La lunghezza non è tutto #27

Iniziamo questa primaverile raccolta con una su nastro, copertina stampata a mano, noise e Pasolini. Ad incrociare armi ed intenti sono Dimitri Monolith, che se la gioca con quattro brani di variabile declinazione, nei quali l’elemento noise è ben dosato all’interno di ambienti che uniscono mondi anche molto lontani fra loro. Colpisce il jazz-dub de I piccoli seni diafani di Tjaša, ma anche la preistoria percussiva della successiva Il rituale delle Vorlage, dimostrando come Dimitri Monolith possa disattendere in maniera stupefacente il suo nome dando prova di profondità e varietà, mandandoci letteralmente fuori dal suo show ballando in maniera grossolana e grassa con Le Volontà del maresciallo, tra bassi e tastierine.
Potier arriva e con la delicatezza di una madre amorevole ci distrugge i padiglioni auricolari con alte frequenze prima di mettere fieno in cascina con loop reiterati e gonfi d’eco, sui quali processa rumore che assume forme materiche sempre differenti. Il processo si avvicina ad alcuni tratti di Dimitri, soprattutto per quanto riguarda una via al noise piuttosto grassa e gonfia, nella quale troviamo molta ciccia oltre agli spasmi più taglienti. Con il passare dei minuti (Mange la merde, la sua traccia, passa infatti i 24 minuti di lunghezza) la traccia si attesta su un quadro espressionista squarciato e macchiato di vita, per una chiusura di nastro assolutamente positiva.

Passiamo ora nella Bay Area dove i Night Collectors ormai da un lustro stanno lasciando fluire dai luoghi battuti una psichedelia rock che si riallaccia ai decenni precedenti, con un grado di deboscia e di stile inenarrabile. A venire in mente di primo acchito sono gli Stooges sotto prozac ma c’è molto, moltissimo in questi cinque brani, soprattutto la voglia di giocare in un campionato chiuso da decenni, senza possibilità di ripescaggio né redenzione. Take Me Higher in realtà scende in un abisso oppiaceo e non si risale più, nuotando in un fango oscuro e succoso dal quale si propagano il resto dei brani, sinuosi, sporchi e sexy nel loro barcamenarsi fra le vie più lascive della wild side rock’n’roll.
Scegliete la via più buia, non ve ne pentirete…

Sestetto elvetico con radici diverse i Minus One sanno far breccia fra le nostre orecchie soprattutto grazie alla voce magnetica dei loro due vocalist, in grado di spostare gli equilibri su terreni di gioco molto diversi fra loro, notturni ma citati maggiormente a trip-hop ed ad una sorta di oscuro western. Ad uscirne è un percorso dinamico, pieno di ombre ed apparizioni, emozioni e sorprese che non ci abbandonano mai per tutta la durata del lavoro. Certo, non tutto è perfetto e vanno levigate alcune ingenuità soprattutto produttive che appiattiscono alcuni brani ma potranno di sicuro tornare ad ammaliarci con quanto di buono hanno già nella loro corde, basti sentire la perfetta mantecatura di Falling per volerne ancora…

Corpo Music è il ritorno di Palazzi d’Oriente (già attivo come collaboratore di Massimo Pericolo e 72 HOUR POST FIGHT), commento alle immagini fotografiche di Giulia Bersani per il suo progetto Corpo. La musica è un’insieme di sospiri, viaggi sintetici e paesaggi soavi e misteriosi, quasi una geografia del corpo con le sue insenature, movimenti e rumori. Certo, al momento l’ascolto non è coadiuvato dalla vista ma è anche vero che l’immaginazione è potente e viene alimentata da questi 16 minuti in maniera intricata, fra suoni vicini a casa Sonig e lande lisce ed umide che potrebbero essere lombi o stomaci. Bello perdersi fra qualcosa di conosciuto ma sempre diverso.

Progetto da studio per i primi dieci anni della loro esistenza gli svizzeri Kerberos tornano dopo l’esordio datato 2022.
Dopo una intro strumentale e sinfonica smuovono il pentagramma miscelando archi e sinfonie a suoni aspri e secchi. Le voci dei cantanti cambiano in maniera repentina da growl ad operistica, quasi in una versione concitata e cartoonistica di un rondo’ veneziano interpretato da troll incazzati. Preso il ritmo non si fermano più e mantengono le due strade ad intersecarsi in maniera frenetica, raggiungendo piccoli quadretti parossistici con una loro validità, garantendo questo stridore fra radici folk- sinfoniche e slanci brutali. Anche l’ultimo brano, la title track Apostle to the Malevolent, va avanti per più di 9 minuti senza nessun cedimento, per un’ep che di certo dimostra solidità e credenza da parte di un progetto fuori dal tempo e fuori dal mondo, ma fascinoso come pochi.

Risalendo fino a Bruxelles è bello tornare a tastare il polso ad Initiate Records, accolita quanto mai coerente nella sua serie di chiaroscuri. Ne parlammo nell’estate 2023 ed ancora a primavera lo scorso anno. In questo caso è Johann Bonnefoy alias Sub Accent a dar prova di sé con un suono al fino e minimale nella sua luce, spingendosi in oscurità tramite uno stacco jarreiano. Da quel momento il bpm aumenta in ritmiche serrate ed evocative, portandoci in un’infinità backroom lungo la quale muoverci a tempo, longlife.

Da Clermont Ferrand chiudiamo con i Super Parquet, che spingono sull’acceleratore trasformando un folk motorio in una sorta di trance elettronica che risuona del legno della tradizione. In tre brani la formazione riesce a far letteralmente prendere quota ad un intero bosco nel quale si sente tutto partire in orbita, mostrando strali sintetici, intrecci d’un ed un’algida struttura che, in maniera del tutto inaspettata, non suona posticcia ma vero e proprio propulsore della loro musica. Norska, terzo ed ultimo brano, mostra un altro lato, maggiormente compresso e, percussivo e teso. Un progetto molto interessante che, visti anche i collegamenti in atto (parte del collettivo La Nòvia) siamo certi non mancheranno di stupirci.

Anche per questo mese il dado è tratto, buon ascolto a tutte.