Gallodrome dovrebbe essere l’ EP di debutto dei parigini Scorie, in realtà raccolta di brani pubblicato su un periodo piuttosto lungo di tempo (vizio che non accenna a fermarsi e del quale toccherà farmi una ragione). Suono torbido nel r’n’r maturo che omaggiando i padri riuscendo ad inasprirsi giusto un po’ come versare del limone su di un manzo bourguignon. Property ibrida splendidamente il loro mondo con un reggae da arena speziandone il clash come meglio non si potrebbe fare. Unisce mondi, Melbourne, Parigi, Londra, senza inventare nulla ma come un cocktail che si beve al bancone ritrovando le bellezze del tempo andato, sfasciandolo a testate con l’ultimo minuto e mezzo di Legitimate Version. Tutto ok, segna sul conto Rory.
Tokesmo altri non dovrebbe essere che il già noto Lin dei Morkobot, alle prese con due ep dove il suono sembra cinguettare nello spazio, come se i volatili che puntellano i nostri panorami si rivelassero le bestie descritte da Alfred Hitchcock. Brani titolati con un codice binario crescente, una sorta di onda narcotica che ci assale in un quarto d’ora scarso di 01.01 via via più morboso. C’è un’idea di calore, di materia dub che in qualche modo cresce senza svilupparsi, avvolgendoci semplicemente di colore. Passando alla serie 02 le atmosfere allargano i loro raggi e le strumentazioni, con un processo bizzarro che sembra uscito da mamma Sonig, poi in antri bui e fetali. Ormai del tutto ipnotizzati dal suo agire ne seguiamo il ritmo ondeggiando con la testa e facendoci coccolare da tksm, del quale aspettiamo ora 03, 04, 05…
Il ritorno di Delrei prende forma con tre brani elaborati insieme a Colin Hegna, già con Federale e Brian Jonestown Massacre. La voce di Colin Hegna rende l’oscurità western più luminosa e plateale, surfando letteralmente su luoghi malvagi per i quali si possono immaginare i due mentre fanno girare qualche moneta sulle loro nocche. Il suono è gonfio e bruciante, poi uno stacco ancor più buio per ritornare con il terzo brano, Give Your Heart To Me. Amore, morte, un panorama in fiamme in lontananza, tutti i riferimenti del caso e del mondo. Eppure funziona, quasi diventando un incrocio fra Chris Isaak ed il Budd interpretato da Michael Madsen. Non credo serva dire altro, forse soltanto che Delrei sta chiudendo in questi giorni il suo tour europeo e domani sera sarà al Blah Blah di Torino. Per chi potesse…
Il ritorno di Pietro Michi, che conoscemmo per Biodiversità Records, sono due tracce sotto il titolo Resonant Groves, panorami dove giri introspettivi ed elastici si fondono con suoni brulicanti a diversi livelli, a creare un microcosmo incantato ed elastico. Ancor meglio forse nel secondo brano, che prende riferimenti eerie come fissandoli sul retro di una carta appesa ad un filo, alla mercé di un vento che sceglie di farci giocare alla luce morbida o terrorizzarci. Pietro si conferma musicista di tocco magico e l’aspettativa per il seguito di Organica si fa sempre più grande.
Steve Gunn, dopo i due dischi dello scorso anno (Daylight Daylight e Music To Writers) torna con un ep di quattro brani, due originali e due remix di Sonic Boom proprio da Daylight Daylight. Shape Of A Wave ci trasporta su una spiaggia morbida e lontana, quasi una cartolina da un tempo passato nella quale la chitarra e le parole del musicista di Brooklyn. Al contrario il primo remix di Sonic Boom sembra imbrigliare Nearly There in un reticolo che ne mina la riuscita, dandoci un senso di reiterato tentativo toccante. Mahina prima ci disperde, poi ci unisce in un’accorato dialogo fra il giorno e la notte, limitandosi a pochi, magici ingredienti. Se ne va con Another Fade, sempre con Sonic Boom, perdendosi in un orizzonte che ne squaglia i contorni, sempre più simili a raggi solari.
