La Furnasetta/Leather Parisi – Past Present Temple (Industrial Coast, 2019)

Era inevitabile che La Furnasetta e Leather Parisi, dopo essersi incrociati in diverse compilation, finissero per condividere insieme un tratto di strada: avviene nei territori della Industrial Coast che mette a disposizione a ciascuno dei due il lato di una cassetta curata graficamente dalla sempre ispirata Rosa Lavita, stavolta con un taglio fra l’alchemico e il post-apocalittico. Il primo lato è una specie di Pavarotti and f(r)iends in salsa Furnasetta, con oltre la metà dei pezzi condivisi con ospiti che si fanno sentire, pur senza alterarare lo spirito del lavoro. Generalizzando molto troviamo due tipologie di brani, quelli che esauriscono la propria funzione sul piano puramente musicale (Rotary Slightshot – in collaborazione con Fabio FazziTotal Disorder e Il Risultato) e quelli che mettono in scena un gioco più complesso, dove i rimandi sono diversi e l’idea di non riuscire ad afferrare tutto ci accompagna anche dopo ripetuti ascolti. I tre brani in compagnia della vocalist Eljiam spiccano per indecifrabilità: Diaz parte col canto di un muezzin sbronzo e prosegue con una melodia che sei sempre lì per cogliere, ma ti viene strappata da disturbi elettronici e ventate metalliche; Mandic (e qui è della partita anche Leather Parisi) sfoggia ancora voci salmodianti e presumibilmente ascoltabili, prontamente sommerse da ciarpame sintetico; Fallimenti D’Ottobre ripropone il giochetto dei vocalizzi pop alle prese con una melodia d’annata forse nota, disturbata stavolta da accelerazioni tunzare al limite del kitsch, limite che viene superato dall’etno-trash di Sadhu Sonic, sitar (suonato da Sitarsonic) e battiti da chill out post-impasticcamento anni ‘90. Cosa sia La Furnasetta è inutile star qui a chiederselo: resta però aperto il quesito se dia il meglio quando produce credibili brani facilmente incasellabili nella categoria dell’industrial-noise o quando assembla con estrema cura materiali che dire irritanti è poco, lasciando l’idea che la musica sia la proiezione, se non proprio un riflesso, di qualcosa di più ampio. Una domanda a cui forse è meglio non rispondere. Il lato di Leather Parisi si distacca parecchio da quanto ascoltato finora e si caratterizza per una maggior musicalità e per un gran lavoro sui ritmi. In realtà Cave Man, il primo pezzo, deve risentire della vicinanza col lato del collega perché, dopo aver proposto un techno-noise sostanzialmente indanzabile e tamarro, finisce a rotoli in un’orgia di rumore; il prosieguo è però di altro tenore. Franek mette in gioco una varietà di ritmi – dalle freddezze da contatore geiger a battiti dub, fino a sonorità ebm – che sulla carta dovrebbero cozzare oscenamente, ma che il musicista sa orchestrare in un folle e riuscitissimo dancefloor ucronico. Siamo già all’apice di un lato che continua comunque ottimamente con le accelerazioni e le stasi di Taxidermist, con gli accenni melodici di RAR, i battiti sintetici in libertà di 21_10_19 e la staticità noise di Katodik. Pachina Legacy è una breve outro dove il ritmo torna a far da padrone e chiude in modo sbarazzino un lavoro, e mi riferisco a entrambi i lati, che ha nel complesso le qualità necessarie per soddisfare gli amanti delle sonorità più astruse, anche coloro che, eventualmente, non siano affetti da disturbo bipolare.

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