La Furnasetta – La Prima Stella (AsbestosDigit, 2018)

La strada creativa aperta dai Boredoms di Soul Discharge ha provocato dei veri e propri cortocircuiti nel modo di intendere e praticare la musica, molte volte ispirando esperienze fine a se stesse e inutilmente velleitarie, altre volte invece dando man forte a quelli che hanno saputo ben interpretare la lezione con follia personale. C’è da aggiungere che ironizzare non è una cosa semplice e spesso diventa stucchevole se non lo si sa fare. Non è questo il caso de La Furnasetta, misterioso progetto multimediale che coinvolge un collettivo di individui dalle svariate influenze artistiche, in quel di Casale Monferrato, che costruisce il proprio percorso post industriale con provocatorietà e senso dell’ironia, racchiudendo il tutto in un personale concetto di immaginario situazionista: dalle foto che sbeffeggiano la cultura hypnagocica, e non solo, fino ai titoli che non prevedono si stia troppo a riflettere sul senso di politicamente corretto. Questa sfuggevolezza poggia le basi sull’elettronica squartata degli anni ’80 per costruire con i brandelli di quel che resta brani dal concetto di fondo weird balck metal, ma che si muovono all’interno di diversi generi musicali senza precludersi nessuna possibile direzione.
La prima Stella è un best of dei precedenti lavori con due inediti confezionati per l’occasione e mostra bene come dagli ingredienti frullati assieme vengono miracolosamente partoriti dei brani rifiniti che viaggiano con una loro accattivante patologia. Si va dalle quadrature rock industriali che evocano degli Young Gods dediti al face painting di She’s Already Dead, migliore traccia del lotto (tratta dalla consigliata compilation Eternallyt della AsbestosDigit), passando per il power electronics del male con il Casale Football Club nel cuore di Forza Neri (In Siria), fino ai miasmi ambient di grande effetto di Menace Ruin. Nell’ottica blobbistico-manipolatoria del collettivo non mancano ovviamente deliri grind digitali (Shiva Built My Hotrod), reminiscenze ritualistiche maltrattate elettronicamente (Agro Callori’s Womb), slanci eighties alla Teatro Satanico più recente affidati al Carmelo Bene dei Canti Orfici (Scareri) e macabre derive space drone che manipolano registrazioni degli anni ’50 che documentano le agghiaccianti richieste di aiuto di astronauti russi in comunicazione con la loro base terrestre (The Last Call). Se non fosse abbastanza, i due inediti chiudono la raccolta richiamando metaforicamente il tribalismo da fonderia degli Einsturzende Neubauten (Bizzarra) e andando giù sfrontatamente di techno industriale (Digital Skinhead).
Complessivamente il gioco dell’apocalisse funziona e riesce musicalmente piacevole la capacità di tenere assieme parodia e provocazione. Forse non è questo il modo di fare rivolta, ma la musica ha quel ghigno sardonico cospirazionista che quando metti su i pezzi anche noi tifiamo Casale Football Club.

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