Alba degli oppressi: questo il titolo tradotto del primo disco degli Zanjeer, band bremese trasferitasi a Berlino della quale il frontman Dozakhi sembra essere pendolo e peso massimo. Un progetto ed un ep il loro (dieci tracce per sedici minuti) che tramite un solido e pesante hardcore punk rock sembra voler sbarrare la strada ad ogni possibile fascismo, da qualsiasi parte esso arrivi. Progetto euroasiatico dove nazionalità e cognomi sono aboliti ed a contare è l’unità del quartetto, pronto ad aumentare potenza e velocità brano dopo brano. La scelta di cantare in Urdu sicuramente dona alla loro proposta una vis curiosa ed esotica ma parliamoci chiaro, basta vedere una foto d un breve video con Zanjeer in azione ed il desiderio di buttarsi nella calca è immediato. Sporchi, crudi, necessari, assolutamente già sentiti eppure freschi. La freschezza della necessità, della verità, del fomento ne quale non esitano a buttarsi durante ognuna delle dieci tracce prodotte per Neon Nile Records, fra le quali spicca la cover di Anti-Deutsch dei Reagan Youth. Punk come un branco di cani a latrare e lottare, un quarto d’ora di schiaffoni imperdibile, da mandare a memoria e da non perdersi dal vivo.
Fotografa e musicista olandese Laura Kampman ci regala un ricordo, l’idea di persone che sono passate rimanendo nella nostra mente, con due brani delicati e toccanti. Voce, suoni, una chitarra a corollari una sorta di pensiero colorato e vaporoso. Here And Here, dove c’è tutto senza esserci nulla, non più o non ancora. Poi il flauto di Iver Kim, ripreso fino a diventare protagonista per il momento di un soffio. Un’opera minuta e delicata, da non perdere.
Il Roadburn appena vissuto ha ringalluzzito in mela voglia di punk sporco e diretto, meglio se con voce femminile, fattore che fa calzare a pennello l’uscita del terzo ep dei Palmar De Troya. Sette brani disperati dove la voce di Lucia ci aggredisce in The Method, bruciante e delicata, con un’inquietante costruzione a strati. I brani arrembano, mordono il freno e sembra di percepirne la costruzione oltre ai generi. L’impressione è che dopo una crescita con questi lavor brevi i Palmar De Troya potranno dire la loro nel novero degli album, considerando come i sette brani viaggino in maniera compatta e cruda. Ormai qui non si invera più nulla e spesso sono intensità e personalità a fare la differenza fra una proposta e l’altra. Il sentire la giusta disperazione e cattiveria insomma è un’ottima cosa, vedremo come si evolverà nel tempo il quintetto, che già almeno in un paio di brani (The Method e Waiting So Long) ampliano il loro raggio d’intervento beccando un centro pieno.
Tornano anche gli altri cavalli di razza di casa Venti3, i Twerks in questo caso ad accompagnare Charlie Manning Walker alla voce (do you remember The Chisel?). Due brani, il primo da gomiti sul bancone a Bangkok ma con una dolcezza di fondo, come un abbraccio fra sbronzi, mentre il secondo un inno identitaria, che unisce popoli, punks e teste matte! La speranza è che questo sia solo l’antipasto per qualcosa di più lungo, tenersi l’acquolina in bocca senza poter azzannare più nulla sarebbe peccato!
Outlier è il primo ep firmato da The Crosses, progetto nato dalle ceneri dei The Kreuzen che dopo essersi cimentato col loro repertorio taglia la testa al toro, prende Daniel Kubinski in brigata al microfono e scrive quattro brani, aggiungendo un pezzo della band madre ed uno degli Husker Du. Il risultato è quel che potete aspettarvi, furia brada e libera, un canto che si fa lirico e bestiale, rifferama da air guitar in una Nychthemeron da urlo, ma l’impressione generale è che il progetto abbia gambe solide e non sia una mera rappresentazione del passato.
Per chi già sa e per chi volesse iniziare, alzate il volume e basta.
Tanya Donnelly e Chris Brokaw si trovano per lavorare su quattro madrigali che hanno passato i secoli arrivando a noi, mantenendone intensità e passione. Novus Annus Adiit prende alla gola, bloccandoci parole e respiro, lasciandoci sospesi ed attenti. Sainte Nicholaes è più gentile, ma il tono e l’incedere non cambiano la sensazione di toccare con mano un mondo arcaico dove un madrigale poteva essere fonte di speranza, agito dal quale poteva dipendere buona parte della futura provvidenza. Il riuscire a trasmettere questa sensazione in ognuno di questi brani è quindi sintomo di abnegazione, grazia e bravura, qualità che ben sappiamo contraddistinguono i due musicisti in esame, ma ricordarselo con della musica tangibile e portata a presente da bene al cuore. Una chitarra che sembra ambrosia e la voce di un angelo, ad unire bellezza e timore, poco altro da dire.
