Iniziamo questo nuovo appuntamento con il ritorno dei New Brutalism, quartetto del Tennessee che non dava segno di sé da una ventina d’anni. In realtà questi tre brani (088,087 e 089) risalgono a quattro anni fa e sono stati registrati da Steve Albini e masterizzati da Bob Weston, in un top di gamma per l’ambito di riferimento. Nervosi e matematici come si conviene i nostri battono percorsi che ci riportano immediatamente nel tipo di movimento del quale proprio gli Shellac erano alfieri. Chirurgici, sporchi il giusto, perfettamente aderenti e combinati. Difficile contestualizzarne l’opera mancandomi quanto espresso prima ma i tre brani di qui sono un centro pieno, esulando da tutto il resto.
Moon Talk è il ritorno di Laura Loriga dopo lo splendido Vever che tanto ci aveva appassionato qualche anno fa. Tre brani, registrati in formazioni differenti tra la fine dello scorso anno e questa primavera. Atlas sembra essere un gioiellino invernale e pulsante, grazie al synth di Andrea Giommi e la chitarra di Ofir Ganoni, ad accompagnare il canto della nostra. Più pulsante Saint Sylvester, sempre con una scintilla vocale fra il clarinetto di Stefano Michelotti ed il basso di Euan Hinshelwood, quasi un flashback da un passato accorato. Laura Loriga ci trasporta (e May You con David John Morris alla chitarra ne è la conferma) in un mondo fatato grazie alla sua voce ed al suo organo. La cura e l’eleganza dei brani sono di un livello superiore e non vediamo l’ora si sviluppino in un discorso più ampio.
Dal Cile alla Cechia via Pigneto? BRIXIA è iniziata come collaborazione fra Max Lipovsky ed il cileno Daniel Rodriguez, ritrovatisi poi a collaborare con Jonida Prifti e mettendo su due brani, Vortice e Gjak, belli clamorosi. Infusioni dub trance sui quali ballare mentre le poesie si inerpicano quasi quanto un cobra al suono del flauto. Si sentono i veli e le odalische e resistere al Vortice è impossibile. L’unione di lingua e ritmi lontani creano un cortocircuito che ci porta in luoghi misteriosi e dediti alla danza ed all’esperienza, non volendo più abbandonare un dancefloor speziato e soave che vorremmo potesse durare tutta la notte. Mai incrocio fu più onirico e colorato e come tale benvenuto nei nostri ascolti e fra le nostre anche.
Con C’è ancora amore tornano anche i Fine Before You Came, per sette brani registrati in cinque giorni a portarci un altro dei loro lati. Amici miei è toccante e legnosa, quasi folk pop, mentre Il cane che hai è dimessa, lenta e calda. Conformemente alla bella copertina sembra i FBYC abbiamo utilizzato questo ep per riprendere istantanee intime ed acustiche svelando ancora una volta come la loro intensità abbia molteplici espressioni. C’è affetto, dramma e smarrimento in queste canzoni, con la sensazione di seguire un racconto più che un disco, dove scadenze e dialoghi sembrano reali e ci fanno entrare in un mondo che ormai da un quarto di secolo si palesa ad intervalli più o meno regolari. Grandezze nascoste è forse la più acuta e martoriata ma è veramente questione di momenti e di immagini e questa veste dei FBYC ci piace parecchio.
Certo, ci sarà da capire come queste evolveranno dal vivo ma per l’autunno che dovremo affrontare potrà essere un bell’ep di Linus, dal quale le immagini a noi care di sveleranno ascolto dopo ascolto.
Marcho Gronge ed Ilaria Palomba hanno unito le forze per quattro brani nei quali i versi dell’autrice vengono accarezzati e velati dai suoni del musicista, creando immagini e flash che seminano dubbi più che elargire certezze e questo è cosa buona. La fruizione è macchinosa (sul bandiamo di Marcho i quattro brani risultano in quattro pagine differenti) e richiede un’azione attiva da parte dell’ascoltatore, parte in causa in un percorso. Sembra di essere in un happening dove le forze si incrociano e dove vita e morte si intersecano fra beats ed avventure, rondini e giardini. Quella tra Marcho ed Ilaria è un’unione perfetta, sposalizio fra forma e sostanza senza levigatura, a lasciare che poesia e musica fluiscano con forza, disturbandoci e distogliendoci dalle inutili cose che portiamo avanti ogni giorno.
https://marchogronge60.bandcamp.com/
Garden of Discordia è il titolo che Arturo Camerlengo ha dato alle sue nuove quattro composizioni, Hydra, Discordia, Minerva e Breathe. Il suono è spaziale ed oscuro, quasi un incrocio dove la musica elettronica più cerebrale incontra il dancefloor caratterizzando un’equilibrata mescolanza fra ballo ed ascolto. I quattro brani viaggiano lievi e noi con loro, cercando di vedere la luce lasciata dai movimenti dei nostri arti in una notte buia, fino ad arrivare alla fine di questo scarso quarto d’ora felici ed esausti nell’oscurità.
Sentire i suoni e la voce di Paola Becker riempie di gioia il cuore. Folk-pop solare, di quella ricchezza che associamo alla campagna ed alla torta di mele. Camping in my mind passa in un battibaleno, giusto il tempo di mordere Talk to me dove la nostra si rivolge fra aspettative e speranze all’altro. Ma è la title track ad aver scatenato il tutto, presente in versione demo: chiaro segnale di musicate che ce l’hanno o non ce l’hanno e Paula ha talento, gusto, voce e tocco, capacità di dipingere e colorare piccoli mondi in vignette e canzoni delicate. Noi aspettiamo l’album, ben sapendo che quando arriverà se ne parlerà a lungo.
