Con il 2026 sarà da vedere che ne sarà di questa rubrica di corte. Potrebbe non avere più una scadenza mensile ma uscire quando avrà un pacchetto e sufficiente per una critica utile e molto dipenderà da come riusciremo a gestire le energie ma ehi! Vedendo inteletubbies attaccati vigliaccamente non potevamo esimerci dallo spendere rime alle ultime produzioni più brevi del nostro mercato.
Bruno Dorella ormai è presenza fissa nei miei ascolti dai tempi dei Wolfango e negli anni si è affinato, liberato, completato. Nel suo nuovo ep a nome Carte Gold prende una battuta lenta, le luci della sera e delle campane lontane per creare un vespro dub incredibile, che sale sempre di più per nove e più minuti e che passato il suo nadir non esplode ma si dilata, lasciandoci in preda a danze euritmiche.
Unisce poi muezzin e reggaeton in un’ipnotica Just a show prima di lasciarci con una molla dance spezzata ma adattabile e malleabile come If You Can Sneeze, per un nuovo progetto che è già mirabile.
Il nuovo disco dei californiani Joyce Manor su Epitaph casca proprio dove il punk si sveste dell’aggressività per andare a bagnarsi nel pop. Così facendo però perde la propria carica e ciò che rimane sono canzoni orecchiabili ma che hanno perso il mordente. Non basta la bella voce di Barry Johnson che esce proprio nelle atmosfere più pacificate a dare il meglio di sé, oppure negli incroci strumentali di Well, Whatever It Was. Che dire? Appare ovvio come I Use To Go To This Bar sia un album travestito da ep discreto, mentre sarebbe potuto diventare un bell’ep scremando ancora. Ne avessero tenute soltanto la metà di queste brevi canzoni avremmo potuto gongolare con loro, mentre tocca star qui a separare il grano dalla crusca, cosa che avrebbe dovuto fare Brett Gurewitz per noi a rigor di logica.
Giuda mio fratello è il nome del gioco progetto di Gioele Valenti, già con The Lay Llamas e come JuJu ed Herself negli ultimi anni a giocare di psichedelia e folk. In Italia Infame si accompagna al piano di Ornella Cerniglia, alla batteria di Andrea Chentrens ed al basso di Laura Caviglia per sei brani di rock italiano. Purtroppo il fantasma degli Afterhours è fin troppo presente ed anche se si apprezza la costruzione dei brani, mediati da folk ed una sorta di aria rock sembra mancare ancora quel twist che potrebbe fissarceli in un angolo della mente. La transizione fra inglese ed italiano non è cosa evidente ma quando si trova l’equilibrio fra parola, senso ed atmosfera escono gioiellini sciorinati nella seconda parte del lavoro, ragguardevoli sul serio. Un ep che cresce e che ci lascia ben sperare in un futuro radioso, nonostante l’Italia Infame.
Semillas è prima produzione di Latinambient, label lanciata da Populous e subito pronta a drogarci con Mondocane aka Andrea Cota, alle prese con la rielaborazione di suoni registrati in Perù un lustro fa. Grooves caldi, che vanno a mixare atmosfere più cerebrali a momenti solari e gaudenti, come una Uros che scatena un party al ralenty sulle isole galleggianti del Lago Titicaca insieme alla loro popolazione. Memoria, percezione, cura, la capacità di gestire beats facendoci finire nel paesaggio fino al busto, ormai persi in un trip che Mondocane ha realmente fatto, a più riprese, e che riesce a trasmetterci fedelmente.
I Dragon Chopstick settano la loro grafica di copertina sul template della musicassetta, suonano pop-punk duro e crudo, con una voce melodica ed irresistibile. Soprattutto si presentano nel loro primo brano tenendo l’ultimo per coverizzare i Flaming Lips. Che altro dire? Escono per l’istituzione Flamingo Records, ci trascinano in un ballo come se ancora masticassimo chewing-gum con il giubbotto di pelle e non ci sarebbe molto di meglio in effetti. Ma in realtà il terzetto è più sfaccettato di quel che sembra e nel loro quarto dimora di celebrità mettono in mostra le diverse derive r’n’r rendendo fieri produttori, fans e parenti. Ma la cover dei Flaming Lips? La peggiore del lotto, ma le altre sono molto ganze!