Baresi, frangia Manchester United e seguaci dell’Aussie rock. I Couchgagzzz tornano con Primitive Man, dove l’omonimo brano spinge in chiave sci-fi un berciare pub rock. Le valvole si scaldano fra una voce (più cantanti in baracca i suppose) acida e Mighty Dog unisce la possenza dell’Ayers Rock all’Akron dei Devo. Non distanti da certe intuizioni che già furono dei Man-or-Astroman si distinguono per la grinta e per la spinta parossistica che li porta a diventare una sorta di fumetto impazzito, facile che a presentarsi così I Can’t Take A Job. Mica è roba presentabile ed il furto alle banche come convengono è cosa più che giusta, del resto in Point Break erano i surfisti a rapinarle e spesso la caciara, specie ne formati corti, vince e convince. Speriamo solo che nessuno provi a pettinarli in futuro.
Captain Beefheart e Neil Young? Il repertorio scelto dal trio d’eccezione Orcutt-Shelley-Miller sembra essere questo, accollandosi David Yow a berciare su Hot Head fra fiato e sconquassi, come uno scontro fra due bande looney-tunes andato alle fiamme. Incredibile, sembra di vedere Arthur Brown lisciarsi i baffi ghignando, prima di calarsi in una nuova realtà, nel focolare aggiustato di chi non vede più la chance di una compagna ed il surrogato si fa ballata liquida e sofferta, sorprendente e significativo per quel che questi tre potrebbero fare insieme.
Le Sleep Paralysis di Merricat, VT (già coi Low Standards, High Five) sono inferni personali registrati e condividi. Poco importa suonino cheti, spezzati e rimontati. La voce di Ame Ray li lega cucendoli in una storia personale dove il gettito emozionale è pressato in forme del tutto personali, a tratti astratte. La figura generale pare ancora irrequieta e non perfettamente centrata ma gli ingredienti messi a cucinare sono di ottima qualità. C’è la passione di chi sceglie il proprio nome da una storia terrificante e la sceglie come barriera per esternare fragilità e pezzi di sé. L’impressione è spesso quella di vedere il sole da una selva oscura e provare a raggiungerlo con questo suono credo possa essere una buona idea.
Novità da Paesaggi Records, con uno split fra il produttore nipponico Igaxx ed il padrone di casa Gropina. Il primo estende i propri suoni in maniera lievemente oscura, in una sorta di musica ambientale (seppur ritmata) che può presagire il twist drammatico, per poi apparecchiarci paesaggi tropicali e tumidi. Gropina opta invece per dei passaggi più strutturati che portano a diversi livelli nella sua The Perception a mischiare musica tribale, dub e ritmica che sembra aprirsi come frutta matura, rimanendo elegante e lirico anche nella successiva Someday In Time, sinuosa con il strale di fiati a bassi ciccioni.
Non so pressoché nulla di Roma Luca, se non che questa musicista francofona presenta il suo secondo EP Séléné con voce fiabesca e suoni magici. Non è folk, non è rock e non è pop, ma un’insieme di suoni e delicatezze in sei brani magici. C’è un bel groove, un bel corpo sonoro a sostenere la vocalità, la chitarra acustica lascia il segno ed apre paesaggi. Le storie di Roma Luca si accendono di luce ed un brano come Du Noir Sur la colline vale ascolti ripetuti e proiezioni, facendoci mettere il suo nome in un cassetto mentale dal quale aspetteremo grandi cose (tranquilla, sei in ottima compagnia!), ma che ora dimostra di saper gestire atmosfere differenti, ognuna con personalità ineccepibile.
Glitch 2000 / Rave Down è il titolo programmatico dell’ultimo EP di Populous, nel quale il produttore salentino mette colore e ritmo, quasi come vedere all’opera un ago per tatuaggi reso strumento musicale. Le due tracce lasciano una scia visibile nell’aria, sui toni accesi veicolati dalla copertina. Digitale, fresco, colorato, veloce, coinvolgente, per trascinarci in una dancefloor dalla quale usciremo dipinti e colorati. A chiosa i remix di Fenoaltea e Simple Simmetry, il primo ad espandere crema vaporosa e lucente, il secondo ad inasprire spigoli ritmici. Sempre un bel trip, per 20 minuti nei quali buttarsi dando fondo alle proprie energie.

