Nocciola, Karlino Princip e novenove Geometria delle Rose è un nuovo ep uscito per Horror Tiberino. Groove g-funk, la capacità di cambiare repentinamente umore lungo le stesse barre, per sei pezzi solari che sembrano un ottimo viatico per il futuro. I due rapper, il primo piemontese ed il secondo salentino si mischiano portandoci letteralmente altrove, a tratti arrivando sprazzi latini, mentre oltre i tunnel si intravede Roma. I tempi andati ed i classici hip-hop filtrati dai loro ascolti in maniera morbida ma perfettamente funzionare ad un mood che è quello di un’alba gentile. Finisce con la consapevolezza analitica di essere solo dei nomi, nomi che però ci siamo segnati diligentemente sul libello.

Dario Gatto sotto l’alias bod kin ci presenta dei brani spezzati, cut-up noise sui quali riesce però ad inserire ora stralci vocali, ora oscurità recondite. Una struttura gracile nella quale bod kin si muove perfettamente, come una riduzione glitch dei migliori incubi reznoriani. Fortemente influenzato dallo strumento utilizzato, un Dirtywave M8, è un ep che si contorce sotto il suo stesso peso uscendone vincitore. Sporco, malridotto e sofferente ma vincitore, in un travaglio furioso che ci illumina, spingendoci a cercare una traduzione alla sua missione, ibrida e malsana in giusta dose.

Lua Jungk è una performer elettronica zurighese attiva nella scena improvvisativa e sperimentale svizzera che con chase ci prende per mano verso il suo personale dancefloor. Un luogo condiviso, paritario e variegato dove i suoni sembrano muoversi con coesione ed intensità orchestrale, quasi glitch e magie elettroniche fuoriuscissero da strumenti analogici. lizard è un banger che illumina la pista, pitchando la voce di Lua colpendoli con guanti gommati e profumati, ma i quattro brani sono sufficientemente equilibrati da farci viaggiare senza troppi scossoni attraverso un flash electro. sleep cache porta un filo di basso e di spezie che aprono nuovi possibili vie e la curiosità per i prossimi passi di lua jungk sono enormi.

I mustilliani Tinder Youth di uniscono in maniera perfetta oscurità e ritmo, in cinque brani per i quale svenarsi senza remore. La voce è calda, umida e pare di vedere l’alito condensarsi insieme ai beats dritti che ne coccolano gli speech. Post-punk, noise, dance, elettronica, insieme a creare la perfetta colonna sonora per un festino con le giuste spezie ed i giusti corredi. Musica che potremmo ascoltare per ore intere, il perfetto trasferimento delle energie punk e noise in abiti laccati, glam e sudati, mantenendo il rigore e la sporcizia originali. Brani come Let’s Not Keep In Touch sono perfetti, un crooner che ci attira tenendoci a distanza, beats come The Hacker al suo meglio ed oscurità vaporosa, un coro che sale dal nulla come una ciurma di marinai. Poi ci prende per mano, accompagnandoci sempre più in basso, con una Low che ci svela segrete morbide ed accoglienti, per un lavoro perfetto nella sua forma.

 

A metà maggio, pochi giorni prima di incendiare (purtroppo solo metaforicamente) il MiAmi con un’esibizione che, una volta di più, ha alzato una cortina fumogena su quello che il progetta è e vuole, Il Nemico se ne è uscito con questa Democracy Killed Romance. Ecco di nuovo il synth-pop-(post)punk in salsa romana, che prima battezzi in un modo e, al secondo ascolto, capisce che, forse, sta dicendo altro. Questa, in particolare – fra verità che era meglio tenere per sé, libri che bruciano per amore e parole che costano stati d’accusa – sembra ispirata alle recenti diatribe fra scrittori, cantautori e sedicenti uomini e donne di cultura: ci manca solo che questi vedano pure nel futuro, ma forse è solo suggestione e domani capiremo altro. Resta il fatto che, un pop che muta senso con gli ascolti ripetuti, non è propriamente pop: Il Nemico continua a inquietare. [E:Z:]

Torna, dopo oltre un anno, Silence Drops, one-girl-band di Marcella Spaggiari aperta a molteplici collaborazioni. Manifestatosi sempre con singoli brani, il progetto ha un suono poco catalogabile, essendo passato dalle rivisitazioni del noise godfleshano di Void e Crepe (con l’ex Concrete Greg Luciani alla voce) allo sludge spaziale di Mistakes (ospite alla chitarra Henry Wilson dei Floor). In Collapse si agisce a ranghi completi con basso, batteria, le sei corde (a cura degli americani Fistula) e la voce di David Battistini (Mathians); ne esce un post-metal lento e sofferto, che non nasconde profonde radici hardcore: se può aiutare a rendere l’idea, qualcosa che si colloca fra Integrity e Neurosis. In mezzo a tanti cambiamenti, pesatezza e lentezza fungono da trait d’union, nonché garanzia di qualità. [E:Z:]