Un piacere aprire questa pagina con un debutto di una giovane cantautrice, la 19enne Mabel June da Washington, autrice con Mumbled Songs di un debutto perfettamente ricamato. Sette brani per chitarra, voce e pianoforte, un intreccio con la coeva Rachel Edgar in Messenger, la costante impressione di entrare nei suoi racconti, sognanti eppure reali. Attiva anche nelle Birthday Girl DC Mabel dimostra di avere un range espressivo profondo ed un tocco delicato. Per adesso va benissimo così, le radici non mentono ed è un piacere sentire brani più o meno prolungati mantenuti semplici, giocando sui punti di forza basilari: bella voce, belle parole, suono scarno. Ottimo debutto.
La Russian Library è un’etichetta lisbonese che porta avanti una curiosa collana che unisce 7” split e fanzine, giunta al terzo capitolo con l’unione fra The Lay Lamas e The Thugs, entrambi progetti di Nicola Giunta (non si hanno notizie nei crediti di altri collaboratori a questo giro). Lievi tocchi percussivi e lingue sconosciute a dare un effetto narcotico a Psalm 33 (Yucatan Jungle Player) ed un dub che accenna al levarsi cuocendo sotto al sole con un narrato notevole per Dark Path Dub. Nicola come sempre riesce a rendere omogenee le proprie scorribande anche se i due brani sembrano un pochino tronchi, ne avremmo gradito certamente qualche minuto in piu!
a.gris è il progetto del francese Alex Delamard che con Gris arriva al suo debutto da solista (Horsees ed Heavymodern i suoi attuali progetti) ricoprendo di teli digitali le proprie vis cantautorali e pop. Pur citando nomi fin troppo altisonanti in sede di promozione spesso l’aggancio funziona, portandoci in un quarto d’ora sospeso nel tempo, fra la perfezione cristallina di Meta Piano ed il richiamo jasbinderiano di Munchaussen. Materiale delicato da maneggiare, che il kitsch e l’insipido sono appena sotto il crinale sul quale si muove a.gris ma la luce che sta seguendo potrebbe essere quella giusta e chissà, forse in un mondo ipotetico potrebbe diventare una popstar.
La seconda fase dei Model/Actriz (dopo uno iato di quattro anni) procede a spron battuto e dopo l’album dello scorso anno i newyorchesi tornano con Swan Song, oscuri strappi come decidessero di suonare elettronica pop in un sacco nero da obitorio. Glassman ti si incolla addosso come uno stalker in una via buia mentre Thank You By Dido è in grado di strapparci il cuore, dietro ad un autista inconsapevole. Majesty chiude al meglio il trittico di brani, in 14 minuti letteralmente perfetti, tesi e toccanti. Tocca fare ammenda per esserseli fatti scivolare così e non perderli mai più di vista!
Una bestia che azzanna una fragola da una mano innocente è come si presenta il nuovo ep dei Sun Spots, da anni periodicamente a ritorno con una manciata di brani fuor dai loro gruppi di appartenenza primaria (Criminal Code, Nudes e Bricklayer) . Pop-punk grintoso, una bellissima voce femminile, nessun dato od informazione minima in nostro possesso. Ce li prendiamo così, grintosi e gentili ad arrampicarsi su quattro nuovi brani nei quali non hanno paura di unire mondi distanti cavandone la perfetta energia. Gli strumenti rombano, la voce della di lei cantante sembra chewing-gum romantico e tutto è perfetto. Da registrare su innumerevoli nastri e portarselo ovunque per regalarlo al mondo.
No guitars. No bass. Just a cheap piano and raw distortion. Così si presenta a noi Painist con il suo Too Many Clunkers, brutale assalto rumorista, hardcore ed allo stesso tempo perfettamente accorato. C’è il dramma e l’enfasi, in non fermarsi davanti a nulla percuotendo con forza i tasti del pianoforte, la psicosi e la furia, la probabile inconsapevolezza di creare bellezza con violenza e disperazione. Batteria, pianoforte e voce, un accerchio di distorsioni e suoni brutti, monnezza e grigio e ovunque. Mental Health sbraita ed ha ragione, da vedere, ma nessuno lo ascolterà essendosi spinto già troppo oltre, ripremendo non lo spirito art brut ma la rabbia inesplosa di generazioni, presa sulle proprie spalle come novello Atlante, grondante olio e grasso ad ungere quattro tracce fenomenali.
Pyetro Paccyany con Retau mette in scena un torbido e malsano B-movie tra campagne oscure ed automobili isolate. La forza sta nel non eccedere mai, lasciando morbidi rintocchi fra memoria e coscienza con brani, sentiti ed atmosfere che si trasformano in cinque madeleine della cronaca nera. Sembra quasi non vestire i panni di vittima o carnefice ma rimanere sospeso come una ricostruzione POV splittata, nella quale la scelta tocca a noi. Godiamo o ne siamo terrorizzati? Non ditelo a nessuno, prendetevi tutto, dalle atmosfere soffuse al motorik alla sospensione, ragionando su come l’immateriale e l’energia possano connotare ambienti ed istanti. Un lavoro perfettamente cesellato, grondante storia, mistero e fascinazione maligna, splendido esercizio che siamo certi evolverà in un bel vespaio.
In 15 minuti l’inglese Anna Calvi prende creme e classici con sé chiedendosi se ci sia veramente tutto. I quattro scatti che compongono la copertina si avvicinano sempre più alla sua bocca, patria di una voce suprema che utilizza in modo secco e carnale in una God’s Lonely Man con Iggy Pop che apre e vale il prezzo del biglietto. Bonnie Prince Billy e le sue oscurità sono un velo tremebondo su cui Anna opera con Perfume Genius, mentre Laurie Anderson contribuisce a trasformare Computer Love dei Kraftwerk in un vero e proprio miracolo. Ancora un saluto con Matt Beringer, per un incredibile dimostrazione di bellezza, intensità e maestria, in quattro brevi brani.

