Attivi da un paio d’anni arrivano all’esordio i parigini Dééfait, quintetto con doppia chitarra e la voce della messicana Ric Lara, alle prese con un post-punk arioso che lascia spazio ad influenze ed a voli pindarici. Interessante quando la vocalist sembra autofagocitarsi le parole come nel brano iniziale oppure nel volo nebbioso che prelude al sacrificio di Molokh. Acidità esposte e che tendono alla suppurazione ma che spesso sembrano perdere intensità in brani che godrebbero di una maggior concisione, considerando quanto i buoni propositi tendano a smorzarsi dopo 3-4 minuti nella maggior parte dei casi, ma è il primo vagito, si faranno e torneranno ancor più forti.
Un panda ed un corvo, gli spiriti animali che rappresentano Chilly Gonzales ed il rapper Obia le Chef nelle loro tre tracce collaborative, per un lavoro sorprendente ed insolito. Una Montreal inedita che si esprime fra rime, sprazzi di pianoforte, archi e velocità improvvise. Se Kleenex ci introduce la combo Carnavoile ne esalta il sapore, mentre Larry David x Tony Soprano gioca con steraotipi gangsta e fa la voce grossa, in una decina di minuti scarsi di inaspettate affinità elettive, che pur rimanendo nel rispetto dei generi lasciano trasparire cose molto intriganti.
Something is changing at home è il corposo ep col quale Gaia Rollo riunisce brani usciti quest’anno ed inediti in 26 minuti di bellezza ed eleganza. Prodotta da Matilde Davoli, con voce, chitarra ed effetti colora un folk pop che non è distante da una Beth Orton più solare, suonando fresca e personale e forte di una voce toccante. Cresce e mostra colori vivaci nel rendere i suoi brani vere e proprie scariche di energia intima e brillante. Gli archi di Ghost immergono il brano in un tunnel cangiante, da dove riesce a guardare sia le proprie interiorità che la vastità del pubblico. A scintilla e l’impressione che si ha ascoltando le tracce di Gaia è che sia già pronta a ragionare in termini di personalità artistica, unicità e discografia. La scelta di un ep corposo in questo senso è sicuramente la più saggia, considerando anche la già annunciata partecipazione all’Eurosonic Festival di quest’anno e l’accordo di distribuzione con Universal. L’uptempo fantasmatico di Olivia, la magia di Remember to eat…ne sentiremo delle belle!
Power trio da Brno in giro dal 2019, voce maschile e femminile, suono ipnotico e batteria informale, fin dall’iniziale a new day in hell gli ageing uniscono voci che sembrano uscire dalla nostra coscienza, incedere drammatico e finezze stilistiche. Antonín, Peter e Vendula si prendono il tempo per crescere in maniera personale, ubriacandoci di parole che sembrano uscite dalla boccaccia di qualche inglese e che risuonano in un quadro sonoro irresistibile. Qui accorati, qui inquietanti, storti quanto basta, arrembanti in happiness, matematici in ageing, in grado di stordirci in una ventina di minuti scarsi. Bizzarro pensare che fossero originari di qualche luogo più trendy sarebbero sulla bocca di tutti ed invece rimangono l’ennesimo tesoro nascosto di quella miniera di talenti di Korobushka. L’importante comunque era farveli conoscere ed ora…
Milena Medu torna con Exercise In Willpower, nuovo passo in un percorso che ormai avanza dal 2019 e che riesce linearmente a mostrarci un’artista in evoluzione, focalizzata sui propri strumenti e sulle proprie competenze. Bastano pochissime cose, un pianoforte, (un organo?) una voce ed un’oscurità che viene appena scalfita dalle sue parole. Si sentono i passati e le arie eteree riconducibili a certa dark-wave, elaborate peró in maniera personalissima in una Precipium che si accende incalzata dagli archi. Stilisticamente sembra di ascoltare a tratti una Fiona Apple rinchiusa in un ossario, sempre sul crinale fra acustico e digitale, quasi dubitassimo della sua presenza fisica e cercassimo conferme o maneggi visuali alla sua esistenza. Potente, profonda, elegiaca nella finale An Exercise in Willpower, un recitato che rimane impresso nel cuore come una bruciatura, col nome di una musicista in grado di segnarci con la propria visione artistica.
Vive di tinte urbane, chiassose e rumorose il debut EP (disponibile in one-sided LP per Wild Honey) dei Manduria, one man band di Alessandro Maderna che in Bite Me si destreggia in maniera convincente tra fuzz chitarristici di matrice garage punk, rock’n’roll e loop su cui scorrono 23 minuti di musica. Scorrono come i binari, urbani anche questi, di una città come Milano: non a caso la presentazione del disco, in maniera simbolica e coerente, è avvenuta su una “corsa speciale” di un tram ATM milanese. Asciutto ma chiassoso, il progetto si mantiene vibrante e intenso in tutti e sei i brani, con chitarre che tagliano e frullano, passando dall’inizio ossessivo di Shake It ad I Hate to Think, uno dei brani migliori del lotto, fino alla chitarra straniante che apre I Say Boh o al tono più serrato e, se vogliamo, ancora più caotico che contraddistingue New Born, ultimo pezzo di questo piccolo ma intenso esordio che sicuramente aggiunge, dal vivo, un ulteriore pizzico di contagiosa energia.
Chiudiamo con una colonna sonora di un film breve, ad opera del compositore Pierre Desprats e del duo vocale occitano Cocanha. In sei brani (spesso stordenti e brevissimi) ci trascinano letteralmente in un mondo lontano e magico, quello di una regione e di una musica folk trasfigurata e portata fuori dal tempo, ai limiti di una psichedelia conturbante ed oscura, per attimi di pura bellezza a commozione. Di certo la maniera migliore per iniziare il nuovo anno, accompagnato da scoperte sempre emozionanti.

