La Lunghezza non è tutto #32

Nonostante l’intenzione di attendere fine settembre per riprendere il discorso sui formati brevi l’accumularsi delle uscite meritevoli ci spingono a lavorare anche durante le ferie, per un appuntamento speciale di La Lunghezza Non È Tutto. La prima di queste uscite è un insieme di due tracce, in digitale, di un progetto che vede uniti Demetrio Cecchitelli (più volte apparso sulle nostre colonne) e l’italo-canadese Dominic Sambucco. Fuga è un dispiegarsi di strumentazione e fiato e cimbali, per una sonorizzazione che sembra essere strappata ad una favola boschiva. Fuga non rende l’idea, non c’è tensione bensì intrigo e scoperta, luce riflessa sulle foglie, luce che fa partire e volare le farfalle.
Discesa si piega maggiormente ad uno standard volatile ma i gesti sono sinceri ed anche se l’immagine ricalca quanto già sentito in diversi viaggi psicotropi nelle amazzoni, beh, il trio è sempre unico e personale, quindi perché non provarci?

Roberto Salernitano è VIOLETOVYY BEZ, ma di sicuro è Napoli a fare la parte del leone in questo ep dove a mischiarsi sono suoni ambientali, corrucciate melodie e la sensazione di una cappa di concentrazione sopra la città e l’opera. I sette brani sono stralci dove voci e passi si mischiano senza soluzioni di continuità, lasciandoci esterefatti all’ascolto come durante l’ennesimo miracolo. A venire in mente, come unico riferimento, è la connessione fra Bertold Brecht e Kurt Weil, altre volte il minimalismo più estremo. Quando poi sono le parole a raggiungerci ancora una volta sono parole aspre, parole di lavoro seguite e rincarate da un ritmo imperfetto e spietato. Sesto atto è folk postmoderno, ed insieme a La rivolta dei rifiuti lanciano direttamente Roberto Salernitano in queste stanze, dove riuscire a comprimere una città e farne passare clamore ed intimità in 7 brevi brani è colpo da maestro.

Big Scary Indian è stata una recente scoperta, grazie al brano Jacko, qui contenuto, che mi ha fatto aprire gli occhi sul talento di Roshan Reddy e dei suoi musicisti. In tre brani e poco più di quattordici minuti mischiano psichedelia, cavalcate stoner-fuzz ed un’atmosfera sognante che aspetta soltanto di uscire ed aprirsi al nostro ballo più sconclusionato. Sun Gore Cold è ossimoro che si spinge lontanissimo sferzando il panorama luminale con i suoi raggi. La già conosciuta Jacko è un treno in grado di arzigogolarsi suoi suoi stessi binari senza perdere un grado di equilibrio. Certo fa paura, ubriaca, ma è impossibile non farsi avvolgere dalla potenza che il terzetto (Cheick Proctor e Claire Joko Fujimoto gli altri due coinvolti). L’ultimo brano, Road to Wrath, è probabilmente la loro folle idea di brano folk: ritmiche storte, chitarra sotto anfetamina ma dal taglio leggero, il cuore in mano. Stacchetti esotici ed i Kinsella frastornati dopo un rodeo od un toro meccanico. La voce di Roshan fa il resto, come se a Wayne Coyne tornasse la voglia di sorprenderci semplicemente, per poi aggredirci con una scarica di cattiveria che si protraggono fino al finale. Uno spettacolo vero e cangiante.

È definito un’ep Thinking, Dreaming, Scheming! delle Lightheaded, quintetto della Jersey Shore arrivato per l’accoppiata Slumberland e Skep Wax, a testimoniare la bontà di un’indie-pop in grado di spingersi verso al folk d’altri tempi da una parte e nenie di pop sporco dall’altra, come lo sfondamento della quinta parete in Me and Amelia Fletcher, oppure nella nebbia jingle jangle di The cure From Your Room. E così si viaggia sulle dolci onde per ben dieci brani, dinamici quel che basta per farci rimanere ad occhi fissi sui Lightheaded, dotati di quell’aura che probabilmente li porterà immediatamente a tornare nella nebbia, fino a ricomparire su qualche scaffale misterioso fra anni. Sfuggenti e fuori dal tempo come poche cose ascoltate recentemente sarà difficile farne a meno per chi mastica queste aree.