5 minuti cantava Maurizio Arcieri, quanta bellezza può contenere una così piccola porzione di tempo?
Merrill Garbus e Nate Brenner si sono rassodati in Tune-Yards ormai da 16 anni, dopo un’inizio dove la vocalist e musicista aveva iniziato da solo l’avventura e mai nessuna uscita è stata meno che brillante. Prendete Prince, calatelo in un mondo dove il jazz e l’r’n’b sono passati attraverso pad tecnologici e colorati, poi distribuite palloncini a tutti. Ma spesso c’è anche raccoglimento ed intimità, semplicemente spostando i filtri visuali verso il pastello: nei quattro brani di Tell the Future With Your Body è impossibile non emozionarsi, non reagire agli stimoli che la coppia ci sottopone. Movimento, danza, imitazione, ritmo, slancio, la sensazione che se volessero potrebbero far saltare il dancefloor, basti sentire una Sand Into Stone dove sembra rivivere una Tina Turner 2.0. a fare il giro del mondo fra percussioni e raggi laser. Oh Child profuma d’Africa ma potrebbe essere spazio profondo, immensi.
Sentiero Futuro Autoproduzioni ripesca dai suoi archivi Sogno Libero, duo veronese (al quale si aggiunse un bassista in fase di registrazione) che riesce nell’intento di esprimersi con malessere e violenza, testa bassa ed un percorso che è spacciato sin dalla scaletta: Sogno Libero, Un Sospiro, Inganno, Muro. Ma ci si sente una necessità, la violenza della disperazione e lo strizzare gli occhi per cercare di guardare oltre finendo per cavare qualche lacrima. “…Futuro ti odio…” si sente vociare ad un certo punto ed in effetti potrebbero essere esistiti 40 anni sentendone intensità e dolore. Oltre quel muro c’è un vento di rivolta urlano ed allora che ci si fiondi coi martelli ed i piedi di porco, le bestemmie. Alzate il volume e scoprite i nervi e le vene al vostro mondo.
Compositore di base a Zurigo Alban Schelbert con Blue Roses unisce mondi distanti fra loro come neo-classica, elettronica e sperimentazione in una colonna sonora per una performance di Thibault Lac. Ad impressionare è la bellezza e la leggiadria di questi due brani isolati dal loro contesto, delicati come fiori ma innervati di silicio, litio e tantalio, come a rappresentare la bellezza magica che può avere anche il nostro presente, in una stanza che viene riempita di un suono che vibra libero, senza regole che non siano quelle della sua bellezza geometrica, lasciandoci grati e senza parole.
Non sapete il fastidio provato a scoprire tramite quello stronzo di Daniel Ek a scoprire l’uscita non di uno ma ben due ep (sebbene con tre brani ripetuti) delle zurighesi Batbait, usciti tra il 22 di agosto e ieri. In The PIT unisce nervosismo e suono che diremmo in qualche modo post-punk con una vocalità slacker. Boys Club ammorbidisce di poco il colpo facendoci liberare con giri indie-pop che non vorremmo smettessero mai, perfettamente coesi tra il canto melodioso, la batteria dritta e le chitarre di una meccanicità assolutamente irresistibile, il basso a tenere il tempo da colonna portante. L’ultimo brano picchia duro, conseguenza del caro affitto elvetico, fra maracas e lontananze Kathleenhanniane perfette.
Soggy Shoes inizia invece in maniera più duttile, bleeps rubati a videogiochi arcade e le percussioni che seguono i reiterati interventi vocali di Gianna, a svelare un altro lato delle Batbait. Poi si riprende, mandando a memoria le nuova composizione di una delle migliori band in Svizzera…
Sempre in Svizzera arriva il ritorno dei Coilguns dopo Odd Love dello scorso anno, con due brani che di quelle sessioni facevano parte e che mostrano esattamente il grandangolo nel quale si muove il loro progetto. Nightshifter è intensa e dolente, non lontana da lividi slowcore, lenta e colante come una notte che non passa, mentre Homeworking Patriarch sembra esasperarne i tratti hardcore con una performance drammatica e quasi grandguignolesca. Una bella aggiunta che non cambia e non smuove la bontà del progetto ma che incuriosisce per capire se e come cercheranno di muoversi in futuro (i miei due cents per il brano del primo brano, staremo a vedere!).
Su Chik White e Chad Van Gaalen cado grazie ad un mio collega di lavoro, che mi apre un mondo fra primitivismo, raw jazz, scacciapensieri e strumenti autocostruiti. Manca del tutto la linearità mentre sembra prevalere una via del tutto personale a temi come melodie, parole e versi bestiali. Roba della quale Dubufffet sarebbe andato pazzo e che riesce a tenerci distante il mondo grigio dei normali. Pensate all’unione fra lo sguardo artistico di Irwin Chusid, lo stato brado di Arrington de Dionyso e la famiglia Whittaker e ci sarete molto vicini.
Sei tracce nelle quali perdersi lontano dalla civiltà, prodotte con acume e lucidità tanto da sembrare la rappresentazione di elefanti in cristalleria, od al Cotton Club.