A circa 8 anni dalla leggendaria raccolta dei loro primi 100 pezzi(durata totale: neanche un’ora…), tornano quei fulminati degli Anal Trump.
Un EP di sei tracce, il cui inizio e’ veramente shockante: dura ben 15 secondi. No, noi fans degli Anal Trump non possiamo sostenere il peso di tracce analtrumpiane cosi’ lunghe, siamo abituati ai loro soliti 2-3 max 5 secondi per pezzo, sempre in modalita’ Napalm Death…
Per fortuna le cose si sistemano dalla seconda traccia in poi. E cosi’ alla fine l’EP dura meno di un minuto in tutto. 60 minuti per le 100 tracce precedenti del best of, quindi direi che siamo in regola con le tradizioni.
Non pensare che ci siano solo urla sguaiate, schitarrate e batterie deraglianti nei lavori degli Anal Trump. Ci sono anche testi stringati,”leggermente” di pancia, ma pertinenti sulla realta’ sociopolitica americana.
Lunga vita(e corte tracce) agli Anal Trump!
Come previsto la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Invernali italiani e’ stata una via di mezzo tra una tamarrata e una cafonata. Balletti patetici, luoghi comuni a pioggia, gente vestita da stilisti alla Andrea Bocelli, “Vamos a la plaja o – o o o o” dei Righeira sfigurata in un’orripilante “Milano Cortina o – o o o o” e tra due settimane, al termine di questa manifestazione sportiva così’importante e ben organizzata che gli organizzatori si son dimenticati di pagare la bolletta della luce dove si fa il curling con conseguente luce ridottissima della prima giornata di partite, ci sarà subito il festival CANoro di Sanremo a ruota. Non c’è modo di salvarsi da questo uno-due. Non ci sarebbe se non ci fosse Sodapop.
Un mesetto fa il vostro perdigiorno preferito si e’ imbattuto per caso in un video di YouTube collegato a una canzone buffa. Nelle note di presentazione del pezzo si fa riferimento anche a un link Bandcamp (poi sparito, capirete il perchè piú avanti). Grafica tipica delle canzoni degli anni che furono dei vari Perry Como e antecedenti. Tale Lisa alterna un cantato classico a virtuosismi in puro Yodel. Testo tutto in rima con riferimenti sessuali e sboccati al 150%. Idem per Thomas Cantacessi che ci delizia sulle qualità e virtu’ della nostra fessura preferita.
Commenti al video organizzati perfettamente, “utenti veri” che si ricordano di questa vecchia canzone(del 1959, si narra) censurata dalla nonna, altri che si vantano di averla cantata in compagnia per fare casino in serate sbevazzanti. Ovviamente sono tutte palle. Non quelle che la prode Lisa si vanta di maneggiare con cura e abilita’.
Tutta roba fatta con l’intelligenza artificiale. E quindi bandita da Bandcamp come da sua recente decisione.
Una grandissima stronzata. La decisione di Bandcamp, s’intende.
Questi due pezzi dei fantomatici Cantoscena, invece, vi sfidiamo a toglierveli dalla testa dopo un paio di ascolti(anche su Spotify).
Non ce la farete mai.
Perfetti per canticchiarli in faccia agli amici quando a fine mese loro vi sfideranno a cantare assieme le nuove merdaviglie sanremesi.
Nel caso siate particolarmente sfortunati nella scelta delle vostre amicizie, questi pezzi vi salveranno anche da quelli che “ma sai che la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi e’ stata cosi’ bella che non riesco a smettere di cantare “Milano Cortina” al posto di “Vamos a la plaja” ???”
Da Olimpiadi invernali a Olimpiadi infernali e’ un attimo.
Lisa Kugel – Yodel al cazzo
Thomas Cantacessi – Jodel alla fregna
E con questi ultimi due contributi di Diego Favrin, vostro onore, è tutto.