Rain Taylor, a dispetto del nome è un cantautore riminese che con Wandering dà segno di sé in un ep di quattro tracce che riecheggia di passati grunge uniti ad un certo gusto negli arrangiamenti come il circolare catatonico del primo brano, How much scary is this?. Molto meglio però la le bave di synth che ornano la notturna Wandering o i momenti dove si sfugge al classico cantautorato, anche nella parte finale di Repression, o nello strumentale finale. Un’ep che riesce quando esce da se stesso, vedremo che succederà poi…

Buone nuove da Artetetra, che mette insieme uno split fra i canarini Lagoss ed i Babau. Spitting Hits For The Heat Damage è corposo nelle sue dodici tracce (diversamente suddivise, 8 a 4 per la componente ispanica che però lavora su minutaggi molto meno estesi rispetto ai marchigiani). Lagoss sembra lavorino su un’exotica ante-litteram costruendo una scaletta in crescendo, nella quale ad uscire sopra tutto sono i brani dove ci si trova in una sorta di preistoria sonora incontaminata come Hay Tiempo Pa Comer, le cineserie antiche di Conventional Family, le bestie belanti di Planeta Palmera y su Cabra oltre al finale giavanese e ronzante degli ultimi due brani. Con Geoshredder inizia invece la parte gestita da Matteo Pennesi e Luigi Monteanni, impegnati in una sorta di setoso volo krauto, prima di far partire delle spiritate voci pitchate in Tidal Field, tastiere al comando e viaggi profondi. Quando poi perdono i freni e scelgono di impastare dub come in Stone Cold Thunder Dub i due non fanno prigionieri ed uniscono materia grassa e pesante insieme a suoni ed immagini aeree, dando l’impressione di essere oltre al concetto di gravità in un mondo del tutto personale. Con Dulugu Ganalan siamo invece nella leggerezza più pura, come se i due si fossero limitati a registrare i suoni in natura catturandoli con un retino come entomologi delicati, per un suono che è pura alba incontaminata.

Dopo Itinere la nuova zampata di P.U.M.A. (oltre ad una diversa scrittura del nome) è un ep di tre tracce che si dimostra più ritmico rispetto alle passate produzioni, con un campionamenti vocale giostrato da synth modulari ed hardware in tre diversi abiti. Il primo fino a crescere, in una linea continua che dapprima segue una chitarra acustica per poi unirsi ad un beat più grasso e giocoso e concludersi con un’acidità condita da un’aria mediorientale ed una cassa dritta e decisa. Interessante capire quale sarà il prossimo passo del duo, sempre pronto a stupirci.

Chiudiamo questa sessione agostana con il recupero, da parte di Bill Orcutt, di una sessione registrata nel 1977 per accompagnare l’intervista di Cool Bears agli Harry Pussy per sostenere Mark Feehan in una congiuntura economica parecchio tirata questo mese. Vale tutto quando riescono a trasportarci in uno spazio dove la bruna rumorosa diventa prima dub e poi uno stridore come se i gatti del quartiere fossero usati come sirene, legandoli in un’unica ugola. Considerando come nessuna chitarra fu maltrattata in questo esercizio ci si preoccupa delle urla lanciate sopra ad un ticchettio, nella disperazion in un’ineluttabilità horror. LOST LOST LOST LOST LOST LOSTLOSTLOSTLOSTLOST LOSTLOSTLOST LOST LOST LOSTLOSTLOSTLOST LOST LOST un inciso che ci ricorda di certa Cuba folk.
La tensione fra le urla ed i suoni nella quinta perdizione ubriaca come le migliori espressioni di devianza e bizzarria. Siamo a Miami, si richiama King Tubby ma il sole è un riflesso su una lamiera che ferisce, almeno fino all’ultimo brano, 08:40, nel quale la percussione perde e cambia intensità insieme a riverberi e tastiera tanto da comporre un quadro sonoro astratto e rappresentativo di una sessione magica.