Pur iniziando con qualche attimo di ritardo ad ascoltare le Chansons de 4h du matin di Cle l’oscurità, la pace fuori dalle cuffie e la voce francofona della cantante dolcemente accompagnata da sospiri e da una musica finemente decisa ci conquista da subito. Mezcla fra acustico e digitale l’ep della cantante di Neuchâtel è forse la maniera migliore per godersi queste ore strappate alla notte, di solitario accompagnamento e di musica ai minimi termini, dove ogni nota, suono e movimento paiono nella perfetta posizione. Non sappiamo se svegliandosi tutto quanto sparirà, nel dubbio rimaniamo sotto le coperte, cullati da questa meraviglia.
AMAMI sono un trio ginevrino di ritorno con 4 brani di afro pop con caraibico con annessi e connessi e le loro rispettive dub versions in compagnia di Vibronics, Dubokaj e Mad Professor. Islands & Islands è ispirato alla storica etichetta di Chris Blackwell così come ogni brano ad una specifica isola: Hurricane ci porta così in Ghana mentre con Wrong Way giriamo sulla Giamaica con linee vocali e tastiere che ci portano quasi in territorio spy. Eagle è un torrido volo nel quale la voce si mischia ai bassi ed alle sirene per uscirne dissetata. Chiude Queen che riecheggia i panorami di Miami, dove sembra di vedere Rico Tubbs e Sonny Crocket intenti a sventare qualche traffico illecito con la loro eleganza ed in un angolo Amami ad alzare il volume, intensi e vaporosi.
Nostra di Sid Spada è un breve ritorno dopo l’esordio nel mese di maggio di quest’anno. Rap melanconico, scuro e digitale, suoni freddi ma in qualche modo emotivo e sanguinanti nonostante l’autotune che riesce a dare qual tocco di alterità a lanciare le rime in paesaggi vuoti e desolati. Un disco che sa di solitudine e sfogo, 3 brani più un remix che aggiunge ritmo in un viaggio che sembra essere via via più intrigante e tormentato.
La Cumbia acosadora è il nuovo viaggio di Sebastiano Lillo, chitarrista blues monopolino che nella sua ultima fase si è approcciato alla musica colombiana trovando una forma cruda e diretta di approcciarsi il genere, unendo stilemi western e blues che riescono a garantire la visione di paesaggi e fumi di sigari, palme e deserti, umidità e movida sexy. Una piccola perla che in tre canzoni, La Estación dorada e Sonido Amazónico oltre alla title track, ci trasportano in una festa dai ritmi lenti e sinuosi, perfetta per calarsi il cappello alla Leo Van Cleef ed iniziare ad ancheggiare lentamente, come ogni villain che si rispetti.
Nicolas Gaunin torna con un corposo ep dove narra le vicende di Rokoreke Taribaku in un ipotetico mondo da videogame nel quale gli schemi ed i brani sembrano schegge exotiche ed umide, una versione chiptune e lirica di un mondo vasto ed immaginario dove il nostro eroe si muove, senza soluzione di continuità ma entrando di volta in volta in anfratti e livelli misteriosi, come un piccolo Super Mario Arcade in modalità tropicale. Ad uscirne è un’elettronica giocosa e vivace, in grandi di spezzare le ginocchia a chi provi a ballarla ma non desistete, sono 500 punti bonus per chi riesce a chiudere la mossa.
Un altro tassello in un disegno che sta diventando sempre più grande, con la Polinesia nello sguardo e la droga nella musica.
Odawin ci porta in un mondo fatato fra i ‘60 ed i ‘70 più magici, in quattro tracce che sembra uscite fuori da un paio di 7” fra Kevin Ayers ed il cappellaio matto. Meno di un quarto d’ora ma un godimento al quale non riusciamo a rinunciare viste le tempeste emotive fra le quali ci guida, con un suono orchestrale e beatamente drogato. L’aver lavorato con Marco Fasolo di sicuro ha dato la giusta direzione ma qui stiamo parlando di una peeble bella e buona che, se verrà ben trattata, potrebbe darci di che baloccarci per i prossimi anni a venire.
Una rottura violenta e dolorosa Olive Black (svizzera ma cresciuta ad Austin) è ritornata al suo buen retiro dove eleborare ed esorcizzare una storia personale non facile da gestire. In tre brani trasforma i propri patemi d’animo in un r’n’b nero come la pece, coadiuvata dal produttore svizzero Ephrem Lüchinger. Musica oscure ed una voce che colpisce come uno stiletto od una scossa, per un quarto d’ora completamente centrato, cinematografico ed intenso. Un ep come reflectō è un segnale parecchio profondo e di sicuro le apparizioni di Olive Black sono destinate a salire, godiamocela ora e ricordiamoci fin d’ora chi è stato fra i primi a parlarci di lei.
Le lettere di San Paolo sono un duo musicale formato da almeno 4 persone. Del resto pure nei testamenti alcune rappresentazioni erano letteralmente fuori dall’ordinario. Fiati, percussioni, suoni di fondo, come se una marching band fosse uscita da un carillon. 5 brani, titolati ovviamente P, A, O, L ed O, senza che vi sia la possibilità di distinguere la prima dalla seconda O. Piano, trombone e batterie ci dicono, prendendo il santo e martire come spirito guida di queste loro prime composizioni veloci, minimali e pungenti. In effetti, se l’apostolo dei Gentili riuscì a convertire stormi di pagani, potremo augurare i musicisti di avere il medesimo successo con chi ancora non li conosca, che da questo quarto d’ora sparuto si riconosce acume e brio, oltre che follia e passione nei vari sensi compiuti.
Francesco Colagrande e Simone Ticconi si uniscono nelle rifrazioni dub di una finestra assolata, creando il progetto Futureslowdubdisco e Superpaesaggio per il rispettivo ep di debutto, dove quattro tracce fanno da cornice ad una probfidfa di bassi ed atmosfere, rinforzate dai remix di L’Oggetto e D. Lewis and Paul Hyde. Musica dritta e lineare, con la capacità di diventare in brevissimo tempo ipnotica spostando il baricentro di una soglia digitale dove non è più importante definire cosa sia realtà e cosa virtualità. Il suono stesso funge da accompagnamento e da energia per la traduzione di un umore che si fa totalità d’ambiente. La scelta di pubblicare solamente dei tagli di due minuti dei brani sembra concatenata con questa visione, che lascia trasparire e non mostra fino in fondo, ma che promette la fruizione reale e forse rivelatrice dell’oggetto.
XADDAX sono Nick Sakes e Chrissy Rosette, loschi figuri che da decenni animano la musica più storta degli States. I loro due brani nello split condiviso con My Name is Rar Rar sono il primo Don Van Vliet a spasso con i Mars ed il secondo musica bulbosa e paludosa che dallo stesso pianeta proviene, raggi spaziali compresi. Con i My Name is Rar Rar invece (considerate che parliamo di due ex Flying Luttenbachers) ci lanciamo in berci lucidamente gutturali, prismi dissonanti e continue sorprese, in due pezzi (One ed Aachen) che ce lo fanno immediatamente amare. Il resto delle tracce su Bandcamp dovrebbe appartenere ad un disco dei secondi che unisce diversi materiale. Consiglio? Pigliatevi tutto, aggiungente una punta lisergica al punch di Natale e buone feste!

